AIS

2020/16

Intervista a Franca Bimbi (Interview with Franca Bimbi), di Francesca Alice Vianello


Già professoressa ordinaria di Sociologia dal 2000, Franca Bimbi è Senior researcher all'Università di Padova, Dipartimento FISPPA, dove è membro del Consiglio di Dottorato in Scienze Sociali, di cui è stata Coordinatrice sino al 2012. Ha contribuito allo sviluppo degli Studi di Genere in Italia, progettando e coordinando ricerche nazionali ed europee, nonché altre attività formative su genere e differenze, sui modelli europei di welfare, sulla violenza contro le donne, anche migranti. Le sue ricerche riguardano le Politiche Sociali e Familiari dell’Unione Europea, la Violenza sull’infanzia e di genere, il Mutamento Sociale e la globalizzazione, attraverso una prospettiva teorica che combina la categoria bourdieusiana della violenza simbolica con l’approccio intersezionale e dei femminismi. Ha ricoperto diverse cariche istituzionali non universitarie; tra il 1994 e 2016, come assessora al Comune di Venezia, ha fondato il Centro Antiviolenza e l'Osservatorio LGBT. Nella XIV Legislatura, come Deputata del Parlamento Italiano , è stata una delle relatrici sulla Legge sulle “Mutilazioni Genitali Femminili”. L’intervista ne traccia un ritratto umano e intellettuale, dove impegno politico e ricerca scientifica coesistono senza confondersi.

Researcher at the University of Padua, FISPPA Department, where she is on the board of the Doctoral School in Social Sciences, that she had coordinated until 2012. She’s among the scholars who promoted Gender Studies in Italy, elaborating and coordinating national and European research projects about gender and differences, European welfare models, violence against migrant and not migrant women. Her main research interests are Social and Family Policies of the European Union, Gender-based violence and Violence Against Children, Social Change and globalization. Her theoretical approach combines the Bourdieu’s category of symbolic violence with intersectional and feminist epistemologies. She has been in charge of institutional assignments; between 1994 and 2016, as Deputy Major of Venice, she funded the local Women’s shelter and the LGBT Observatory. In the XIV Legislature, as member of Parliament, she has been rapporteur for the Italian Law on “Female Genital Mutilations”. The interview is a lively portrait of her human and intellectual character, where political engagement and scientific research come together, without undue overlaps.

Parole chiave: femminismo, posizionamento, intersezionalità, studi delle donne, sociologia della famiglia, feminism, positioning, intersectionality, women’s studies, sociology of the family

Franca Bimbi è nata a Castelfiorentino (Fi) il 23 gennaio del 1947. A Firenze ha studiato presso la Facoltà di Scienze Politiche «Cesare Alfieri» laureandosi nel 1970. Nello stesso anno si è trasferita a Padova dove vive tuttora. Presso l’Ateneo patavino ha indirizzato la propria carriera accademica allo sviluppo degli studi sulla famiglia e ai modelli europei di welfare, promuovendo in Italia gli Studi delle donne, gli Studi di Genere e gli Studi sulle differenze culturali. È stata titolare di diversi corsi, tra cui Sociologia della Famiglia, Politica Sociale, Mutamento Sociale e Globalizzazione, Culture Differenze Identità e Politiche familiari dell’Unione Europea. Nel 2000 è diventata Professore di Prima Fascia in Sociologia. Dal 2009 al 2012 è stata Direttrice della Scuola di Dottorato in Scienze Sociali, Interazioni, Comunicazione e Costruzioni Culturali del Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Psicologia e Pedagogia Applicata. Dal 2017 è Studiosa Senior presso la medesima Università.

A Padova ha anche avuto inizio il suo impegno politico e sociale, prima nei movimenti femministi e poi nella politica istituzionale. Negli anni Settanta ha fatto parte del Comitato per il salario al lavoro domestico e ha fondato il Centro per la salute della donna insieme a Marina Zancan. Dalle elezioni amministrative del 1993 è stata Consulente del Sindaco di Venezia Massimo Cacciari per le Politiche dei tempi della città e la Cittadinanza delle donne e culture delle differenze, con delega al Centro donna. In questi anni Franca Bimbi ha progettato il Centro Antiviolenza, promosso dal Comune nel 1994. È stata Assessore della Giunta Comunale di Venezia dal 1997 al 2000, con deleghe alla Cittadinanza delle donne e culture delle differenze e alle Relazioni Internazionali, e poi nuovamente dal 2005 al 2006, con deleghe alle Politiche partecipative e dell’accoglienza, Politiche giovanili, Centro Pace, Cittadinanza delle donne e culture delle differenze.

Dal 23 maggio 2001 al 29 aprile 2008 è stata in aspettativa dall’Università per mandato parlamentare. Dal 30 maggio 2001 al 27 aprile 2006 è stata Deputata della XIV Legislatura, membro della Commissione VII, Cultura, Scienza e Istruzione e responsabile per l’Università e la Ricerca. Dal 28 aprile 2006 al 28 aprile 2008 è stata Deputata della XV Legislatura e Presidente della XIV Commissione Parlamentare permanente per le Politiche dell’Unione Europea.

Fra le sue numerose pubblicazioni, segnaliamo, in particolare, i seguenti testi: Dentro lo specchio: lavoro domestico, riproduzione del ruolo e autonomia delle donne, (a cura di, Mazzotta, 1977); Profili sovrapposti. La doppia presenza delle donne in un’area ad economia diffusa (a cura di, con Pristinger F., Franco Angeli, 1985); «Prefazione», in Calabrò A.R., e Grasso L., Dal movimento femminista al femminismo diffuso: ricerca e documentazione nell’area lombarda (Franco Angeli, 1985); Strutture e strategie della vita quotidiana (a cura di, con Capecchi V., Franco Angeli, 1986); «Donna», in Zaccaria G., (a cura di), Lessico della politica (Lavoro, 1987); Le radici del cambiamento. Uno sguardo di genere sulla società veneta (a cura di, Franco Angeli, 1995); Microfisica della cittadinanza: città, genere, politiche dei tempi (a cura di, con Belloni C., Franco Angeli, 1997); Madri sole. Metafore della famiglia ed esclusione sociale (a cura di, Carocci, 2000); Differenze e disuguaglianze. Prospettive per gli studi di genere in Italia (a cura di, Il Mulino, 2003); Madri sole e nuove famiglie. Declinazioni inattese della genitorialità (a cura di, con Trifiletti R., Edizioni Lavoro, 2006); «Genere. Dagli Studi delle donne a un’epistemologia femminista tra dominio e libertà», About Gender. International Journal of Gender Studies, 2012); «La conciliazione tra lavori e ‘care’ nella crisi europea. Prospettive in viaggio tra passato e presente», (con Toffanin A., Autonomie locali e servizi sociali, Quadrimestrale di studi e ricerche sul welfare, 2017); «Tra protezione e care. Ripensare le violenze maschili contro le donne» (Studi sulla questione criminale, 2019).

Quando nel 2005 ho iniziato il Dottorato di Ricerca in Sociologia presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova, Franca Bimbi era in aspettativa per mandato parlamentare. Durante gli anni del dottorato ho dunque conosciuto Franca Bimbi prevalentemente tramite i suoi scritti nei quali avevo apprezzato soprattutto la capacità di mettere al centro la soggettività delle donne. Ci siamo conosciute di persona qualche anno dopo, nel 2008, quando è tornata dal Parlamento. I due aspetti che ho subito ammirato in Franca sono stati la sua grande capacità di cogliere la complessità dei fenomeni sociali e la sua continua ricerca di confronto teorico con le sue allieve e colleghe. Mentre scrivevo Migrando sole (Franco Angeli 2009), abbiamo discusso a lungo e animatamente sui risultati della mia ricerca di dottorato. Grazie a quei momenti di confronto ho ripensato alcuni passaggi interpretativi della mia tesi alla luce dei suoi studi sulla doppia presenza e sulla famiglia. Con lei ho imparato molto, non solo sugli studi di genere e delle donne, ma anche su come situarmi nel mondo accademico sul piano nazionale e internazionale. La distinzione tra posizionamento e postura che leggeremo nelle prossime pagine è sicuramente uno degli insegnamenti più importanti e mi auguro che lo sia anche per i lettori della Rivista Sociologia Italiana.

Vorrei cominciare dal tuo incontro con la Sociologia. Ti sei laureata a Firenze alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, discutendo una tesi in Sociologia su Il dissenso cattolico. Il caso fiorentino con la supervisione di Luciano Cavalli. Ci racconti come si sono sviluppati i tuoi primi interessi per questa materia?

