AIS

2014/3

Come nasce un’istituzione scientifica: la Facoltà di Sociologia di Trento a vocazione logico-sperimentale (The Birth of a Scientific Institution: the Trento Faculty of Sociology), di Mino B.C. Garzia


Il saggio presenta quel «processo unico in Italia di istituzionalizzazione della conoscenza sociologica», di «quella complessa operazione di preparazione, formazione e qualificazione didattica» quel processo nei suoi primi anni che resterà poi, anche nei momenti più difficili, l’impronta dominante della sociologia in Italia. Si presenta la costituzione di una facoltà che in quanto tale impartisce insegnamento, didattica, cioè trasmette conoscenza sociologica al più alto livello. E in tale trasmissione didattica è sottesa una opzione scientifica da parte dei responsabili accademici, o quanto meno un orientamento dato dalla tradizione della disciplina stessa. Dunque, procediamo innanzitutto con la prima delle regole scientifiche: la descrizione. Forse, mai tutto ciò è stato così vero – la topica prima ancora della critica – come per la storia della sociologia e dell’analisi sociologica, non esclusa la storia della facoltà trentina.

The Birth of a Scientific Institution: the Trento Faculty of Sociology

This essay deals with the process of institutionalization of sociological knowledge in Italy; «that particular and complex process of educational organization and qualification», which characterized its early years and will remain, even in its most difficult times, the basic hallmark of Italian sociology. We wish to illustrate the early years of a faculty, which as such provides education, conveying knowledge in its highest form. Education implies a scientific approach, the methodology inspired by the discipline. We therefore proceed with the first scientific rule: description.

Parole chiave: Ingegneria sociologica, Sociologia statistico-matematica, Sociologia storica, Metodologia logico-sperimentale, Didattica sociologica, Sociological Engineering, Statistical and Mathematical sociology, Historical Sociology, Logical-Experimental Methodology, Sociological Didactics

Per la storia delle Scienze sociali, nel nostro Paese, Sociologia di Trento ha rappresentato un processo unico in Italia, di istituzionalizzazione della conoscenza sociologica, cioè di sperimentazione di un piano di studi disciplinare e didattico conforme allo stato storico-sistematico della disciplina e alla trasformazione delle sue conoscenze tradizionali e nuove. Istituzionalizzare non vuol dire solo codificare determinate conoscenze teoriche o meta-sociologiche in una determinata disciplina, ma soprattutto indica le complesse operazioni volte allo scopo di trasformare un sapere, perché esso possa essere adeguatamente trasmesso. Istituzionalizzare vuol dire dunque compiere una complessa operazione di preparazione, formazione e qualificazione didattica … Tale processo è stato accompagnato da una attività giuridico-amministrativa di statizzazione della sociologia di Trento, nell’ordinamento universitario italiano (Barbano 2004, 155).

Il pensiero del prof. Barbano, qui sopra riportato, contiene precisamente lo spirito e la procedura scientifica da noi adottata in questo breve studio. Di quel «processo unico in Italia di istituzionalizzazione della conoscenza sociologica», di «quella complessa operazione di preparazione, formazione e qualificazione didattica», secondo le precise espressioni di Barbano sopra riportate, si è parlato poco o quasi niente. Qui noi vogliamo presentare quel processo nei suoi primi anni (1962-1967) che resteranno, poi, anche nei momenti più difficili, l’impronta dominante della sociologia in Italia, sullo sfondo della sociologia italiana di sempre. In questo senso, procediamo secondo le indicazioni vichiane: prima la topica e poi la critica (De nostri temporis studiorum ratione, III); o, con Machiavelli, alla ricerca della «verità effettuale della cosa, [piuttosto] che alla immaginazione di essa» (Il Principe, XV, 1). La «cosa» qui è – bisogna ricordarlo – la costituzione di una facoltà che, in quanto tale, deve offrire e assicurare insegnamento, didattica, cioè trasmettere conoscenza al più alto livello, ripetiamo sociologica; perché questo compito si è dato, così vuole chiamarsi e così vogliono gli studenti che liberamente si iscrivono. E in tale trasmissione didattica è sottesa una opzione scientifica da parte dei promotori e dei responsabili accademici o, quanto meno, un orientamento che scaturisce dalla tradizione della disciplina stessa. Ci siamo concentrati di più sulla scena, cioè sulle opzioni e sulla offerta didattica e di ricerca che è poi ciò che gli studenti, che hanno in animo di iscriversi alla Facoltà, vogliono in primis conoscere; invece, del retroscena, abbiamo riportato solo alcuni fatti immediatamente esplicativi della scena. Dunque, procediamo, innanzitutto, con la prima delle regole scientifiche: la descrizione. Forse, mai tutto ciò è stato così vero – la topica prima ancora della critica – come per la storia della sociologia e dell’analisi sociologica, e ancor più per la storia della facoltà trentina.

