AIS

2014/4

Quale futuro per la professione del sociologo? (What future for the sociological profession?), di Maria Dettori


Profondi cambiamenti, nell’ambito organizzativo delle università italiane dovuti al DM 270 del 2004, accompagnati dalle Direttive e Raccomandazioni approvate a livello europeo comunitario sulla costituzione del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente, e dall’approvazione della Legge 4 del 2013 sulle professioni non incardinate negli Ordini professionali, aprono uno scenario, per molti versi, nuovo per la professione del sociologo. Qual è il futuro per questa professione, oggi, e quale potrebbe essere, domani, il suo destino? È un interrogativo a cui siamo chiamati a rispondere per poter delineare con maggiore chiarezza la strada da seguire. Quest’ultima questione non può essere ignorata se si ritiene che i corsi di laurea in sociologia, nel nostro Paese, debbano essere mantenuti e se si ritiene che la professione del sociologo sia oggi necessaria. Il sociologo ha un futuro? E chi è, oggi, il sociologo? Quali saperi sono necessari per essere sociologi e quali competenze egli deve possedere per esercitare la professione? E ancora, se riteniamo che quella del sociologo sia una professione necessaria, che cosa dobbiamo fare perché gli spazi a disposizione non siano erosi ma, al contrario, siano ampliati rispetto a quelli odierni?

What Future for the Sociological Profession?

New perspectives for social scientists have developed as a result of the profound changes in the organisation of Italian universities, in line with the European Directives and Guidelines on Lifelong Learning and the approval of «Law 4 of 2013», regarding occupations not regulated by professional orders. What is the outlook today? And what will tomorrow bring for sociologists? We must attempt to answer these questions in order to formulate the best strategy for the future, if we believe that the Master of Science in Sociology should be maintained and the profession of sociologist is needed today. Does the sociological profession have a future? What does it mean to be a sociologist nowadays? To become a professional sociologist, what knowledge and skills are required? Moreover, if we view sociology as a necessary profession, what can be done to increase job opportunities in the field?

Parole chiave: Conoscenza sociologica, Formazione, Competenze, Capacità, Professione sociologica, Sociological Knowledge, Competence, Skills, The Future of the Sociological Profession

1. La formazione del sociologo

Alla fine degli anni Settanta, i corsi di laurea in Sociologia, in Italia, si potevano contare sulle dita di una mano: Trento, Roma, Urbino, Napoli e, forse, uno o altri due in altrettante università. Pochi sicuramente. Ma anche gli studenti iscritti al corso di laurea in Sociologia non erano tanti; conseguentemente, un numero esiguo erano quelli che, alla fine del ciclo di studi, conseguivano la laurea magistrale.

Negli anni Novanta, i corsi di laurea in Sociologia sono cresciuti, ma il boom dell’incremento si è avuto soprattutto nel primo decennio del 2000.

Attualmente, i corsi di laurea magistrale di Sociologia o Sociologia e Ricerca Sociale (LM88) – di II livello – sono circa 15 ed altrettanti sono i percorsi di laurea di I livello in Sociologia (L40).

Tuttavia, a questo aumento dei corsi universitari di I e II livello, negli atenei italiani, si accompagna un decremento delle immatricolazioni. Se osserviamo i dati apparsi nel XVI Rapporto 2014 predisposto dal consorzio interuniversitario Almalaurea, sul «Profilo dei laureati 2013», si legge che «il calo delle immatricolazioni fra il 2003 (anno del massimo storico di 338 mila unità) e il 2012 (con 270 mila unità) è stato del 20%». Calo degli immatricolati che, conseguentemente, ha interessato anche gli iscritti ai corsi di laurea in discipline sociologiche.

Questo dato informativo, assai importante, va associato a quello relativo alla contrazione della popolazione italiana diciannovenne: «Il nostro Paese, nel periodo 1984-2012, ha visto contrarsi di quasi 389 mila unità la popolazione diciannovenne (meno 40% rispetto all’inizio del periodo)» (Almalaurea 2014).

Dunque, in questi ultimi decenni, da un lato, abbiamo assistito al fiorire di nuovi atenei, a un aumento dell’offerta formativa e al lievitare abbondante dei titoli universitari e, dall’altro, alla riduzione del numero delle immatricolazioni, determinate, queste ultime, da diverse ragioni, tra cui:

· la crescente difficoltà di tante famiglie a sostenere i costi diretti e indiretti dell’istruzione universitaria;

· l’aumento rilevante delle persone, in particolare dei capifamiglia, che perdono la loro condizione di occupati nel mondo del lavoro;

· il calo demografico della popolazione in età di prima iscrizione (19 anni, età canonica, o regolare) ai percorsi universitari;

· una politica del diritto allo studio nel nostro Paese ancora carente;

· una bassa attrattiva dei nostri corsi di laurea per gli studenti stranieri;

· il deterioramento attuale della condizione occupazionale dei laureati.

Fattori, questi ultimi che non lasciano intravvedere anche per il futuro, considerati i dati informativi sopra evidenziati, rosee prospettive.

1.1 L’offerta formativa degli atenei italiani

Se esaminiamo le informazioni riportate nella «Guida» del Sole 24 ore, relativa ai corsi di laurea attivati dagli atenei italiani nell’anno accademico 2014/15, osserviamo che essi offrono complessivamente 13 corsi di laurea di I livello in Sociologia (L40) e 15 corsi di laurea magistrale di II livello in Sociologia e Ricerca Sociale (L88), uno dei quali a numero chiuso (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) e uno in attesa di approvazione (Università degli Studi di Catania). Due di questi corsi di laurea (Sociologia e Ricerca Sociale e Gestione delle Organizzazioni e del Territorio), in capo all’Università degli Studi di Trento, offrono la possibilità di conseguire la doppia laurea in tandem con un’università straniera (una con la Germania e l’altra con Austria, Germania, Croazia, Olanda, Repubblica Ceca).

Da questa, pur sintetica disamina, potremmo dire che l’offerta formativa sia complessivamente bilanciata tra il I e il II livello e che, pur essendo elevato il numero di corsi di laurea, essi potrebbero soddisfare ampiamente tutte le esigenze degli studenti che intraprendono un percorso di studi sociologico.

È d’obbligo, tuttavia, per completezza di analisi, esaminare l’offerta formativa dei nostri atenei per quanto attiene alla laurea magistrale in Scienze Politiche e alla laurea magistrale in Scienze della Comunicazione. Questo ci permetterà di comprendere meglio alcuni fenomeni che stanno accadendo e che influenzano molto da vicino il futuro del sociologo.