Mi iscrissi nel 1965 e mi laureai nel 1970. Alla fine del terzo anno avevo completato i 24 esami previsti dal nuovo ordinamento degli studi e poiché non ci si poteva laureare se non al quarto anno dovetti reiterare alcuni corsi e scelsi quelli di Sociologia, tenuti da Luciano Cavalli e dai suoi assistenti, Gianfranco Bettin Lattes, Paolo Giovannini e Giorgio Marsiglia. La “Cesare Alfieri” manteneva lo stile tradizionale della scuola diplomatica del fascismo. Una parte di studenti – quelli maggiormente visibili e attivi – erano figli di diplomatici, upper class, ed esplicitamente di destra o fascisti, almeno dal mio punto di vista di ragazza di campagna. Nell’anno accademico 1967-68 molti aderirono a Lotta Continua. Giovanni Sartori fu eletto Preside e poi – si disse – decise di emigrare in America per paura del comunismo. Al terzo piano, sopra la Facoltà di Scienze Politiche c’era quella di Giurisprudenza. Nel 1965, per curiosità, e perché sapevo che era cattolico, andai a sentire le lezioni di Diritto Romano di Giorgio La Pira che attraverso il Diritto romano mostrava agli studenti il mondo contemporaneo. Era stato sindaco di Firenze e aveva fondato la diplomazia delle città, un metodo importante per il dialogo internazionale per la pace, inventandosi competenze istituzionali che le città non avevano e che hanno prodotto le esperienze successive di Cooperazione Decentrata. Nel 1965 aveva appena fatto il viaggio in Vietnam con Mario Primicerio incontrando Ho Chi Minh. Proprio per questo viaggio i suoi studenti fascisti lo prendevano in giro. Era terziario francescano, andava in giro con sandali e calzini bianchi e parlava da persona ispirata. Anche a me La Pira sembrò tra un santo e un matto, anche perché così poteva sembrarmi l’idea di guardare alla Cina, al comunismo e di convincere Ho Chi Minh su un progetto di pace. Ero io fuori contesto. Rappresentavo la prima generazione di donne arrivata all’università dalla provincia, da un contesto rurale e da un ceto medio-basso. Tuttavia credo che guardare il mondo da fuori contesto mi abbia sempre aiutato. Mi è rimasta un’attitudine di inadeguatezza, ma così era sin dall’inizio nel pensarmi nella sociologia. Luciano Cavalli ci portava nel suo studio a vedere le riprese in bianco e nero degli studenti di Berkeley: manifestavano contro la guerra del Vietnam e contro l’autoritarismo accademico e venivano attaccati dalla polizia. Cavalli ci offriva un’interpretazione, forse, ma non la sua ideologia: ci insegnava una lettura di metodo sui movimenti sociali. Credo che mi abbia insegnato a guardare la società dal punto di vista del conflitto o almeno questa lettura, per me, andava d’accordo con la mia esperienza di vita. Sulla mia opzione sociologica ha influito l’essere cresciuta nella Toscana comunista, ma in una famiglia cattolica e democristiana di destra da parte di mio padre che era un “fattore”, cioè amministratore di una media azienda agricola, intermediario tra i padroni di destra liberale e i mezzadri comunisti. In Toscana ero cresciuta in un contesto culturale molto differente da quello che ho trovato in Veneto. Nella mia geografia sociale, fino alle scuole medie, anche in campagna il conflitto di classe si mostrava un dato scontato delle differenti scommesse di cambiamento e di partecipazione democratica. Nella parte della Toscana dove vivevo io, negli anni 60 c’era già sviluppo economico, che in Veneto si è dispiegato dagli anni 70. Da parte materna i miei zii erano tutti comunisti, meno uno, socialista, che veniva considerato eretico. Le donne comuniste, sia le mie zie che le mogli dei mezzadri, seguivano l’idea del marito perché così si doveva fare; votavano Pci e non andavano mai in chiesa, mentre mia madre, moglie di un uomo convintamente cattolico, evitava di andare in chiesa senza farsi problema e non aveva remore a tacere a mio padre per chi votava. La famiglia mezzadrile comunista era particolarmente patriarcale. Ho riscontrato, facendo ricerca, che si trattava di un patriarcato più duro e convinto di quello contadino e cattolico del Veneto. Rispetto alla vita politica e pubblica, l’idea che il conflitto sia diverso dalla guerra pareva assente dal Veneto democristiano ancora nel 1970 e oggi è difficile spiegarlo agli studenti. Io sono cresciuta con questa passione della diversità e del confronto. Arrivai all’università in un momento in cui Firenze, la Chiesa fiorentina, e anche la provincia, erano attraversate dal cambiamento. Andavo a scuola dalle suore e uno dei miei eroi era Patrik Lumumba, che è stato assassinato nel ’61. Leggevo le poesie di Senghor in francese. Nel ’65 la domenica andavo a messa a Castelfiorentino dove era prevosto monsignor Silano Piovanelli che sarebbe diventato cardinale arcivescovo di Firenze. Allora c’era il dialogo cattolici-comunisti. Del resto Firenze e Venezia sono state le prime città con giunte di centro-sinistra. La parrocchia promosse una conferenza su Albert Schweitzer: io parlavo come rappresentante dei giovani cattolici e un mio coetaneo come rappresentate dei giovani comunisti. A Castelfiorentino il Pci aveva il 98% dei voti, ma alla processione del Venerdì Santo, dove mi portava mio padre, partecipava tutto il popolo. Ovvero anche gli uomini militanti del Pci facevano ala. Vi tornai molti anni dopo, invitata a una festa dell’Unità, per parlare del rapporto tra religione e politica. Attaccai duramente il nuovo Concordato, ma i vecchi comunisti dissero: “Ma perché? Noi i nostri figli li battezziamo. Si sposano in Chiesa e si sposano in Comune. Che problema c’è? La Chiesa può essere un’alleata”. Questo era Gramsci! Invece io ero diventata e resto anticlericale. Attorno al ’68-’70, insieme a un gruppetto di giovani post-conciliari di Empoli abbiamo incontrato il senatore Mario Fabiani, un “ragazzo” di umili origini, comunista dal ’29, il primo sindaco di Firenze dopo la Liberazione. Di questo non sapevamo nulla. Ogni generazione taglia delle radici. Era un’autorità e andammo a dirgli: “Basta! Ora questo Paolo VI ha scritto la Humanae Vitae. Dovete prendere posizione aperta contro la Chiesa”. Da intellettuale gramsciano, cresciuto anche col carcere e con la lotta clandestina, disse poche parole: “Iscrivetevi al Pci”. Risposi allo stesso modo che ai miei zii: “In una chiesa ci sono nata e mi è bastato”. Credo che nel 1970 sia uscito il libro di Hans Küng Infallibile? Una domanda, che gli è valso la condanna da parte delle autorità religiose. Küng, coetaneo di Ratzinger, è stato uno dei teologi del Concilio che aveva espresso riflessioni e posizioni di sostegno dottrinale alle trasformazioni della chiesa, da piramide gerarchica fondata sulla Tradizione a comunità del “Popolo di Dio”. Tra il ’67 e il ’70 leggevamo Küng, Ratzinger, Schillebeeckx, il Catechismo Olandese, e più tardi anche la rivista Concilium, cioè le teologie che ci pareva ispirassero un cambiamento radicale della Chiesa. Quando però Küng mise in discussione l’infallibilità del Papa, presi consapevolezza del punto a cui ero arrivata. Un amico seminarista mi disse: “Allora tu non sei più cattolica”. Risposi d’impeto “No”. E da allora non mi sono più considerata parte della Chiesa. Nel frattempo avevo cominciato la mia ricerca di tesi con Luciano Cavalli. Nel ’67, iniziando la tesi, pensavo che la Chiesa cattolica avrebbe messo in pratica la visione religiosa esperienziale ed ecumenica ispirata dal rinnovamento conciliare. Cavalli non giudicava ma mi ripeteva: “Guardi che la Chiesa ha secoli e secoli di storia”. Quando gli raccontai delle mie interviste per la ricerca di Arnaldo Nesti sul “Cristo socialista”, rivolte agli operai socialcomunisti, credo che sorridesse appena. Le comunità del dissenso cattolico che ho studiato erano chiese domestiche: un testo pratico di metodologia protestante, per imparare a leggere la Bibbia e a saltare la mediazione del clero. Il caso più noto è stato forse il meno ereticale, quello dell’Isolotto: un tentativo di religione popolare assembleare e conciliare ma strutturato come parrocchia. In parte un tentativo simile a quello delle “Esperienze Pastorali” di Lorenzo Milani. L’Isolotto era il quartiere popolare voluto dai sindaci Fabiani e La Pira. Vi ho trovato una parrocchia attraversata da una spiritualità che ritengo in parte tipica di un sentimento religioso della tradizione del Centro Italia, dell’Umbria e della Toscana, con una separazione accentuata tra la religione e il potere politico. Tuttavia l’attenzione al cambiamento sociale e politico era fortissima. Raccolsi interviste di persone che non si erano sposate in chiesa a causa della scomunica del comunismo da parte di Pio XII e che dopo molti anni si erano infine sposati con rito religioso perché “ora con don Mazzi e il Concilio è un’altra cosa”. Dall’osservazione partecipante sono passata alla partecipazione, scegliendo, tra le quattro realtà che studiavo, la Comunità di Ricerca Biblica tenuta dal gesuita Toni Sansone, sospeso a divinis ma senza clamori, secondo lo stile della Compagnia di Gesù. L’eucaristica veniva celebrata in casa utilizzando il pane, il commento del testo evangelico in genere veniva aperto da Sansone con una interpretazione che coniugava il senso del messaggio con il riferimento ai “segni dei tempi”. Poi ognuno era sollecitato a intervenire. Non c’era una declinazione politica ma semmai storica e assieme escatologica. Partecipavano anche protestanti e non credenti. Ricordo Domenico Maselli, professore di Storia del Cristianesimo all’Università di Firenze, una figura importante del protestantesimo italiano. Da lì ho intuito la rilevanza dell’ermeneutica, anche in rapporto al metodo sociologico. Ho cominciato a capire che i testi vanno letti a partire dal contesto e dall’intenzione di chi scrive e confrontati con l’esperienza di chi legge e riflette, di fatto assieme ad altri contemporanei. Si tratta di coniugare testo, intenzione e azione. Ho ritrovato questo anche in William Thomas, nella scuola di Chicago. Non è l’evidenza dell’esperienza – ce l’ha insegnato Joan Scott – ma ha a che vedere con lo “sporcarsi il risvolto dei pantaloni”. Studiavamo poco la scuola di Chicago con Luciano Cavalli. Tuttavia, dando importanza all’approccio teorico e alla ricerca qualitativa, con l’attenzione a cogliere i significati del discorso altrui, ci rendeva sospettosi dell’oggettività anche rispetto ai risultati delle misurazioni.