1.I precedenti: corsi, insegnamenti, scuole

Quando arrivò il momento della fondazione di una facoltà di sociologia, la robusta tradizione secolare ebbe la sua importanza, nonostante le prevedibili differenze e orientamenti politico-baronali che saranno saltati letteralmente a piè pari, anche e soprattutto sulla base di una forte richiesta da parte di quelle forze dell’economia e dell’impresa più lungimiranti, del resto come sempre, rispetto alle baronie e agli intellettuali. In questo paragrafo, ripercorriamo brevemente lo svolgimento storico, rimandando per gli approfondimenti ad altri nostri contributi. Il processo di istituzionalizzazione della scienza sociologica inizia, in Italia come in Gran Bretagna, Germania, Francia, alla fine del XIX secolo[1] con la nascita delle prime riviste e dei primi corsi all’interno delle università che portano esplicitamente il nome di «sociologia» (con nomi diversi – come per le altre scienze – era in auge già da secoli, particolarmente in Italia): ricordiamo, per l’Italia, tra gli altri, il primo corso di sociologia tenuto all’Università di Bologna da Siciliani nell’anno accademico 1878-79 e la Rivista Italiana di Sociologia (1897-1921)[2]. Tra la fine degli anni Settanta e la fine del secolo XIX, tutti gli eventi significativi nel processo di istituzionalizzazione sono riassunti nello studio citato nella nota 2.

Nel corso della progressiva affermazione si poneva il problema delle cattedre. Ma, ad andarci piano con l’istituzione di cattedre erano i più seri e avveduti sociologi, come ad esempio Cavaglieri che sul rigore scientifico era indefettibile. Nel 1903, in occasione della chiamata in cattedra di sociologia nella Facoltà giuridica dell’Ateneo romano, assegnata unanimemente ad Achille Loria, professore di economia politica nell’Università di Torino, leggiamo sulla Rivista Italiana di Sociologia il seguente commento:

... Mentre ci rallegriamo della scelta, a noi importa … rilevare il fatto che [mentre] la sociologia … sta per avere il posto che le spetta nell’insegnamento ufficiale; … saremmo lieti se a ciò potesse, in qualche misura, aver contribuito l’opera nostra. Ad un tempo ci sia lecito osservare che, coll’affermarsi stesso della sociologia, tanto più incombe l’obbligo ai cultori di essa di portarvi serietà di intendimenti e rigore di metodo … non una disciplina di divagazioni inutili o di discussioni senza alcun valore scientifico (1903, 705).

Per l’improvvisa caduta del Governo, le procedure si fermarono. Il ministro era De Marinis, lo stesso che, per disposizione del ministro Baccelli, nel dicembre 1898 ebbe istituita una cattedra di sociologia nella facoltà giuridica dell’Università di Napoli. Tra l’altro, il trattato sociologico di De Marinis è di tutto rispetto per l’epoca.