I corsi di laurea magistrale in Scienze Politiche di II livello (LM62), in Italia, sono 23, di cui 3 a numero chiuso e 3 con doppia laurea, distribuiti in diversi atenei del nostro Paese (Università degli Studi di Macerata con doppia laurea in Russia e Ucraina; Libera Università degli Studi Sociali Guido Carli in Roma, con doppia laurea in Cina, Belgio, Gran Bretagna, Russia; Università degli Studi di Catania con doppia laurea in Belgio – Corso in attesa di approvazione).

Se esaminiamo i corsi di laurea di I livello in Scienze della Comunicazione (L20), invece, notiamo che l’offerta formativa dei nostri atenei prevede ben 51 corsi. Per quanto attiene l’offerta formativa per queste classi di discipline, notiamo che i corsi di laurea magistrale (LM59) in Scienze della Comunicazione Pubblica d’Impresa e Pubblicità contano 37 corsi di laurea magistrale di cui 6 a numero chiuso e 2 con doppia laurea (1 all’Università degli studi Link Campus University in Roma con doppia laurea in Israele e 1 presso l’Università degli Studi di Bergamo, con doppia laurea negli Stati Uniti). Sempre nell’ambito di queste discipline dell’informazione e della comunicazione, si può rilevare che i corsi di laurea magistrale in Informazione e Sistemi Editoriali (LM 19) presentano un’offerta formativa presso i nostri atenei di 14 corsi di laurea magistrale, di cui 3 a numero chiuso e 1 con doppia laurea negli Stati Uniti, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Un’offerta formativa – quella per Scienze della Comunicazione sia di I che di II livello ­– più che triplicata rispetto a quella offerta per Sociologia di I e II livello e con un conseguente elevato numero di laureati in uscita dagli atenei italiani. Laureati che si pensa aspettino di potersi inserire nel mercato del lavoro piuttosto velocemente (com’è giusto che sia) ma che, per le reali richieste del mercato, sono costretti a stazionare e rimanere in stand by forse per lunghi periodi. Eppure, i dati a disposizione evidenziano che, di anno in anno, i corsi di laurea di I e II livello in discipline della Comunicazione tendono a crescere in maniera esponenziale nei nostri atenei.

1.2 Le equipollenze dei titoli

Con i laureati in Scienze Politiche, da tantissimi anni, i laureati in Sociologia condividono l’equipollenza del percorso di studi ritenuto valido per l’inserimento lavorativo nella pubblica amministrazione[1]. Stessa cosa non accade per l’equipollenza con Scienze della Comunicazione.

Il Decreto Interministeriale[2] del Natale 1998 ha stabilito l’equipollenza tra la laurea in Scienze della Comunicazione e quella in Sociologia, aprendo di fatto, a questi laureati, la strada per l’impiego pubblico consentita ai laureati in Sociologia.

Il «comunicatore» può partecipare ai concorsi pubblici aperti ai laureati in Sociologia ma non viceversa. Una vera beffa per i sociologi, che richiede di essere sanata in tempi brevi. E, allora, ci domandiamo il perché di tale provvedimento. Perché si è avuto bisogno di dare spazi specifici della professione del sociologo a un’altra figura di laureato? Possiamo dire effettivamente che il laureato in Scienze della Comunicazione abbia effettuato lo stesso percorso di studi del laureato in Sociologia, tale da poter dire che egli sia un sociologo? Ci sembra di no. Se così fosse, che bisogno ci sarebbe stato di aprire corsi di laurea in Scienze della Comunicazione, dato che la laurea in Sociologia (vecchio ordinamento) prevedeva tra i suoi indirizzi quello di Comunicazione? E ancora, com’è stato possibile che, in tanti anni, esattamente 16, da quando questo Decreto Interministeriale è stato approvato, i sociologi attraverso le loro associazioni non abbiano sentito l’esigenza di fare battaglia per sanare tale ingiustizia?

È chiaro che si sono voluti concedere degli spazi a questa figura professionale, erodendo di fatto spazi d’inserimento professionale ai sociologi. È nostra convinzione che, nell’era della comunicazione e dell’informazione, qual è quella che stiamo vivendo, ci sia la necessità di avere la figura del «comunicatore». Chi scrive non ha sicuramente titolo per dire che tali corsi di laurea siano tanti o pochi o nel numero giusto, ma si pone la seguente domanda: il nostro mercato del lavoro, attuale e futuro, è in grado di accogliere il numero dei giovani laureati in tali materie? È vero che la stessa domanda si pone anche per tante altre figure di laureati, soprattutto in un’epoca di crisi economica come quella che stiamo attraversando e che richiama alla necessità di porre più attenzione al metodo della programmazione dei percorsi universitari, in relazione alle necessità dei mercati del lavoro.

Tuttavia, si ritiene che tale provvedimento di equipollenza unidirezionale non dovesse essere fatto e, soprattutto, non dovesse essere fatto a discapito della figura del sociologo. Figura che le nostre università hanno formato e continuano a formare con corsi di laurea dedicati.

2. Certificazione delle competenze del sociologo

La Legge 14 gennaio 2013, n. 4, «Disposizioni in materia di professioni non organizzate», in vigore dal 10 febbraio 2013, disciplina le professioni non organizzate in Ordini o Collegi, tra cui quella del sociologo/a.

La qualificazione della prestazione professionale si basa sulla conformità della medesima a norme tecniche Uni Iso, Uni En Iso, Uni En e Uni, denominate «normativa tecnica Uni»[3].

I requisiti, le competenze, le modalità di esercizio dell’attività e le modalità di comunicazione verso l’utente individuate dalla «normativa tecnica Uni» costituiscono principi e criteri generali che disciplinano l’esercizio autoregolamentato della singola attività professionale e ne assicurano la qualificazione.

Le associazioni professionali e le forme aggregative associative collaborano all’elaborazione della «normativa tecnica Uni» relativa alle singole attività professionali, attraverso la partecipazione ai lavori degli specifici organi tecnici o inviando all’ente di normazione i propri contributi nella fase dell’inchiesta pubblica, al fine di garantire la massima consensualità, democraticità e trasparenza.

Gli organismi di certificazione accreditati dall’organismo unico nazionale di accreditamento[4], possono rilasciare, su richiesta del singolo professionista anche non iscritto ad alcuna associazione, il certificato di conformità alla «normativa tecnica Uni» definita per la singola professione.

La Società Italiana di Sociologia, Sois, di cui chi scrive si onora di far parte e le altre associazioni quali l’Associazione Italiana di Sociologia, Ais (che ha il merito di aver avviato per prima tale percorso) e l’Associazione Nazionale Sociologi, Ans, hanno già intrapreso il percorso per la certificazione e sono attualmente impegnate a disegnare e definire i contenuti professionali che determineranno, una volta terminato l’intero iter, di addivenire alla norma tecnica Uni per la professione del sociologo.