 

Come sei arrivata al gruppo di sociologia di Padova?

Chiesi un appuntamento ad Acquaviva perché avevo letto L’eclissi del sacro: per me era il sociologo di Padova. Abbandonai quasi subito la sociologia della religione e scelsi la sociologia della famiglia. I sociologi della religione in Italia erano quasi tutti cattolici, molti anche sacerdoti: non ero cattolica e andare a discutere con i padri della sociologia della religione mi pareva troppo. Volevo imparare a far ricerca sociologica, perciò andai con l’idea di studiare e far ricerca. Acquaviva mi indicò un criterio: “Lei prenda un tavolo e una sedia e ci stia”; aveva grandi visioni, ma anche un cinismo realista. Immodestamente ho scritto Sociologa della famiglia su autori come Engels e Marx, Weber, Durkheim, Parsons, Horkheimer e Adorno. Un’esercitazione di analisi critica di testi o di parte di testi per me non inutile per imparare a far lezione al primo anno di Sociologia. Allora il nostro direttore di istituto era Antonio Negri: segnò un’esperienza per la nostra generazione. Negri all’inizio, per me che non venivo dal Veneto e non mi ero interessata di politica, era, semplicemente, il “barone” che litigava con Acquaviva per i fondi di ricerca che allora erano davvero pochi. Più tardi trovai illuminante la sua lettura di Marx sui Grundrisse. Intanto avevo cominciato a seguire le prime tesi di laurea sui prodromi della nascita dei consultori familiari. Le due città in cui c’era più scambio tra politica e società erano Venezia e Vicenza. Le prime interviste sono state fatte a Venezia dove era nato un consultorio autogestito, a Santa Marta, promosso da donne del Pci e presto entrato nel movimento italiano dei consultori.

 

A Padova hai anche iniziato a fare politica nei movimenti femministi. In che modo queste esperienze hanno segnato i tuoi interessi di ricerca, la tua postura e i tuoi approcci di ricerca?

C’era un continuo passaggio dalla militanza nei movimenti sociali all’analisi sociale con più o meno distinzione. Io avevo in mente la distinzione tra posizioni da militante e postura scientifica. Nel 1975 organizzai un seminario che per me partiva da un’ analisi critica del lavoro domestico. La categoria introdotta in Italia da Maria Rosa Dalla Costa rovesciava l’interpretazione di Gary Becker. Ero uscita da poco da Lotta Femminista, fondatrice del Movimento per il salario al lavoro domestico. Invitai, tra le altre, Chiara Saraceno, Laura Balbo, Dacia Maraini e Bianca Maria Frabotta, una poeta ma anche una delle prime storiche del movimento femminista. Fu il mio incontro con la sociologia nazionale. Laura, secondo il mio giudizio di allora, presentò una relazione abbastanza conservatrice con una descrizione positiva del movimento dell’Udi. Allora tra l’Udi e il movimento femminista c’era molta distanza politica ricomposta poi sul tema dell’aborto. Tuttavia le ipotesi emancipazioniste e quelle femministe sulla liberazione della donna restarono molto distanti. Pubblicai i risultati del seminario in Dentro lo specchio. Scelsi lo sguardo riflessivo di Alice come guida e un puzzle di Baj sulla copertina. Il puzzle rappresentava la società ma anche le trasformazioni dell’identità femminile: non c’erano né una trasposizione lineare e neppure ricomposizioni interne date per scontate. Credo che Laura utilizzasse la sua relazione per il libro Stato di famiglia. Per me Dentro lo specchio indica la separazione metodologica e pratica tra ricerca scientifica e militanza: citavo i lavori di Mariarosa Dalla Costa che avevano portato in Italia il tema del valore economico del lavoro domestico e il riconoscimento del rifiuto della domesticazione da parte delle donne, ma io mettevo in luce gli aspetti culturali come dimensioni altrettanto strutturali di quelle economiche. Non so se avessi letto Becker, tuttavia ho scritto che la casalinga non era una consumatrice ma una produttrice di valore: la sociologia dei consumi in quegli anni ha cambiato le sue visioni. Intanto per me era diventato cruciale il rapporto con le studentesse per imparare a vicenda a ridefinire la nostra storia familiare come herstory.

 

Quindi visto che tu inizi a far parte del Griff (Gruppo di ricerca sulla famiglia e la condizione femminile, n.d.r.) nel ’76, questo circuito di sociologhe che avevi invitato al seminario erano persone con cui eri già in rete prima?

Tra studiose più e meno esperte ci spiavamo a vicenda per imparare. Credo di aver scritto una lettera a Laura per chiederle di incontrarla a Milano; ha avuto sempre l’attitudine, come Acquaviva, di lasciarti crescere senza volerti convertire al suo punto di vista. Anche le revisioni dei miei testi da parte di Acquaviva erano puntuali nella forma e nella sostanza, senza aspettarsi che la pensassi come lui. Chiara aveva già pubblicato Il lavoro maldiviso con De Donato, il primo libro italiano importante sul lavoro domestico. Laura stava organizzando il Griff e conduceva con Lorenza Zanuso la ricerca sul lavoro familiare. In quegli anni trovammo molti nomi per le diverse definizioni del lavoro di riproduzione: domestico, familiare, di cura… fino alla mia scoperta, all’inizio degli anni 90, del dibattitto filosofico sull’etica del care. Quindi il Griff è stato un luogo in cui si incontravano differenti generazioni attorno a riflessioni da mettere in comune. C’erano Silvia Vegetti Finzi e Simonetta Piccone Stella da cui abbiamo imparato molto e persone più giovani, come Antonella Nappi, che si misuravano in un dibattitto acceso. Ho partecipato per imparare e misurarmi. Le mie ricerche tra il ’78 e l’80 riguardavano soprattutto le trasformazione della maternità. Cercavo e insegnavo a cercare, seguendo Virginia Woolf, le orme delle “madri di tutte noi”. Rifiutavo l’interpretazione di un passaggio dall’oppressione interiorizzata delle donne che ci avevano preceduto alla nostra improvvisa coscienza e capacità di “liberazione”. Mi chiedevo piuttosto quali segni, dei loro rifiuti e del coraggio di rompere con il destino segnato, avessero lasciato le donne “tradizionali” che ci avevano preceduto, pur restando imbrigliate negli stereotipi. Quando arrivai a Padova, rispetto alla Toscana, mi pareva di avervi trovato la quintessenza dell’arretratezza. Era ancora una Regione da cui si emigrava fino all’Australia. Acquaviva stava ripensando a Automazione e nuova classe e ci spedì a Limena dove nasceva un polo industriale padovano. Aveva ragione lui. Non c’erano solo Marghera e Valdagno, c’era anche Limena, che diventava l’inizio dello sviluppo della piccola e media impresa: emergeva la fabbrica diffusa che copre oggi tutti gli spazi tra i più piccoli e i più grandi conglomerati urbani. Per me frequentare Milano e il gruppo di studiose del Griff ha significato aprirsi a un contesto di cambiamento molto diverso da quello del Veneto, ma lo sguardo di genere mi ha anche aiutato a guardare la modernità incipiente del Veneto. Le studentesse, e i pochi studenti che sceglievano il corso di Sociologia della famiglia, hanno fatto con me la scoperta che la famiglia stava cambiando anche in Veneto: ne era segno inequivocabile la diminuzione delle nascite e il ritorno delle donne sul mercato della lavoro dopo il matrimonio anche con la nascita del primo figlio. Guardando alla famiglie e ai comportamenti delle donne, al declino della partecipazione religiosa e dell’obbedienza alla morale sessuale cattolica, vedevo la discontinuità che anche Cacciari prima e Diamanti più tardi continuavano a non rilevare. L’attenzione alla continuità, garantita dall’egemonia della Chiesa e dall’influenza redistributrice della Dc, derivava dalla focalizzazione di uno sguardo maschile gender blind sul nesso tra economia e sistema politico. Nel 1976 Carla Bertolo, oggi mia collega, si laureò avendo censito nel Veneto più profondo, con Patrizia Zotta e Rossella Panozzo, una ventina di gruppi femministi socialmente misti, che praticavano il separatismo in vari modi, con un dibattitto interno, interventi nel territorio e produzione di documenti teorici, a riprova di una intellettualità diffusa anche tra le donne di ceto medio-basso.