Quando, nel 1908, il Consiglio comunale di Milano approva l’istituzione di una Scuola superiore di scienze sociali, Cavaglieri viene chiamato a far parte della commissione nominata allo scopo, che comprendeva, oltre a cinque consiglieri comunali e all’assessore all’istruzione del Comune Bassano Gabba – sostenitore tenace dell’idea –, Gaetano Mosca dell’Università di Torino e Napoleone Colajanni dell’Università di Napoli. Guido Cavaglieri viene incaricato di stendere la relazione che doveva precedere il progetto definitivo. Questo è il commento della Rivista Italiana di Sociologia:

... La RIS, che, per alcuni anni quasi da sola, ha combattuto fortemente per la diffusione in Italia degli studi sociologici, condotti con metodo positivo e con serietà d’intenti, non può che essere pienamente sodisfatta della civile e moderna iniziativa del Comune di Milano, augurando che essa abbia sollecita attuazione. Soltanto ci permettiamo un avvertimento: la Scuola superiore di scienze sociali di Milano, per l’importanza dell’ente che la promuove e per il carattere quasi ufficiale che assumerebbe, deve contenersi entro un programma non troppo ampio, ma bene determinato, e, più che tutto, deve assolutamente negare il passo al dilettantismo, tanto pericoloso nelle scienze sociali per la loro ancora non completa elaborazione, e che, purtroppo, si è infiltrato tanto spesso nell’insegnamento dato nelle nostre Università popolari, nelle Scuole libere, ed anche in molti degli istituti superiori di scienze sociali, all’estero, che, nella relazione e nella discussione al Consiglio comunale di Milano, furono citati ad esempio (1908, 346).

E, ancora, nello stesso anno, qualche numero dopo:

«Sembrava ... al prof. Cavaglieri che tutta l’organizzazione della scuola dovesse essere rivolta al raggiungimento del fine per il quale era fondata, la creazione di un centro di coltura superiore per gli studi sociali e politici: avviamento da un lato, alle ricerche scientifiche sull’essenza e lo svolgimento della società e degli Stati; preparazione, dall’altra, alla vita pubblica e alla conoscenza dei principali problemi che interessano le amministrazioni. Egli avrebbe desiderato che si formasse un vero Istituto superiore (con annessa biblioteca e laboratorio per varie discipline), al quale potessero accedere persone fornite già di una certa cultura scientifica, con un personale insegnante fisso, scelto con tutte le garanzie possibili ... L’idea, però, non fu accolta che in parte: per spirito democratico, pure lodevolissimo, si volle la Scuola aperta a tutti, … e si credette prematuro gettare le basi di un laboratorio...». Tra le materie d’insegnamento «dobbiamo dimostrare apertamente il massimo compiacimento nel vedere designate come degne di insegnamento molte discipline che riteniamo essenziali per lo studio dei fenomeni sociali, e soprattutto nel vedere accettato il principio, già altra volta sostenuto nel programma di questa Rivista, e poi costantemente applicato, della massima cooperazione che devono porgere le varie scienze sociali alla formazione di una scienza sociologica, il cui avvenire non deve essere compromesso da fallaci o esagerate opere d’assieme». Infatti si volle sostituire il corso di Introduzione alla scienza sociale proposto con quello di Storia delle istituzioni sociali, «nel timore che, malgrado la cura posta nella scelta dell’insegnante, questi fosse poi tratto a creare un vero corso di Sociologia, oggi, forse, prematuro, nel quale venisse a generalizzazioni affrettate o a ricostruzioni pericolose, per chi voglia che l’insegnamento abbia un carattere prettamente scientifico e non sia il frutto di intuizioni personali, per quanto profonde e acute» (1908, 744-748).