Le Associazioni suddette si stanno muovendo in sinergia (per la prima volta nella storia associativa italiana), trattandosi di una materia che richiede velocità per poter ottenere la norma Uni in tempi rapidi e considerato che la professione del sociologo ha bisogno di tale norma per poter essere esercitata regolarmente.

Chi scrive ha la convinzione che, con l’approvazione della Legge 4/2013 e l’adozione della «normativa tecnica Uni» si apriranno scenari nuovi per la professione del sociologo, che porteranno innanzitutto a individuare spazi professionali riconosciuti in aree, ambiti, settori che prima erano territorio esclusivo di altre professionalità, o in aree di competenza in cui le conoscenze ed il saper fare del sociologo sono essenziali.

L’adozione della «normativa tecnica Uni» che certifica e qualifica la professione del sociologo vorrà dire, di fatto, che non potranno conseguentemente non adottarsi norme che indichino l’impiego del sociologo in aree, ambiti, settori, servizi, interventi, che richiedono specificatamente competenze tipiche di questa professionalità.

Per comprendere meglio questo aspetto, si può vedere il novellato Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio che, mediante l’inserimento di alcuni articoli che modificano la precedente versione, prevede che «gli interventi operativi di tutela, protezione e conservazione dei beni culturali nonché quelli relativi alla valorizzazione e alla fruizione dei beni stessi, di cui al Titoli I e II della Parte Seconda del Codice, siano affidati alla responsabilità e all’attuazione, secondo le rispettive competenze, di archeologi, archivisti, bibliotecari, demo-etno-antropologi, antropologi fisici, restauratori di beni culturali, esperti di diagnostica e di scienze e tecnologia applicate ai beni culturali e storici dell’arte, in possesso di adeguata formazione ed esperienza professionale»[5]. Provvedimento normativo che rappresenta una vera rivoluzione copernicana nel Settore dei Beni Culturali e del Paesaggio che, fino all’altro ieri, non riconosceva le professionalità sopra indicate quali professionalità atte ad agire in questi ambiti specifici e apriva formalmente la strada esclusivamente alle professioni incardinate negli ordini.

Ci si aspetta che anche per i sociologi accada la stessa cosa. Su questo dobbiamo, ancora una volta, fare squadra, essere coesi, intelligenti, insistenti, presenti nei luoghi delle decisioni, affinché vengano approvati provvedimenti legislativi che aprano ufficialmente alla professione del sociologo in ambiti dove il sociologo ha diritto ad operare perché figura competente e specifica per quella determinata materia.

In questo senso, gli ambiti di azione sono tanti, ad iniziare dall’area della ricerca, del sociale, della sanità, delle politiche di programmazione urbana, ecc. Ambiti/aree che oggi, più di ieri, richiedono competenze specifiche che appartengono alla cassetta degli attrezzi del sociologo.

2.1 Requisiti di conoscenza, abilità e competenza del sociologo nel Quadro europeo delle qualifiche

L’attività di formazione per la professione di sociologo s’inquadra nell’ambito della «qualificazione delle professioni» stabilita dai riferimenti legislativi nazionali ed europei[6].

Due sono gli obiettivi a cui si tende con il Quadro europeo delle qualifiche (Eqf):

a. promuovere la mobilità transfrontaliera dei cittadini;

b. agevolare l’apprendimento permanente.

L’Eqf include tutti i livelli delle qualifiche acquisite (da 1 a 8) nell’ambito dell’istruzione generale, professionale e accademica, nonché della formazione professionale, occupandosi, inoltre, delle qualifiche acquisite nell’ambito dell’istruzione e della formazione iniziale e continua. Gli otto livelli di riferimento sono descritti in termini di risultati dell’apprendimento.

Nell’Eqf, il singolo risultato dell’apprendimento viene definito da ciò che un individuo conosce, comprende e sa fare al termine di un processo di apprendimento. L’Eqf si concentra pertanto sui risultati dell’apprendimento che sono delineati secondo tre categorie: conoscenze, abilità e competenze.

Ciò significa che le qualifiche, in combinazioni differenti, si riferiscono a un ampio ventaglio di risultati dell’apprendimento, incluse le conoscenze teoriche, le abilità pratiche e tecniche e le competenze sociali, che prevedono la capacità di lavorare insieme ad altre persone. L’Eqf è anche in grado di sostenere gli individui in possesso di una vasta esperienza maturata sul lavoro o in altri campi di attività, agevolando la validazione di tale apprendimento non formale e informale. Di seguito, si preciseranno alcuni aspetti che, tenendo conto del quadro europeo di riferimento e delle normative italiane in essere, nonché del profilo professionale che si ritiene debba avere la figura del sociologo, sono stati di fatto argomentati e dettagliati nella proposta di scheda Uni inviata all’Organismo Nazionale di Certificazione da Ais, Ans e Sois, al fine della stesura della «norma tecnica Uni», che dovrà essere discussa e approvata.

Tenuto conto di questo quadro di riferimento, possiamo da subito dire che, se si considerano i requisiti di conoscenza che il sociologo deve possedere in merito a teorie, metodologie di lavoro e di ricerca, nonché a pratiche operative che fanno capo al settore disciplinare della sociologia, egli è colui che ha intrapreso un percorso formativo universitario che lo condurrà al conseguimento di un titolo universitario specifico.

Per quanto attiene i requisiti di abilità che il sociologo deve possedere, conseguenti al livello di apprendimento, intesi come abilità che consentono di applicare le conoscenze acquisite e di usare il know how necessario, nell’esperienza professionale, per la risoluzione di problemi e per la realizzazione di specifici compiti, si possono elencare di seguito alcune di queste abilità.

tab.1_ Quale futuro per la professione del sociologo

tab.2_Quale futuro per la professione del sociologo-2

Definite le conoscenze e abilità del sociologo, possiamo esaminare le competenze che egli può mettere in campo professionalmente.

Le competenze consistono nella capacità di usare, in un determinato contesto, conoscenze, abilità e capacità – personali, sociali e metodologiche – in situazioni di studio e/o di lavoro, nonché nello sviluppo personale e professionale.