Tra il 1977 e il 1979 hai coordinato e diretto il primo corso universitario “150 ore FLM” riservato a operaie metalmeccaniche, sul tema “Occupazione, salute e struttura familiare”. Cosa ti hanno lasciato questi incontri con le operaie venete? Cosa ti ha maggiormente colpita?

Alberto Asor Rosa nel 1977 pubblicò Le due società. Ipotesi sulla crisi italiana. Dal punto di vista del suo percorso critico dentro il Pci, egli guardava alle dinamiche sociali e politiche del nostro Paese. Anche a Padova c’erano due società, forse anche più di due: ma sicuramente tra il Pci e i Movimenti di protesta si era formata da anni una frattura, che attraversava anche il sindacato, la magistratura, e anche l’Università e gli studenti e i professori di Scienze Politiche. Nonostante le difficoltà, e in seguito la drammaticità della situazione, la Facoltà è stata molto formativa: anche futuri sindaci democristiani di Padova vi si sono laureati, credo con soddisfazione. Il corso monografico delle 150 ore delle donne nacque da una richiesta delle sindacaliste della FLM: evidentemente il riconoscimento del discorso femminista non era radicato solo nell’università. Vittorio Capecchi, con Inchiesta, pubblicava già strumenti di pedagogia pratica per le 150 ore con materiali sul rapporto tra conflitto di classe e dinamiche dell’economia italiana. Il rapporto di Laura Balbo con le donne del sindacato è stato un elemento importante per la sua elezione in Parlamento nel ’76. Allora le scrissi una lunga lettera sul rischio che gli Indipendenti di sinistra venissero egemonizzati dal Pci soprattutto sul tema dell’aborto. Nel 1977 Padova e Verona costituivano ancora un unico Ateneo: Marina Zancan era assistente di ruolo a Verona, io professore incaricato a Padova. Abbiamo pensato assieme il percorso didattico per un corso monografico prodotto da donne e per le donne: era la prospettiva degli Studi delle donne intesi come femminismo diffuso. A partire dalle mie esperienze didattiche di ricostruzione delle genealogie familiari, il Programma generale prevedeva autoricerca, incontri a tema con lavoro di gruppo e momenti assembleari, aperti anche a non iscritte. Vi portai anche i risultati delle tesi sul lavoro delle telefoniste, sullo spazio, il tempo e l’organizzazione della vita quotidiana, sulla maternità e la cultura dei servizi all’infanzia, sulle lavoratrici dell’Università di Padova. Siamo andate a parlarne al Rettore Luciano Merigliano perché intendevamo organizzare un’iniziativa di formazione d’Ateneo e anche condurre una ricerca sulla “doppia presenza” delle donne venete. Il volume Profili sovrapposti pubblicata a cura mia e di Flavia Pristinger riporta i risultati di quella che è stata la prima ricerca in Veneto sul lavoro domestico e la doppia presenza: la seconda a livello nazionale dopo quella di Giuseppe Barile e Lorenza Zanuso in Lombardia. Anche in questo caso, il mio saggio si apre con una citazione di Alice nel paese delle meraviglie. L’incontro tra Alice e il bruco era una metafora sulla non normatività dei modelli femminili di identità sociale, che interpretai negli anni seguendo il dibattitto sociologico sulla complessità e l’identità, quello femminista, ma anche l’approccio psicoanalitico, con le discussioni di allora sulla follia e le norme sociali. Trovai in Ulrike Prokop l’interpretazione più convincente della differenza tra il doppio lavoro – che particolarmente le donne contadine e operaie avevano sempre svolto – e la doppia presenza, che significa vivere la vita di due mondi, con fatica, regole e modalità di dominio e possibilità di ribellione differenti. Alle 150 ore, tra Padova e Verona, si iscrissero 500 tra sindacaliste e operaie: una parte erano quadri e una parte delegate. Con alcune divenni amica e le rincontrai nel tempo. I corsi monografici delle 150 ore delle donne, il “femminismo sindacale”, i contenuti culturali erano oggetto di un dibattitto interno al sindacato, non sempre favorevole. Inoltre, a Padova, c’era molta tensione politica, anche tra gruppi femministi e parte del Sindacato CGIL. Con il corso lavoravamo su un terremo complesso, tra movimenti e istituzioni. Le istituzioni erano il sindacato e l’università, ma ci sentivamo anche movimento e femminismo, nella diversità. La diversità riguardava il rapporto tra intellettualità femminile nell’università e nella fabbrica, ma anche le differenze nella doppia presenza vissuta tra logiche dei Movimenti e logiche istituzionali. Con quel corso ho fatto la mia prima esperienza politica di mediazione dei conflitti, opponendomi anche a ingerenze politiche da parte della dirigenza sindacale che giudicavo illegittime e contrarie alla libertà del dibattitto universitario.

Le dinamiche tra movimenti e istituzioni furono ben interpretate da Francesco Alberoni. Tuttavia nel 1977, come stava osservando Alberto Melucci, c’erano già aree di Movimento, soprattutto nel femminismo, che stavano lasciando lo scontro totale con le istituzioni e, praticando “altri codici”, cercavano di disegnare un altro mondo possibile. Tra il ’77 e il ’79 abbandonai la militanza politica strutturata nel Movimento, riconoscendone la crisi irreversibile, ma non lasciai il femminismo. Infatti nel 1979, con Pierrette Coppa, Annarita Buttafuoco, Marina Zancan, Paola Nava e altre, provenienti da storie differenti, aderii all’invito di Elvira Badaracco per far nascere il Centro di studi storici sul Movimento di Liberazione della donna di Milano, oggi Fondazione Badaracco, che si rivolse subito alla costruzione di un thesaurus di genere, seguendo le perle-parole che avevano costruito il femminismo italiano. Cominciammo a nominare come “politica prima” le espressioni e le iniziative organizzate di politica culturale del femminismo diffuso: anche a Padova nacque una Libreria delle donne. Ma, a Padova, non si poté evitare di vivere, anche personalmente, la drammaticità degli eventi in cui precipitammo il 7 aprile 1979 (con l’arresto di Toni Negri su mandato della procura di Padova, con l’accusa di terrorismo, n.d.r.). Ci furono colleghi perquisiti, imprigionati e costretti all’esilio: ci dividemmo tra colpevolisti e garantisti. Tra i sociologi credo abbiano prevalso i garantisti, espliciti e impliciti. Acquaviva raccoglieva testimonianze e informazioni, interessato a capire e ad arricchire la documentazione del suo archivio, ma anche di fatto impegnato a difendere i colleghi, con l’aiuto del Preside, Dino Fiorot, che aveva un passato di leader nella Resistenza veneta. Acquaviva ha pagato questo atteggiamento, disincantato e partecipe: il suo archivio è a Trento. Negli ultimi anni di vita, l’aveva offerto inutilmente all’Ateneo di Padova.

 

Franca, volevo chiederti alcune precisazioni. In primo luogo l’incontro e poi anche l’allontanamento dai movimento femministi padovani in che modo ha segnato i tuoi interessi di ricerca e la tua postura?

La mia prima militanza esplicitamente politica risale al ’70-’72, nel movimento antimilitarista padovano: alcuni suoi militanti, obiettori di coscienza, erano in carcere a Peschiera e le mobilitazioni furono cruciali per l’approvazione della legge del dicembre 1972. Nella primavera del 1973 ero seduta su un marciapiede durante una manifestazione non autorizzata per difendere Gigliola Pierobon e per pretendere il diritto ad abortire. Non ritenevo che la maternità fosse una funzione sociale (espressione di tipo sovietico che piaceva all’Udi). Era la capacità morale delle donne di decidere sul proprio corpo che doveva venir riconosciuta. Ritenevo che l’aborto fosse connesso al riconoscimento della donna come soggetto morale. Nel 1987 lo scrissi anche a Alex Langer, quando – con altri dei Verdi – approvò pubblicamente le ragioni di Ratzinger espresse nell’Istruzione sul rispetto della vita umana nascente. Gli feci notare che tutti e due avevamo imparato da piccoli che anche l’Angelo aveva dovuto aspettare il “fiat voluntas tua” di Maria. Senza la possibilità di rifiutare il soggetto morale non esiste. Forse anche la mia rottura con il gruppo di Padova, nel ’74, aveva avuto come motivazione la rivendicazione della capacità di scelta delle donne, al di là delle nostre strategie politiche. Lotta Femminista aveva la sua leader nazionale riconosciuta in Mariarosa Dalla Costa: è stata una rottura molto dolorosa, personale, politica, culturale e teorica. La disciplina del gruppo di fatto si fondava su un’interpretazione marxista-leninista del rapporto tra strategia e organizzazione. Marina Zancan ed io eravamo state incaricate di organizzare un Centro per la salute della donna, seguendo una prospettiva comunista tradizionale: si voleva una “cinghia di trasmissione” per la diffusione della strategia del salario al lavoro domestico. Forse anche per l’influenza dei movimenti anti-autoritari e della psichiatria democratica, per me occuparsi di salute e sessualità implicava un discorso sulla soggettività, sul corpo, sulle scelte, per quanto confrontate con i processi di dominio e di riproduzione sociale. La microfisica del potere di Foucault veniva letta dando valore alle contraddizioni della cura di sé. Come sociologa ero consapevole che l’emancipazione delle donne italiane andava riscritta, evitando di considerare la diminuzione delle nascite un effetto consequenziale della crescita dell’occupazione femminile. In Italia la percentuale di donne occupate era restata storicamente molto bassa fino alla fine degli anni 70, mentre la rinuncia al terzo figlio era diventata evidente già durante il fascismo. A lezione spiegavo l’incedere della rivoluzione silenziosa, nel letto, tra gli anni 30 e gli anni 70. Lo avevo imparato dagli antropologi del Mediterraneo, dai coniugi Schneider che studiavano la Sicilia: gli artigiani, i professionisti, il piccolo ceto medio non a caso votarono per difendere il divorzio e la legalizzazione dell’aborto. Negli anni 70 la scolarizzazione spingeva le donne a premere sul mercato del lavoro, ma già da prima era iniziato il rifiuto della maternità come destino. Infine Marina e io scrivemmo un documento che rivendicava la soggettività femminile nell’evidenza delle trasformazioni che emergevano attraverso le scelte e i comportamenti sessuali e procreativi. Anche quella era una sfera della politica dove le donne affermavano il pluralismo delle loro identità di genere. Siamo state formalmente espulse da Lotta Femminista. Seguendo la più forte determinazione politica di Marina, iniziammo a organizzare le attività del Centro attorno a un ambulatorio, di counseling ma anche di self help, sostenute anche dalle sedi dei Comitati per il salario di Venezia, Trieste, e da alcune fuoriuscite da Padova. Abbiamo letto Noi e il nostro corpo del collettivo femminista di Boston e abbiamo accompagnato le donne ad abortire clandestinamente a San Donà di Piave, a Lubiana e a Londra. Si trattava di donne che, prevalentemente, si dichiaravano cattoliche, che avevano già due o tre figli. Sostenevamo la loro decisione di non abortire se era il marito che le spingeva. Si facevano incontri collettivi, sulla libertà delle donne ma anche sulla nocività della pillola, per la quale facevamo eseguire esami molto accurati sullo stato cardiocircolatorio, indicando pillole più “leggere”. Sin quando la contraccezione chimica non fu permessa, indicavamo motivi di prescrizione accettabili dal farmacista. Era chiaro, dalla nostra esperienza, che la consapevolezza della cura di sé, espressa nelle scelte sessuali e riproduttive, stava crescendo nel ceto medio del paese, anche in Veneto, tra le donne cattoliche che venivano dai paesi del circondario. Anche le contadine settantenni, intervistate dalle mie laureande nel ’78, riconoscevano il cambiamento delle nipoti, dicevano che “si poteva”. Il Centro per la salute della donna ha insegnato anche l’uso del diaframma, ma sconsigliavamo il preservativo, perché non sicuro e gestito dall’uomo. Con l’AIDS la prospettiva è cambiata. Il movimento per la salute delle donne, come approccio di cittadinanza attiva e di impegno per la de-istituzionalizzazione dei saperi medici, psichiatrici e psicologici, in Italia deve molto anche a figure come Giulio Maccacaro e Franca e Franco Basaglia. Inoltre a Padova c’era una scuola importante di Medicina del lavoro, con Massimo Crepet, Bruno Saia e le loro allieve Carla Gemignani e Carmela Di Rocco. Con Bruno Saia avevo fatto il mio training nella zona industriale di Padova collaborando a una rilevazione su tempi e orari di lavoro, sulla salute e sul complesso della giornata sociale degli operai. A Medicina del lavoro vennero condotte anche le prime ricerche sulla nocività del lavoro domestico.

 

C’è qualche tuo scritto che rappresenta bene questo tuo periodo di militanza sociologica?