Il sociologo può mettere in campo, nell’esercizio della professione, una o più delle seguenti competenze:

· applicare le conoscenze sociologiche consolidate o di frontiera per affrontare problemi sociali anche complessi;

· progettare e realizzare un intero iter di ricerca sociale empirica;

· individuare e definire obiettivi e interrogativi di ricerca, formulare ipotesi, stabilire nessi causali da sottoporre a verifica;

· reperire, gestire e trattare dati sui contesti sociali ed organizzativi, anche di diversa fonte/natura;

· individuare l’approccio più adatto allo studio e alla analisi della problematica/tematica su cui si focalizza l’attenzione;

· leggere criticamente i contributi scientifici disponibili su un dato tema e predisporre schemi analitico-procedurali calibrati su uno specifico tema di indagine per comunicare efficacemente i risultati ottenuti;

· pianificare e programmare politiche di sviluppo territoriale, urbano, culturale, educativo, turistico, socio sanitario, sociale e di tutela ambientale;

· analizzare l’impatto della regolazione (Air);

· progettare soluzioni per problemi/organizzazioni/strutture semplici o complesse;

· utilizzare metodologie di problem solving e progettazione degli interventi necessari;

· sviluppare analisi, organizzare e gestire processi di valutazione di servizi/progetti/interventi;

· strutturare processi di analisi socio-economica in diversi ambiti di intervento;

· progettare, coordinare e valutare politiche sociali e socio-sanitarie e singoli percorsi di intervento;

· progettare, gestire e valutare interventi di prevenzione e di contrasto al disagio sociale, alla devianza e al crimine;

· progettare, condurre, valutare percorsi di partecipazione e di empowerment in specifici contesti, al fine di cambiare o migliorare gli stessi e la qualità della vita delle persone che in esso vivono;

· progettare e gestire percorsi di accountability per le organizzazioni pubbliche e private;

· prevenire, mappare, o mediare conflitti sociali;

· progettare interventi integrati sulle famiglie, sulle istituzioni educative e formative;

· applicare adeguati strumenti nell’ambito della ricerca sui media e sulla comunicazione;

· progettare e gestire piani di comunicazione;

· progettare eventi culturali e analizzare il loro impatto sociale;

· utilizzare adeguati strumenti nell’ambito della ricerca di mercato e applicata ai processi complementari del marketing (sociale, politico, ecc.);

· applicare adeguati strumenti nell’ambito dell’analisi della pubblica opinione;

· utilizzare metodologie in grado di integrare il sapere sociologico con quello di altre e nuove discipline (neuroscienze, big data, ecc.) che possono apportare significativi cambiamenti nella qualità delle relazioni umane a qualsiasi livello, sia micro sia macro;

· gestire le risorse umane;

· coordinare gruppi di lavoro finalizzati a conseguire specifici obiettivi;

· offrire alle amministrazioni soluzioni organizzative di servizi, strutture e unità operative;

· dirigere strutture/servizi sociali e/o socio-sanitari e/o della formazione semplici e complessi;

· dirigere strutture/organizzazioni del terzo settore e orgasmi di rappresentanza di interessi diffusi;

· trasmettere i contenuti teorici e operativi della disciplina.

2.2 Descrizione della professione del sociologo

L’individuazione delle conoscenze, abilità e competenze del sociologo ci permette di delinearne con più precisione il profilo professionale.

Il/la sociologo/a studia, osserva, rileva e analizza fenomeni, processi, strutture e sistemi sociali, ne interpreta il manifestarsi, nei diversi aspetti di persistenza e mutamento, attraverso la costruzione e l’uso di specifici indicatori e di modelli descrittivi, esplicativi e di simulazione, a vario livello di generalizzabilità e applicabilità. Pianifica e programma politiche di sviluppo territoriale, urbano, culturale, educativo, turistico, socio sanitario, sociale, della salute e di tutela ambientale progettando interventi e servizi mirati nelle diverse macro aree in cui si trova ad operare.

Anche in raccordo con altre figure professionali il/la sociologo/a:

a.   ricostruisce nessi causali, formula ipotesi probabilistiche e, più in generale, descrive effetti e scenari che derivano dalla combinazione di persistenze e mutamenti, in particolare, da innovazioni, riforme, politiche e interventi, nei diversi contesti e ambiti di azione sociale, siano essi prodotti attraverso la leva dell’intervento normativo, di quello economico, di quello politico, di quello culturale, nonché dalle innovazioni tecnologiche;

b.   progetta e rende operativi strumenti di monitoraggio e valutazione del disegno di ricerca, nonché dell’implementazione e attuazione, nei diversi contesti di riferimento, di riforme, politiche e interventi che incidono sugli assetti delle strutture organizzative e sulla qualità della vita degli attori che in essa operano.

In base a dati di ricerca (analisi di banche-dati, osservazione diretta, analisi di report, ecc.), il/la sociologo/a esplora, fa emergere e promuove la rappresentanza paritaria di tutti i punti di vista di cui sono portatori gli attori di un dato contesto, riconosce e definisce gli aspetti problematici (anche connotati in termini di conflittualità) del medesimo contesto sociale od organizzativo e formula proposte di intervento in risposta ai problemi emersi.

In questo quadro il/la sociologo/a può svolgere la propria attività allo scopo di:

· analizzare la realtà sociale interpretando i dati raccolti in un dato contesto e valutare i processi e/o gli esiti di ricerche-intervento (ricerca);

· fornire indicazioni pratiche a coloro che devono prendere decisioni rilevanti per una data collettività o gruppo organizzato (per esempio decisori della sfera istituzionale pubblica o dei contesti organizzativi privati) (consulenza);

· tradurre in strumenti attuativi, in specifici contesti lavorativi, linee strategiche e di azione stabilite dai livelli decisionali (intervento);

· diffondere il sapere teorico e operativo della disciplina e della professione (formazione).

La realizzazione di un iter di ricerca sociale risponde generalmente a un duplice macro-obiettivo:

1.   da un lato conoscere/approfondire/ricostruire fenomeni sociali, organizzativi, socio-culturali, socio-economici, socio-educativi, socio-sanitari, ecc.;

2.   dall’altro individuare soluzioni, ancorate ai percorsi valutativi, che consentano di realizzare interventi migliorativi del vivere sociale e di produrre innovazione nei processi comunicativi e nei contesti organizzativi.

La pratica della professione di sociologo/a si fonda su metodologie e tecniche specifiche, volte allo studio, alla ricerca, alla consulenza, alla programmazione, alla progettazione, all’analisi, alla valutazione empirica e all’intervento su fenomeni, processi, strutture, aggregazioni, gruppi, organizzazioni e istituzioni sociali, nonché all’indagine sugli orientamenti dell’opinione pubblica, sui modelli di comportamento, sugli stili di vita, sugli orientamenti di valore della totalità della società o di suoi segmenti.

2.3 Macro aree d’interesse in cui opera il sociologo

Diverse sono le macro aree in cui si esplica l’attività professionale del sociologo. Di seguito, vengono indicate alcune macro aggregazioni, contraddistinte per vicinanza o interazione di materie trattate. Si tratta di un’elencazione effettuata per illustrare meglio i campi di azione professionale in cui il sociologo/a opera, o potrebbe essere impegnato professionalmente.

Ci si soffermerà in questa esposizione delle macro aree su alcune di esse, in particolare, su: area delle politiche del welfare, della salute e del benessere; area della metodologia e della ricerca; area dello sviluppo rurale, urbano, ambientale; area della comunicazione, informazione e dei processi culturali e dei media; area delle politiche pubbliche e delle istituzioni.

fig.1_Quale futuro per la professione del sociologo-3

Saranno tralasciate, per problemi di spazio, le analisi delle aree seguenti: terzo settore e cooperazione internazionale; lavoro e organizzazioni; diritto e mediazione dei conflitti; formazione del capitale umano.

Ci si propone, eventualmente, di affrontare l’esposizione di queste macro aree d’interesse, ma anche di quelle già trattate, in un ulteriore scritto, eventualmente arricchendolo di altre riflessioni. Il suggerimento che si fornisce ai colleghi è di ragionare essi stessi su questa proposta di approccio, sviluppando ulteriori contenuti relativi a queste macro aree e provando ad analizzare competenze e abilità che possono essere richieste e che possono essere offerte dalla professione del sociologo.

Questo lavoro potrebbe rilevarsi di grande utilità, non solo per l’arricchimento dei contenuti dei corsi di laurea e della formazione continua ma anche per definire meglio i campi di azione della professione del sociologo.

2.3.1 Area delle politiche del welfare, della salute e del benessere

Fanno capo a questa macro area tutte le materie che attengono ai servizi alla persona, intesi nel senso più ampio, dove la figura del sociologo da e può dare utili contributi portando la sua specifica competenza, sia nel versante:

1.   dell’analisi di fenomeni, problematicità, criticità che attengono alla sfera dei bisogni della persona e delle organizzazioni a più livelli strutturate;

2.   della programmazione di piani e programmi semplici e complessi quali a titolo di esempio i piani sociali di zona, i piani locali unitari dei servizi, i piani distrettuali di programmazione dei servizi socio-sanitari integrati, i piani di affido e adozione, i piani per la non autosufficienza e la disabilità ecc.;

3.   della progettazione e gestione di servizi ed interventi per il miglioramento delle prestazioni sociali, socio-sanitarie, educative e del benessere complessivo delle persone e dei gruppi (adolescenti, famiglie, immigrati, senza lavoro, servizi e interventi per la prima infanzia, disabilità ecc.);

4.   della organizzazione e gestione degli osservatori sulle diverse problematicità ed esigenze: osservatori dei servizi sociali provinciali; osservatori sulla e della povertà; osservatori per la famiglia; osservatori sulle politiche della prima infanzia e dell’età adolescenziale; osservatorio della disabilità, osservatorio del welfare, ecc.;

5.   della cura della persona e dei conflitti familiari e generazionali anche mediante l’uso di saperi, metodologie, tecniche di sociologia clinica e della mediazione dei conflitti;

6.   di promozione della qualità dei servizi, di comunicazione, di empowerment per la valorizzazione delle risorse del territorio e di promozione della cittadinanza attiva;

7.   di informazione e comunicazione mirata alla qualità della vita;

8.   di marketing sociale, ecc.

È una macro area che si occupa di aspetti molto complessi ed è trasversale per gli interessi che attengono al settore pubblico ma anche al settore privato delle imprese profit e non profit (fondazioni, cooperative, società per azioni che gestiscono servizi e strutture sanitarie e socio sanitarie integrate, società di servizi alla persona ecc.).

Attualmente, nel settore pubblico, il numero più consistente dei sociologi è impegnato nella sanità o opera nel settore dei servizi socio-sanitari integrati.

Tuttavia è necessario che, quanto prima, si faccia pressione nelle diverse sedi istituzionali sia statali sia regionali sia sanitarie sia degli enti locali affinché le competenze che attengono alla professionalità del sociologo non vengano affidate ad altre figure professionali che hanno competenze molto settoriali o hanno strumenti del sapere e del saper fare non completamente adeguati a ricoprire alcuni ruoli o spazi di lavoro.

In questa direzione penso per esempio che nel campo della sanità il ruolo di dirigente dei Servizi Socio-Sanitari debba essere affidato più alla figura professionale del sociologo che a quella dello psicologo o del medico o dell’assistente sociale. Figure queste che hanno un taglio di studi e competenze più settoriali, che di profilo più ampio, rispetto alla preparazione del sociologo. Servizi questi invece che richiedono di essere gestiti con un approccio d’insieme e con competenze tipiche del profilo del sociologo.

Così come non è assolutamente accettabile che negli uffici di piano dei piani di zona (PdZ) o dei piani locali unitari dei servizi (Plus) non sia prevista d’obbligo la figura professionale del sociologo. Egli, infatti, ha conoscenze, competenze, abilità sia sul versante dell’analisi dei fenomeni e problematicità che sul versante dell’interpretazione dei dati che sul versante della programmazione, progettazione e gestione dei servizi.

Così come sul versante degli osservatori non è accettabile che il sociologo non sia, a tutti gli effetti, ritenuto la figura principe di buoni criteri di organizzazione, funzionamento e gestione di tali importanti strutture conoscitive dei fenomeni e problematicità che attengono al welfare. Per cui, spesso, assistiamo ad osservatori che si occupano di rilevazione dei dati, di ricerca, di analisi delle problematicità e dei fenomeni sociali, educativi, socio sanitari e sanitari gestiti da figure con scarse competenze professionali.

Sono solo tre esempi per far comprendere come spazi di lavoro, oggi solo parzialmente ricoperti dai sociologi, possano, di fatto, essere rivendicati nelle sedi competenti.

Numerosi sono i sociologi impegnati nelle imprese non profit che si occupano di servizi sociali, socio-sanitari integrati ed educativi per la persona e la famiglia. Molti lavorano in queste imprese occupandosi di ricerca sociale e di lettura dei fenomeni sociali. Un numero elevato di colleghi ha affinato elevate competenze nel campo della programmazione e progettazione dei servizi e molti ricoprono ruoli di responsabilità nelle imprese in cui sono inseriti. Ma, anche qui, occorre dare man forte, attraverso le nostre organizzazioni associative, a quanti operano nel settore delle imprese private, soprattutto per fare in modo che l’impiego come lavoratori a tempo determinato, spesso con bassi livelli stipendiali, non si traduca, come spesso accade in precariato.

In questa macro area di attività, si rileva anche una presenza di sociologi clinici, della mediazione e della gestione del conflitto. Essi spesso operano o al servizio degli enti o del privato o in autonomia con propri studi professionali. Un versante nuovo per la nostra professione, ma molto importante, soprattutto nella gestione dei conflitti e nella mediazione tra persone o tra gruppi.