Non mi sono mai sentita una sociologa militante, ma una militante femminista e una sociologa che cercava di lavorare secondo un approccio interpretativo che man mano è diventato il mio modo di far ricerca, ragionare e scrivere secondo un’epistemologia femminista. Ho cercato quanto più possibile di mantenere una distinzione tra posizionamento politico nel dibattitto femminista e postura conoscitiva nell’analisi sociologica. Si tratta di due campi diversi. Una prospettiva politica implica un atteggiamento pratico-normativo per raggiungere un obiettivo; la politica culturale per l’affermazione di una scuola scientifica implica una lotta per affermare un “regime di conoscenza” che dovrebbe evitare di proporrsi in maniera normativa. Sul piano dei rapporti di potere, ovviamente, il discorso è più complicato. Ad esempio, in questo periodo di Covid-19 i resoconti di Nature hanno messo in luce, anche rispetto agli svantaggi pregressi nella ricerca scientifica e nelle posizioni accademiche, la crescita mondiale delle diseguaglianze delle donne e, negli USA, degli afro-americani. Tra il ’78 e l’86 ho scritto alcune riflessioni sul movimento femminista che proponevano soprattutto interrogativi sul percorso a cui avevo partecipato. Nel 1978 mi chiedevo se la convergenza di una parte del Pci sulle riforme ci avrebbe portato alla legge sull’aborto che volevamo. Tra l’81 e l’86, su DWF, su Inchiesta, e su un numero monografico dei Quaderni Feltrinelli curato da Melucci, mi sono interrogata sul procedere degli approcci “eretici” femministi rispetto al metodo sociologico, sull’adeguatezza delle nostre forme di mobilitazione, sul rapporto tra presenza nel lavoro intellettuale, trasformazioni del welfare e possibilità di affermazione dell’etica del care. Andare a scuola, per le donne della mia generazione, aveva voluto dire scoprire la libertà di pensarsi avendo avuto l’accesso al mondo del pensiero codificato. L’università “di massa” è stata la condizione storica per reinventarsi l’identità di genere come doppia presenza, attraverso l’appropriazione di un tempo per sé. Nel 1985, nell’introduzione alla ricerca di Annarita Calabrò e Laura Grasso, misi in luce gli aspetti positivi e i nodi critici del passaggio, per me visibile, “dal movimento femminista al movimento diffuso”. Tuttavia, in generale, questa interpretazione non fu ben accolta. Negli anni 80 mi sono appassionata ad alcuni temi di frontiera, sulla salute riproduttiva e le scelte di maternità e paternità, dove gli aspetti sociologici si intrecciano con quelli giuridici e bioetici. Nella “riproduzione artificiale” (allora si chiamava così) gli aspetti di costruzione sociale erano molteplici e risalivano alla storia e alle mitologie dei rapporti di genere. Quando nel 2004, in Parlamento, discutemmo la legge sulla “procreazione medicalmente assistita” utilizzai le conoscenze che venivano dalle mie ricerche per imporre al Gruppo Parlamentare de La Margherita di poter rappresentare anche a nome di altri colleghi una posizione di minoranza. La riflessione sugli intrecci tra contingenze e libertà nella costruzione sociale del corpo e nell’esperienza di sé come corpo sessuato mi sembra ancor oggi necessaria per tematizzare l’epistemologia femminista nella discussione sulle identità di genere. Potrei dire che negli anni 80 sono ufficialmente diventata un’accademica: professoressa associata e segretaria della Sezione AIS “Riproduzione sociale, vita quotidiana, soggetti collettivi”, il cui Presidente era Vittorio Capecchi. La Sezione nacque nel segno dell’intersezionalità e di un approccio non funzionalista al conflitto sociale. Infatti non era definita in base alle distinzioni predefinite tra ambiti sub-disciplinari, coniugava l’attenzione alle dinamiche strutturali sia rispetto all’economia che alle istituzioni con un posizionamento decostruttivo rispetto ai processi culturali; interpretava la vita quotidiana come intreccio di vincoli ma anche secondo una visione fenomenologica dell’agire degli attori sociali; assumeva il lavoro in tutte le sue dimensioni – formale, informale e di cura – e considerava le capacità di soggettivazione di operai, impiegati, specialisti di servizi sociali e sanitarie, dei giovani e delle donne come motrici del cambiamento sociale. Dobbiamo ricordare che due anni prima, nel 1983, al Convegno fondativo dell’AIS, le sociologhe si opposero trasversalmente a iniziare una discussione sull’ipotesi di una Sezione tematica simile a quella “Donne, Genere e Società”, che l’lSA aveva dal 1973. Capecchi, al primo Convegno della Sezione, fece una lecture di cui mi colpì la critica alla “capitologia”: non si trattava di distinguere i soggetti incrociando poi le variabili statistiche, ma di mantenere uno sguardo trasversale e assieme attento alle differenze. Nell’86 uscì Strutture e strategie della vita quotidiana, a cura mia e di Vittorio Capecchi, con le relazioni al Convegno. A parte l’emozione – credo di aver imparato da Vittorio anche l’abc dell’editing – questa pubblicazione segnala il mio interesse verso il tema dell’età e delle generazioni. Su età e generazioni ho imparato a stare in guardia dalla posizione dominante del mio sguardo. Nella ricerca e negli scritti ho cercato di tradurre lo sguardo e il posizionamento, che mi risultavano facili negli Studi delle donne, assumendo il punto di vista e lo sguardo di altre differenze: le ragazze verso i ragazzi e viceversa (1993), le bambine verso le madri (1993), i bambini verso gli adulti (1997). Un punto di arrivo del mio percorso, nell’87 è stata la voce «Donna» per il Lessico del linguaggio politico curato da Giuseppe Zaccaria. Fui sorpresa per la recensione molto positiva di Adriana Cavarero su Il Manifesto, perché in quel momento il suo percorso s’intrecciava con la comunità filosofica di Diotima e con la teoria della differenza sessuale, da cui mi sentivo spesso in dissenso. Forse fu la recensione, molto sapiente, a rendermi più chiara la mia stessa prospettiva sul rapporto tra uguaglianza e differenza, ovvero sulla realizzazione dell’uguaglianza attraverso il riconoscimento delle differenze. Oggi è una delle sfide che la teoria originaria dell’intersezionalità, prodotta dalle colleghe afroamaericane, lancia verso l’Europa, alla sociologia e al pensiero politico. Ed è anche uno dei nodi, rispetto alle donne migranti, che resta sospeso nei dibattitti attuali del femminismo italiano.

 

A partire dagli anni 90 hai avuto diversi incarichi politici sia a livello comunale come assessore della Giunta Comunale di Venezia e poi dal 2001 al 2008 come deputata. Come hai vissuto queste esperienze in quanto sociologa e cosa hai portato con te quando sei tornata all’Università?

Gli anni dal 1989 al 2001 sono stati molto intensi sia come ricerca sociologica sia come ritorno alla politica, o con le prime presenze in luoghi istituzionali, nei quali, talvolta con mediazioni faticose, mi è stato possibile portare alcuni contenuti del femminismo. Evitai accuratamente di iscrivermi a un partito, anche se mi avvicinai a Livia Turco dopo la pubblicazione della Carta delle donne, che seguiva le sollecitazioni aperte da Laura Balbo, Helga Nowotny e dal Griff sulle politiche dei tempi. Inoltre nel 1989, mentre cadeva il Muro, accettai l’invito di Alberto Asor Rosa a far parte della rinnovata Rinascita: avventura brevissima, vittima postuma della svolta della Bolognina. In seguito, nel 2000, senza che nessuno me lo chiedesse, mi iscrissi al partito I Democratici, forse in segno di lutto per la sconfitta alle elezioni regionali di Massimo Cacciari e della lista Insieme per il Veneto. Nel 1989 la ricerca sul figlio unico, in Emilia Romagna, e il lavoro sulla riforma dell’assistenza domiciliare agli anziani, per il Comune di Venezia, mi resero più consapevole, da una parte, che neppure la miglior rete dei servizi per l’infanzia poteva rovesciare il trend della diminuzione delle nascite, e, dall’altra, che l’ansia da mancata sostituzione demografica produceva pregiudizi verso la (troppo) lunga vita dei vecchi e verso l’arrivo degli immigrati. Tuttavia il periodo 1994-95 è stato segnato scientificamente soprattutto dall’impegno nel programma “Genere e uso del tempo” all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, dall’inizio della ricerca Europea sulle madri sole e i regimi di welfare diretta da Jane Lewis e dalla collaborazione al Progetto CNR sull’esclusione sociale diretto da Enzo Mingione. Mi dividevo tra Fiesole e Venezia: fino al 1995 come Presidente della Commissione Pari Opportunità del Veneto e poi come responsabile del Centro Donna e del Centro Antiviolenza del Comune di Venezia e infine come Assessore nella prima sindacatura di Massimo Cacciari. Penso che la mia sponsor sia stata Franca Trentin, indicandomi a Cacciari per superare i conflitti tra alcune femministe veneziane pur molto valide. Almeno una trentina di gruppi femministi e femminili erano impegnati in Progetti autogestiti del Centro Donna, finanziati dal Comune. Con la Consulta delle cittadine, alla fine della seconda sindacatura di Cacciari, riuscii, mediando tra molti conflitti, a realizzare la pubblicazione di una Storia di Venezia città delle donne. Guida ai tempi, luoghi e presenze femminili, che avevo proposto dieci anni prima sul modello di un’analoga esperienza della Municipalità di Barcellona con cui avevamo scambi frequenti sulle politiche dei tempi della città. Non ho voluto essere Assessore alle Pari Opportunità, bensì alla Cittadinanza delle donne e culture delle differenze. Credo che qualche Comune ci imitò. L’Assessorato alle Relazioni internazionali – che non esisteva – fu organizzato guardando alle esperienze di Milano e Bologna: si trattava di trovar fondi per le iniziative delle città anche perché, in preparazione dell’entrata nell’euro, gli Enti locali persero il 25% dei trasferimenti statali. La presenza di Alberta Basaglia al mio fianco – era una funzionaria del Comune – mi permise di imparare in fretta alcune cose: già nel 1994 Venezia diventò la capofila del Forum delle città per la Cooperazione Decentrata, lavorando soprattutto con l’OMS in interventi in Guatemala, a Cuba, a Sarajevo e, con un tentativo poco riuscito, nella situazione drammatica dell’Algeria. Venezia è stata anche sede dell’Archivio dei Progetti e delle iniziative italiane sui tempi delle città, grazie al lavoro congiunto di una rete di donne con esperienze, pratiche, politiche e di ricerca su questo tema. Hanno lavorato con me, tra le altre, Franca Olivetti Manoukian, Marina Piazza, Carmen Belloni, Maura Misiti. Alisa del Re ha coordinato con me la Scuola di Politica delle donne e ha curato una pubblicazione sull’esperienza (2000); Linda Laura Sabbadini ha selezionato i risultati del nostro Archivio per la Relazione ISTAT 1997 sulla situazione del Paese. Era anche la nuova stagione dei sindaci e perciò le nostre reti comprendevano Palermo, Catania, Napoli, Torino, a seconda dei progetti. Tuttavia la capacità di Massimo Cacciari di far sintesi e di distinguere, a seconda delle situazioni, tra l’essere un intellettuale e l’esercizio della funzione di sindaco ha rappresentato per me una lezione sia professionale sia di stile personale. Nella prima sindacatura di Cacciari abbiamo lavorato con uno stile comunitario (non si evitavano i conflitti necessari!), mentre nella seconda si è sentito il ritorno del condizionamento dei partiti, che portavano nella politica tutto il peso della propria crisi. L’amministrazione di una città ti fa sentire il peso di ogni decisione, perché devi trovare un equilibrio tra interessi diversi che hanno tutti qualche legittimità e dunque devi tagliare molti nodi di Gordio. Tuttavia è un’esperienza molto più ricca e stimolante dell’impegno parlamentare capitato in un periodo critico come è successo a me. Nella città senti la vita dei cittadini e misuri anche i tuoi errori, mentre il Parlamento che io ho vissuto era uno spazio di lavoro molto autoreferenziale.