2.3.2 Area della Metodologia e della Ricerca

Probabilmente, può essere considerata l’area principale, il focus, il cuore del sapere sociologico. Quando si pensa al sociologo, in genere, si associa tale figura professionale alla ricerca. Sappiamo, infatti, che è possibile avere conoscenza se si fa ricerca. Questa ci permette d’indagare, di porre ipotesi, di valutarle o confutarle. Attraverso la ricerca, possiamo analizzare fenomeni sociali, scenari, capire in che direzione la nostra società si sta muovendo o potrebbe andare, indicando leve di azione che possono consentire di accompagnare o modificare atteggiamenti e comportamenti o politiche di sviluppo.

In quest’area, i sociologi operano, o possono agire, portando il proprio sapere, le proprie abilità e competenze d’indagine e operando, quando è necessario, con altre figure professionali, a seconda del campo d’investigazione: statistici, scienziati della politica, economisti, epidemiologi, ecc.

Gli enti pubblici e privati che si occupano di ricerca e l’università sono il naturale sbocco per il sociologo. Tuttavia, anche in questi ambiti, occorre fare di più affinché gli spazi di lavoro si amplino. Penso, per esempio, agli uffici studi, agli uffici di programmazione presenti in molti enti pubblici, nei ministeri, nelle Asl, negli enti locali in particolare nelle regioni.

Anche qui bisognerà che le nostre associazioni, ma anche il mondo accademico, si attivino per indicare o sollecitare che all’interno di questi uffici ci sia la presenza qualificata del sociologo.

2.3.3 Area dello sviluppo rurale, urbano, ambientale

Questa macro area, oggi, sta diventando veramente importante, alla luce anche di molte criticità e problematicità derivanti dall’uso fatto del territorio da parte dell’uomo, dai cambiamenti climatici, dall’inquinamento, dalla grave crisi economica e sociale, dall’uso degli spazi urbani e rurali e degli spazi abitativi.

Ecco, questa penso sia una macro area dove, se sappiamo essere abili e competenti, portando il nostro sapere complessivo e quello specializzato, si possano davvero trovare spazi professionali prima impensabili.

In questa macro area, è sicuramente necessario conoscere i diversi fenomeni e le diverse criticità derivati dall’uso del nostro territorio. Oggi, infatti, non è pensabile attivare politiche urbane senza porsi nella condizione di leggere il contesto urbano, gli insediamenti umani che vi insistono, i fenomeni di degrado, l’articolazione delle città e all’interno di esse l’articolazione dei quartieri ricchi e poveri, degradati e non, centrali e periferici.

Non è possibile non affrontare questioni che oggi stanno diventando vere e proprie emergenze, a causa anche della grave crisi economica che ha depauperato il reddito d’intere famiglie, le quali si trovano ad affrontare non solo la mancanza del lavoro, ma anche la perdita delle proprie abitazioni o l’assenza di luoghi abitativi, che tengano conto delle possibilità economiche delle persone. La questione della casa oggi si è spostata, per molti versi, da «diritto all’abitazione» a «preoccupante emergenza», sia per la generale riduzione della capacità d’acquisto o di accesso al bene, sia per l’accelerazione che gli stili di vita imprimono ai consumi delle città.

Oggi si stanno facendo largo, sempre più, progettualità che tendono al co-housing o all’abitare collaborativo finalizzate a produrre spazi in condivisione abitativa che meglio rispondono a logiche di sharing economy o economia di condivisione, sposando di fatto logiche culturali relative «al prendere parte», o partecipare, o collaborare nelle decisioni di scelte economiche per il vivere comune di un determinato territorio o contesto di vita.

Città di grandi dimensioni si stanno già muovendo in questa direzione con al suo interno cittadini che cominciano a fare pressione affinché ci si muova in una logica dell’abitare sociale, che miri al recupero degradato di molti quartieri della periferia urbana ma anche dei centri storici.

In questa direzione, appare davvero anacronistico che nei comuni, il settore dei lavori pubblici e il settore della programmazione urbanistica, continuino a essere gestiti con figure professionali tecniche più concentrate e competenti sui manufatti che sulle persone che quei manufatti devono vivere.

Il sociologo potrebbe dare un grande contributo nell’analisi dei contesti urbani, nella programmazione dei luoghi e modalità dell’abitare e nell’insediamento dei servizi necessari a dare vita a quartieri che spesso si presentano nel loro squallore come quartieri dormitorio o quartieri con un elevato livello di conflittualità derivato dalla presenza massiccia di comunità immigrate differenti, con etnie, lingue usi e costumi differenti e per assenza di politiche di progettualità e coesione sociale ed urbana tese a realizzare il buon vivere delle persone.

Problematiche legate al degrado ambientale e all’inquinamento rurale e urbano, così come tematiche legate al riutilizzo degli spazi fino ad ieri occupati da insediamenti industriali inquinanti o da insediamenti artigianali e industriali oggi in disuso aprono a questioni legate, non solo all’approfondimento di tali materie, ma anche ai temi della programmazione e nuova progettazione dello spazio.

In questa macro area, si potrebbero aprire opportunità ampie per la professione del sociologo ed occorre attrezzarsi in questa direzione, arricchendo la propria cassetta degli attrezzi (del sapere, delle abilità e delle competenze) per prepararsi meglio e potersi inserire professionalmente anche con velocità.

2.3.4 Area della comunicazione, informazione e dei processi culturali e dei media

Questa macro area è sempre stata assai cara ai sociologi; ha rappresentato uno dei possibili indirizzi di studio all’interno del corso di laurea in Sociologia e rappresenta tutt’oggi uno dei percorsi che maggiormente interessa la nostra disciplina.

Ma sappiamo anche che questa è l’area dove maggiormente s’incrociano il know how e le competenze dei laureati di Sociologia con quelle di coloro che provengono dai corsi di Laurea in Scienze della Comunicazione Pubblica d’Impresa e Pubblicità.

Tuttavia, gli apporti professionali potrebbero essere diversi considerato il percorso complessivo di ciascuna laurea.

L’avvento del digitale e dell’interconnessione delle reti, delle piattaforme, dei diversi media, il cosiddetto «sistema cross mediale» che si muove soprattutto tramite Internet, che consente una maggiore e più ampia comunicazione ed informazione, condizionerà enormemente la vita sociale. La conoscenza dei media, il loro utilizzo, l’avvento dei social network delineeranno nuovi scenari e con ogni probabilità nuovi modelli del vivere sociale. Il sociologo s’inserisce in queste intersezioni come il professionista capace di leggere e interpretare tali fenomeni e di collaborare con progettualità atte a costruire città intelligenti.

2.3.5 Area delle politiche pubbliche e delle istituzioni

Questa macro aggregazione comprende le materie che attengono alle politiche pubbliche nazionali e/o internazionali nonché quelle che attengono alle istituzioni. Le prime, intese come processi, programmi, percorsi messi in campo in ambito pubblico e le seconde relative allo studio delle organizzazioni istituzionali, al loro articolarsi ma anche ai modelli che contraddistinguono o danno vita alle strutture istituzionali.

In questa macro area, i sociologi si trovano spesso a confrontarsi con gli scienziati della politica, con gli esperti del diritto ma anche con gli economisti. Oggi, quest’area è particolarmente interessante per i cambiamenti in corso, a livello nazionale, sia dei sistemi politici sia della nuova formulazione che potrà conseguire da essi, a seguito della modifica della carta costituzionale, nonché per le politiche che ciascun livello istituzionale potrà andare a mettere in campo: a livello internazionale, per la nuova modellazione, ma anche per la conflittualità interna presente in alcuni stati o in aree anche del nostro vicino Mediterraneo e che hanno visto talvolta forti coinvolgimenti popolari.

Ma già da subito possiamo dire, a livello sia nazionale sia internazionale, che i risvolti determinati dalla grave crisi economica e sociale e dalle diverse modalità di partecipazione del cittadino, anche mediante i social network, alla vita della politica (democrazia digitale) sta determinando non pochi cambiamenti con scenari che si prospettano nuovi.

Il sociologo può, a buon titolo, essere considerato un esperto della materia perché ha gli strumenti che possono portare ad una maggiore conoscenza di tali fenomeni politico-istituzionali e di opinione, ma anche perché ha gli strumenti per comprenderne i possibili scenari di sviluppo.

L’aumento degli spazi d’inserimento professionale del sociologo in questa macro area d’interesse può essere, nel prossimo futuro, molto importante. Perché ciò accada sarà necessario investire maggiormente nel know how, soprattutto a livello di corso di laurea, attivando sinergie con altre università europee ed internazionali.

In questo versante, il lavoro dei ricercatori di Sociologia della politica e delle istituzioni potrebbe ampliarsi così come, all’interno delle istituzioni, potrebbero crearsi spazi professionali non di poco rilievo, tenuto conto che le Organizzazioni istituzionali avranno necessità di meglio modellare tali nuovi assetti organizzativi.

2.4 I profili specialistici

Ma qual è il futuro per la professione, oggi e quale potrebbe essere domani il suo destino?

Abbiamo individuato le macro aree di azione in cui già oggi molti dei nostri colleghi operano come sociologi, spesso anche in ruoli di dirigenza, di strutture semplici o complesse, ma sappiamo anche che molti altri colleghi si sono inseriti nel mercato del lavoro senza che la propria professionalità fosse correttamente riconosciuta anche se, poi, di fatto, essi vengono considerati indispensabili, per la capacità e competenza con cui espletano la professione di sociologo/a.

Molti, troppi, tuttavia sono i colleghi che, dopo avere ultimato il percorso universitario, faticano a inserirsi nel mercato del lavoro.

Ciò nondimeno, mi sembra necessario evidenziare che il futuro per la professione del sociologo ci potrà essere se ci sarà un maggiore investimento di tutti noi, accademici e sociologi professionisti, finalizzato a creare una figura professionale più corazzata, sia sul versante del bagaglio conoscitivo sia di quello del saper fare.

Il sociologo, nell’ambito di alcune specifiche macro aree d’interesse lavorativo e tenendo conto delle competenze possedute, può assumere la veste di esperto/a e/o specialista della materia portando il proprio apporto disciplinare alla soluzione di criticità o dando contributi specialistici allo sviluppo di processi organizzativi e alle elaborazioni progettuali che mirano a creare maggiore conoscenza e comprensione della società e delle sue articolazioni organizzative, in vista del miglioramento delle sue condizioni di sviluppo.

Qui di seguito, ma solo a titolo esemplificativo, ne vengono indicati alcuni:

· sociologo/a clinico/a;

· sociologo/a dei processi di mediazione e partecipazione;

· sociologo/a dei processi di programmazione e progettazione;

· sociologo/a dei processi di valutazione e monitoraggio;

· sociologo/a dei processi formativi ed educativi;

· sociologo/a del diritto;

· sociologo/a del territorio e dell’ambiente;

· sociologo/a del terzo settore e della cooperazione internazionale;

· sociologo/a dell’economia, del lavoro e delle organizzazioni;

· sociologo/a della comunicazione, dei processi culturali e dei media;

· sociologo/a della politica e delle istituzioni;

· sociologo/a della salute;

· sociologo/a delle politiche pubbliche e del welfare;

· sociologo/a metodologo/a della ricerca.

In altre professioni, abbiamo potuto notare che la preparazione di profili specialistici ha consentito da un lato di avere esperti più preparati e dall’altro di poter creare sbocchi occupazionali in ambiti oggi impensabili. Ecco, se questo è stato possibile, per esempio, per i laureati in Medicina e Chirurgia o per quelli in Ingegneria, perché non deve essere possibile per i laureati in Sociologia?

3. Conclusioni

Si ritiene opportuno chiudere questo contributo con alcune proposte mirate a costruire e rinforzare una identità professionale più marcata, generalista quanto basta ma anche specializzata, necessaria per poter realizzare maggiori e qualificati spazi lavorativi.

All’inizio di questa trattazione, ci siamo domandati che cosa fosse necessario fare affinché gli spazi a disposizione non venissero erosi, ma ampliati ancor più di quelli che abbiamo oggi.

Per rispondere alla questione, è necessario attivarsi allo scopo di:

a.   Rinforzare i saperi sociologici. L’articolazione delle macro aree d’interesse per la professione del sociologo evidenzia anche la tipologia di saperi sulla quale occorre lavorare di più, puntando ad arricchire le conoscenze sociologiche. Ma occorre anche implementarne nuovi saperi, per essere maggiormente preparati. Effettuare focus di approfondimento su aspetti, teorie, esperienze, ricerche, metodologie e conoscenze che arricchiscono il nostro bagaglio conoscitivo.

b.   Rinforzare le abilità e competenze professionali. Anche questo versante va ulteriormente potenziato e visto sempre in relazione alle macro aree di cui si è parlato, ma anche a nicchie di competenza che possono essere ulteriormente sviluppate. Se si pensa con attenzione alla formazione del sociologo e alle competenze che egli deve possedere, sostanzialmente (anche se, per alcuni versi, appare riduttivo) possiamo dire che abbiamo bisogno:

· di arricchire la nostra conoscenza sulle metodologie della ricerca, dell’analisi, della formulazione delle ipotesi, della sistematizzazione dei dati, degli strumenti e programmi per elaborare le informazioni, per interpretare il dato conoscitivo ecc.;

· di saper fare una programmazione e progettazione anche di tipo europeo. Quindi, questo significa conoscere la metodologia, saperla usare e tradurre, migliorare le competenze relative al monitoraggio di progetti, alla valutazione d’interventi, servizi, politiche.