 

Poi quando sei stata in Parlamento ti sei allontanata di più dall’Università. Come hai vissuto questa esperienza?

I deputati per legge vanno in congedo. Penso che non sia del tutto positivo: avrei tenuto volentieri almeno un corso gratuito a Roma. Durante le lunghe sedute della Legge Finanziaria ho avuto modo di studiare e di correggere le bozze di due libri. L’esperienza politica mi ha fatto riflettere sul potere del discorso politico nel modellare la realtà sociale, rappresentando i comportamenti ideali per il potere come valori utili o accessibili per tutti. Nell’esperienza parlamentare, in un periodo di crisi, la violenza della costruzione dei regimi di verità si vive e si percepisce quotidianamente. Sono stata in parlamento dal 2001 al 2008: nel primo mandato la mia candidatura è stata una scelta di alcune donne de La Margherita, tra cui Albertina Soliani. Conoscevo Arturo Parisi e avevo conosciuto Romano Prodi nel 1997 quando Anna Finocchiaro, Ministro per le Pari Opportunità, mi indicò per la Commissione Onofri, ovvero per la Commissione per l’analisi delle compatibilità macroeconomiche della spesa sociale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. In Parlamento credo di aver avuto un ruolo di rilievo sia nella battaglia contro la Legge sulla procreazione medicalmente assistita che in quella per la Legge sulle mutilazioni genitali femminili. Michela Fusaschi, più tardi, mi ha convinto che lo zelo nell’inserire un approccio femminista nel testo della seconda lo ha reso più neocoloniale di quel che già non fosse l’articolato originario: a riprova che la decisione politica impone di passare anche in una porta più stretta di quella di cui ci parla Gide. Ho partecipato con passione e preoccupazione alle scelte guerresche in Afghanistan e in Iraq votando sempre contro: ero colpita dalle motivazioni di colleghi molto sperimentati che, nel sostenere le scelte d’intervento, opponevano l’etica della responsabilità del Parlamento all’etica dell’intenzione dei movimenti pacifisti. Alla fine del mandato sono stata responsabile con Luciano Modica del Programma dell’Ulivo per la scuola, l’università e la ricerca: pensavamo di avere almeno cinque anni per realizzarlo! Nella seconda legislatura, come Presidente della Commissione per le Politiche Europee della Camera ho imparato a interpretare la rilevanza dell’Europa come condizionamento, ma anche come opportunità: intuivo che era un orizzonte che si stava sfarinando, anche se il Ministro era una donna del livello di Emma Bonino.

 

Tu sei tornata all’Università nel 2008, che è quando ti ho conosciuta, cos’hai portato con te di questa esperienza? Com’è stato il ritorno?

Dall’insieme delle esperienze politiche ho riportato la convinzione che ogni “onore” vada vissuto come un prestito ricevuto (lo scriveva Caterina da Siena ai tempi in cui le città erano teatro di spargimenti di sangue). Dobbiamo chiederci come riconciliare responsabilità funzionale e attitudine al prendersi cura: la sovrapposizione delle cariche che somma due o più responsabilità, permettendo la continuità nei luoghi del potere, è un fattore corruttivo, perché disimpegna dal prendersi cura. Per ora l’egemonia maschile nella società non è disgiunta dalla libido del dominio maschile attraverso la guerra: le politiche di pari opportunità e di conciliazione possono essere un diversivo retorico. Penso di aver trasmesso questo pessimismo nell’articolo del 2009 su «Genere, donna, donne» e in quello del 2017 sul Pilastro Europeo dei Diritti Sociali scritto con Angela Toffanin. Quando sono tornata all’università i miei colleghi mi hanno chiesto di coordinare il Dottorato: obbliga a studiare di più, ricercare meglio e a imparare anche dai propri discepoli e aiuta a intensificare gli incontri con colleghe e colleghi. Avevo in mente il livello dei dottorati Europei in sociologia o in scienze sociali: in due anni siamo saliti ai primi posti nella valutazione d’Ateneo. Eravamo piuttosto qualificati nello studio delle migrazioni: negli anni abbiamo goduto del sostegno di Maurizio Ambrosini che ha coinvolto in Mondi Migranti me e Francesca Alice Vianello, ma anche diversi giovani promesse della ricerca. Il Dottorato dovrebbe lavorare formando una comunità d’intenti molto plurale. L’attenzione alle dimensioni gender e alle differenze dovrebbe attraversare tutte le discipline sociali. Ricordo l’inizio di un Ciclo in cui tutti i laureati in Sociologia sapevano chi era Michael Burawoy, ma nessuno conosceva Patricia Hill Collins e tanto meno il suo famoso saggio Learning from the Outsider Within, che dovrebbe non sfuggire a studiosi delle migrazioni. Per me il Dottorato è stata un’esperienza forte perché diversi candidati che ho incontrato, alcuni un po’ miei discepoli, italiani e di altri Paesi, hanno lavorato perseguendo un’idea appassionata del loro percorso di ricerca. Mi resta molto rammarico per le persone di valore che restano ai margini: troppe per un paese che ha bisogno di sostenere i giovani. Un ricordo che mi è caro è legato al mio percorso di ricerca sulle migrazioni e la transculturazione della vita quotidiana: nel 2012 dedicammo il Convegno “Lands of strangers?” alla memoria di Ray Pahl, un maestro e un amico, che avevo incontrato a Padova e nella sua casa in Toscana.

 

Com’è nato il tuo interesse scientifico per il tema della violenza di genere?