Gli enti pubblici, ma anche quelli privati profit e non profit hanno necessità sempre di più di figure professionali esperte e competenti, in particolare sulle specificità poc’anzi individuate. Questo significa, quindi, che non solo chi effettua formazione come mandato principale ma tutti i sociologi hanno bisogno d’investire maggiormente in formazione continua. È essenziale, non si può vincere una sfida se non si è preparati e per essere preparati occorre investire costantemente il proprio tempo e le proprie energie nella propria preparazione.

c. Costruire alleanze e sinergie conoscitive che escano dai confini nazionali al fine di rendere più attrattivi i corsi di laurea in Sociologia e i corsi di laurea magistrale in Sociologia e Ricerca Sociale (ed anche su questa denominazione di laurea magistrale bisognerebbe a mio avviso ritornare e se possibile chiamarla laurea magistrale in Sociologia e Metodologia della Ricerca, aprendo così un orizzonte più vasto nel campo dei saperi, del saper fare e degli sbocchi occupazionali).

Costruire alleanze e sinergie per fare in modo che essi diventino un punto di riferimento non solo per gli studenti italiani ma anche per attrarre studenti provenienti da altri paesi europei ed extra europei (altro punto dolente delle nostre università tenuto conto che ospitiamo presso i nostri atenei un numero molto esiguo di studenti stranieri che vengono in Italia per effettuare percorsi formativi specifici e acquisire un titolo universitario). Si può fare. Non abbiamo bisogno di aumentare il numero dei corsi di laurea in Sociologia ma di accrescerne il numero degli iscritti e di rinforzarne i contenuti per renderli più appetibili.

I dati illustrati nel primo paragrafo evidenziano che solo l’Università degli Studi di Trento ha attivato la doppia laurea. Questa dovrebbe essere la strada da seguire, anche aprendo nuove o più forti sinergie con il mondo delle professioni e il mondo accademico internazionale e promuovendo relazioni mirate ad arricchire la didattica e la ricerca ma anche ad investire sullo scambio esperienziale, anche all’estero, non solo dei docenti ma anche degli studenti che afferiscono ai percorsi relativi alle discipline sociologiche. I progetti Erasmus sono importanti così come sono importanti le borse di studio presso università, enti e imprese all’estero. Su questo aspetto si deve fare di più. Abbiamo bisogno di rinforzare il nostro sapere ma anche di potenziare le nostre abilità e competenze e su questo versante abbiamo bisogno di fare più esperienze, osservare come lavorano gli altri, aprire nuovi orizzonti, seminare relazioni e sviluppare nuove idee.

d. Presenziare nei luoghi delle decisioni. Questa è un’altra esigenza improcrastinabile per tutelare i nostri spazi ma anche per fare in modo che se ne creino dei nuovi nelle diverse macro aree sopra evidenziate. Non è un discorso corporativistico ma abbiamo bisogno di capire che nessuno avrà interesse a creare spazio ai sociologi se essi non ne sono per primi convinti. Chiedere di partecipare ai luoghi dove si programma e si prendono delle decisioni vuole dire far conoscere la professione, indicare le competenze che possono essere utili in quel determinato programma, servizio, intervento, ecc., vuole dire affermare la nostra esistenza. Questo lo dobbiamo a noi ma anche a tutti i colleghi che si sono formati come sociologi e che da soli non hanno nessuna forza. Dobbiamo rilevare e analizzare i luoghi dove altri colleghi occupano posti di responsabilità e chiedere loro di essere squadra, invitandoci a quei tavoli, aiutandoci a trovare criticità dove occorre trovare soluzioni anche normative per farvi fronte.

e. Utilizzare le associazioni dei sociologi per agire insieme, per non essere divisi, deboli, pur nelle proprie particolarità ma non perdendo di vista l’obiettivo comune che è quello di costruire insieme il futuro della professione del sociologo.

La sfida è molto interessante e penso che valga la pena misurarsi per ottenere dei buoni frutti e fare spazio ad una professione che ritengo molto importante in quest’epoca di grandi cambiamenti.

Riferimenti bibliografici

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Barbieri, F. (2014), Tutti i corsi di laurea attivati dagli Atenei italiani nell’anno accademico 2014/15, Milano, Guida del Sole 24 Ore.

Fleiscner, E., Mazza, M., Boda, P. (2000), Internet la madre di tutte le TV. Il progetto Rai News 24, Roma, ERI.

Fleiscner, E. (2007), Il paradosso di Gutenberg. Dalla Crossmedialità al Media on Demand, Roma, ERI.

Rodotà, S. (2013), Il diritto di avere diritti, Roma-Bari, Laterza.

Rodotà, S. (2014), Il mondo della rete, Roma-Bari, Laterza.

Rodotà, S. (2004), Tecnopolitica. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione, Roma-Bari, Laterza.


1

La laurea in Sociologia è dichiarata equipollente a quelle in Scienze Politiche e in Economia e Commercio dalla Legge 6 dicembre 1971 n. 1076.

2

Il Decreto Interministeriale del 21 dicembre 1998 (Gazzetta Ufficiale del 30 gennaio 1999, n. 24) stabilisce l’equipollenza della laurea in Scienze della Comunicazione con la laurea in Scienze Politiche e in Sociologia.

3

Direttiva 98/34/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 22 giugno 1998, Linee Guida CEN 14 del 2010.

4

Ai sensi del Regolamento Comunità Europea n. 765/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 luglio 2008.

5

«Legge Madia», Modifica al Codice del Beni Culturali e del paesaggio (D.Lgs n. 42 del 22.01.2004). Art. 9 bis «professionisti competenti ad eseguire interventi su beni culturali» e art. 182 bis (istituendo dei registri ufficiali per le singole professioni). Legge licenziata dalla Commissione Permanente del Senato e trasmessa al Senato il 18 giugno 2014.

6

Direttiva 2013/55/UE relativamente al riconoscimento delle qualifiche professionali. Nuove norme pubblicate, nella GUCE L 354/132 del 20.12.2013, il 17.01.2014 (Direttiva che sostituisce per gran parte dei contenuti la Direttiva 2005/36/CE); Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente (EQF); Guida CEN 14, Edizione Italiana a cura di UNI – Ente Nazionale Italiano di Certificazione, Aprile 2011.

  • Articolo
  • pp:159-179
  • DOI: 10.1485/AIS_4_2014_FOCUS_4
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