Credo di poter distinguere un incipit e tre periodi. All’inizio degli anni 90 conoscevo il tema. A Trento, ho seguito la ricerca dottorale “Su un corpo di donna” di Laura Terragni e nello stesso periodo ho letto, e discusso con lui, i primi libri di Carmine Ventimiglia. In precedenza, nel lontano 1983 (al tempo in cui Venezia era governata dal pentapartito), ho tenuto una lezione sui “contratti di genere” e le diseguaglianze nella famiglia, coinvolta da Alberta Basaglia in un corso di formazione sulla violenza familiare organizzato dal Comune. Qualcosa di simile ho presentato nel 1987 a un Convegno con Livia Turco, Tina Anselmi e Tina Lagostena Bassi, che concordavano finalmente per una legge contro la violenza sessuale in cui fosse riconosciuto questo crimine anche nel matrimonio, perseguibile a querele della parte offesa. Tuttavia l’incontro soggettivo è avvenuto con la guerra nell’ex-Jugoslavia: pulizia etnica debordante, stupri di contaminazione del corpo delle donne come simbolo della violazione della proprietà del nemico, madri che incitavano i figli ad uccidere il vicino diventato nemico. Ero Presidente della Commissione Pari Opportunità del Veneto: ho intravisto l’impatto della guerra vissuta attraverso i corpi delle donne e quelli dei loro figli e mariti. La guerra era raccontata quasi senza parole soprattutto attraverso le rifugiate – a Venezia, Jesolo e Trieste – che avevano fatto matrimoni “misti” (tra serbi e croati). Inoltre da quei territori, attraverso il gruppo delle “Donne in nero” italiane, arrivavano a Venezia , per sentieri diversi, le donne definite tra loro “nemiche”, per incontrarsi, per tentare le vie della pacificazione. Scrissi un testo nella rivistina della Commissione, Dieci domande contro la guerra. Mi chiedevo, dubitativamente, se le donne fossero “naturalmente” buone. Il mio coinvolgimento nasce in quel momento: ho mantenuto aperti gli interrogativi sulla guerra considerata attraverso il corpo delle donne e la vulnerabilità dei corpi. Qualche cooperante italiana che lavorava in quelle aree mi raccontò di una donna che non voleva parlare dello stupro subìto, ma che sbottò ricordando il “grido di agnello di mio figlio portato via” e non più rivisto. Mi pare che della vulnerabilità delle coscienze scrisse anni dopo Slavenka Drakulic, intervistando in Italia un ragazzo ex-soldato che aveva partecipato a stupri di gruppo e che era ossessionato da un ricordo e dall’idea di aver concepito un figlio con “quella” donna. Melita Richter, fino all’anno scorso, ci ha aiutato a mantenere vive queste memorie, col suo sorriso e con i suoi scritti di sociologa e femminista dal pensiero radicale. Dal 1994 sono diventata la responsabile politica del Centro Donna del Comune di Venezia, della sua ricca biblioteca e del coordinamento delle iniziative autogestite che vi si svolgevano. Alberta Basaglia era la funzionaria responsabile: mi sono trovata… obbligata a aiutarla a realizzare il suo progetto, di un Centro Antiviolenza che non fosse un’istituzione chiusa ma vivesse dentro un luogo di incontri tra lettrici, di iniziative politiche e sociali, di agio femminile. Nel 1996, con il sostegno ufficiale e logistico dell’OMS, realizzammo un Centro Donna di incontro multiculturale e di intervento anti-violenza a Sarajevo dove continuarono per anni i viaggi di supervisione e formazione delle operatrici del Centro di Venezia. Attraverso Alisa Del Re incontrai Rada Ivekovic: imparammo molto dai suoi scritti filosofici sulle trappole di ogni tipo di traduzione. All’inizio del 1997 la Ministra Anna Finocchiaro accettò il nostro progetto per una “Rete antiviolenza tra le città” e trovò i finanziamenti europei nel Programma Urban Italia. La Rete nacque coordinata dal Dipartimento Pari Opportunità del Governo, coinvolgendo inizialmente i Comuni di Roma, Napoli, Reggio Calabria, Lecce, Cosenza, Catania, e Palermo. Venezia fu il Comune capofila, sotto la mia responsabilità. Nel tempo, collaborando con Maura Misiti, Alberta Basaglia e Cristina Adami, continuai, più o meno informalmente (dati i miei ruoli istituzionali), nella supervisione scientifica delle ricerche e delle pubblicazioni nazionali, anche con le Ministre Balbo, Belillo, Prestigiacomo, Pollastrini. La Rete si allargherà fino a 17 città. Con essa si svolse la prima ricerca italiana sulla percezione della violenza, rappresentativa – secondo la finalizzazione dei fondi Europei Urban – delle aree più deprivate delle diverse città. I risultati della prima wave uscirono nel 2002. Maura Misiti e io avevamo lavorato attorno alla percezione della violenza nella costruzione dei differenti questionari È un approccio complementare, non inutile rispetto alle indagini di rilevanza dell’ISTAT. Resta ancora una ricerca a cui ispirarsi anche se, nell’interpretazione dei risultati, non demmo l’importanza dovuta alla maggiore tolleranza verso la violenza maschile sulle donne da parte dei ragazzi e delle ragazze più giovani rispetto alle coorti di adulti. Nel 2000 avevamo pubblicato anche un manuale con strumenti di lavoro per interventi con orientamenti di genere. Tuttavia i risultati più rilevanti del Progetto furono la costruzione delle reti interistituzionali locali e il confronto tra le città svolto nei seminari itineranti. Non si riuscì a costruire un protocollo standard di metodologie di lavoro. Fu una fortuna, a mio avviso. Lo stile di lavoro delle diverse città, e delle diverse esperienze, era ed è una ricchezza. Oggi ritengo che la standardizzazione porti a una specialismo che a volte nega l’ascolto ovvero tacita la voce delle donne, riducendole a vittime e sopravvissute. Da allora cominciai a riflettere sul rischio di un care pastorale e sui limiti degli approcci femministi che richiedono una conversione nell’offrire un servizio. Per me personalmente il risultato migliore fu il ritrovare, nel 2006, quando per un brevissimo periodo tornai a fare l’assessore a Venezia, che la Rete creata quasi dieci anni prima, tra servizi spesso in conflitto, aveva continuato a trovarsi senza l’input di un assessore o di un dirigente, per confrontarsi sulle diverse situazioni che venivano affrontate nel territorio. Non mi dispiacque neppure che la Rete avesse preso le distanze dagli interventi di alcune operatrici del Centro Antiviolenza propense a rendere egemonico il loro specifico modello di lavoro. Questo percorso è stato il mio training di empatia col tema, di impostazione del posizionamento verso le donne che subiscono violenza e di postura delle mie stesse domande di ricerca. Perciò, tornando all’università, il tema della violenza maschile contro le donne si intrecciò con facilità con le ricerche su genere e migrazioni e sollecitai dottorande e dottorandi su questo percorso. L’approccio che avevo seguito a Venezia era stato quello della non vittimizzazione e del cercare modalità pedagogiche e relazionali per dare voce alle donne. Nel 2010, con Arun Kumar Acharya, un giovane professore indiano che insegnava nella Universidad Autónoma de Nuevo León, potei organizzare una Scuola Estiva sulla violenza contro le donne a Monterrey, portando con me Francesca Alice Vianello, Angela Toffanin e Giulia d’Odorico. Scontammo assieme anche alcune difficoltà del nostro immaginario scientifico eurocentrico. Dai miei interventi nacque un testo di riposizionamento post-coloniale che utilizzai nell’ultimo percorso formativo a Venezia e in una rete di Comuni veneti. Questo approccio fu utile tra il 2011-2013 quando, nel Programma Daphne, fu approvato un mio Progetto sulla violenza contro le donne migranti, rifugiate e delle minoranze. Ero la coordinatrice di altri quattro team europei: Pamela Pasian, Giovanna Cavatorta e Paolo Gusmeroli, oltre a Francesca, Angela e Giulia, vi portarono expertise che si stavano consolidando. Seguendo una logica di azioni positive, la partecipazione fu riservata a donne migranti. Il coordinamento non direttivo del percorso, in parte di ricerca-azione e in parte di storytelling, fu faticoso ma ci dette la possibilità di verificare e registrare le tensioni per la reciproca violenza simbolica e, allo stesso tempo, di assistere alla formazione imprevista di uno spazio di mescolamento delle forme di conoscenza e di riconoscimento tra modelli culturali all’inizio oppositivi anche tra le diverse nazionalità. Ne uscii non convinta che i matrimoni combinati contengano maggiori rischi di violenza dei matrimoni considerati d’amore o che alcuni dei “nostri” uomini non uccidano per “onore”. Ho cercato di portare queste riflessioni anche nella mia ultima fatica accademica. Prima di andare in pensione ho diretto il corso di perfezionamento post-laurea “Violenza di genere. Promozione di reti sociali e progettazione di campagne”. In passato ho abbastanza cercato di evitare di scrivere sulla violenza maschile contro le donne, al di là di ciò che era dovuto per i miei ruoli istituzionali. Volevo mantenere una distanza dalle mie credenze consolidate e, inoltre, non ero convinta dagli approcci dualisti, dalle misurazioni della violenza e neppure dalle categorie prevalenti di definizione delle violenze. Potrei dire che l’aver frequentato più seriamente, e poi intrecciato, il concetto di violenza simbolica di Bourdieu, quello di violenza zero di Slavoj Žižek, e il pensiero di Iris Marion Young sulla corporeità come esperienza di sé, ha costituito un passaggio cruciale. Tuttavia la produzione scientifica ha bisogno di cerchie sociali strette in cui confrontarsi. Ne fanno parte le “giovani” ricercatrici che ho nominato. Per mio conto ne fa parte anche Aino Saarinen, i cui messaggi dalla Finlandia, a volte occasionali, mi hanno fatto pensare all’esistenza diffusa e sicura di una minoranza cognitiva femminista, legittimata anche se in Italia spesso lasciata ai margini. Le discussioni con una giurista e avvocata penalista sperimentata come Milli Virgilio, i confronti con Linda Laura Sabbadini, l’as­colto di Paola di Cori, i conflitti cercati con Rossana Trifiletti e Michela Fusaschi, l’insistenza di Ignazia Bartholini sul concetto di violenza di prossimità mi hanno spinto a scrivere, forzando i confini delle categorie consolidate, spingendomi a proporre parallelismi tra il Movimento #MeToo e quello di denuncia della pedofilia degli ecclesiastici cattolici. Viviamo la ricerca all’interno del nostro politeismo: per me anche nelle divergenze affettuose con Luca Trappolin, Emanuela Abbatecola ed Elisabetta Ruspini riguardo agli studi di genere, negli scambi con Francesco della Puppa sull’istituirsi delle maschilità migranti e con Orkide Izci sulle complicazioni delle genealogie diasporiche. Queste frequentazioni mi hanno aiutato a scrivere sulla violenza di genere quello che non riuscivo ad argomentare in passato.

 

Qual è il tema che ti identifica di più come sociologa?

È difficile definirsi, ma penso che il tema sia donne e differenze. Non posso dire genere-differenze, perché la chiave di lettura donne, come riferimento a più modelli di un soggetto storico-sociale, è stata quella attraverso cui ho capito l’importanza di articolare un mio approccio alle differenze.

  • Articolo
  • pp:257-279
  • DOI: DOI: 10.1485/2281-2652-202016-14
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