Con la fine della prima guerra mondiale un intraprendente sociologo, Francesco Cosentini, costituisce una nuova associazione a Torino, l’Istituto Internazionale di Sociologia – con una rivista, Vox Populorum in cinque lingue – che organizzerà Congressi di Sociologia[3] (uno dei quali presieduto da Ferdinand Tönnies, un altro dal presidente della Repubblica austriaca), in cui si invitavano anche studiosi tedeschi allora esclusi dall’Istituto fondato dal sociologo francese Worms. Con la riforma universitaria del 1923, la sociologia viene introdotta come materia obbligatoria per la laurea in scienze sociali e facoltativa per la laurea in scienze politiche presso l’Università di Padova; obbligatoria presso la Facoltà di scienze politiche di Roma e presso l’Istituto di scienze sociali di Firenze, dove già alla fine del XIX secolo si era avuto un percorso di laurea in economia politica e sociologia. Dal 1928, è obbligatoria presso le scuole e facoltà di statistica (Roma, Padova, Milano, Firenze, Bologna, Palermo) e, dal 1936, è facoltativa in sei università. È in gran parte merito di Gini se l’insegnamento della sociologia è potuto penetrare, tra le due guerre, nell’università italiana «spezzando ferree catene d’interessi accademici e urtando contro la sclerosi dell’idealismo» (Marotta 1958, 300)[4]. Come si sa, l’ignoranza idealistica di varie tendenze, con la pretesa di assegnare patenti di cittadinanza, era diretta non solo contro la sociologia, ma anche contro la letteratura (es., polemiche contro Giovanni Pascoli), la chimica, la matematica (es., polemiche con Federico Enriques): «un clima culturale sempre più dominato da una arrogante filosofia idealistica che emarginava le scienze naturali e matematiche» (Scardovi 2001, VIII)[5].

2. Gli anni Cinquanta: «industriali, operatori economici, pubblici amministratori danno notevole impulso agli studi e ricerche sociologiche»

La Società Italiana di Sociologia[6] organizza il XIV Congresso dell’Institut International de Sociologie (I.I.S. fondato nel 1893 da Worms che ha avuto tra i suoi sostenitori Tarde, Simmel, Gumplowicz, Loria, Tönnies, Ferri, Giddings, Niceforo, Sorokin), che si tiene a Roma dal 30 agosto al 3 settembre 1950. Viene eletto presidente dell’I.I.S. Corrado Gini, in precedenza vice-presidente. Il discorso presidenziale verterà su «Economia e sociologia» (poi pubblicatoBNL Quarterly Review luglio-settembre 1950). Gli Atti vennero pubblicati due anni dopo, a Roma, a cura della Società Italiana di Sociologia. In seguito, si terranno congressi a Istanbul, Beaune (Côte d’Or, Francia), Beirut, Norimberga, Città del Messico, Cordoba (Argentina) ecc. Gini sarà presidente per tredici anni, fino al 1963[7] e come tale partecipa alla fondazione della Sezione tedesca dell’I.I.S. (Wiesbaden, 21-22 aprile 1951).

Nel 1949, si era tenuto a Oslo il congresso con cui veniva costituita una nuova associazione, la International Sociological Association (ISA), sotto gli auspici dell’Unesco. Qui si decise di tenere il primo Congresso internazionale di sociologia a Zurigo nel settembre 1950 e si stabilirono contatti permanenti con 53 paesi, tra i quali l’Italia. Dai documenti preparatori, apprendiamo che «delle associazioni di sociologia esistono esclusivamente nei seguenti paesi: Belgio, Brasile, Cina, Germania, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Stati Uniti; … contatti sono stati stabiliti e sono state ricevute informazioni dai seguenti sociologi: … Italia: Prof. C. Gini; Prof. V. Castellano»[8]. Dopo Liegi e Amsterdam, il quarto Congresso mondiale di sociologia venne convocato a Milano-Stresa dall’8 al 15 settembre 1959[9], sotto il patronato dell’Unesco, dall’organizzazione del Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa Sociale e dall’Associazione Italiana di Scienze Sociali. Vi presero parte circa 800 congressisti provenienti da 51 paesi, di cui 176 dall’Italia. Per la prima volta vi parteciparono delegati dei paesi dell’area sovietica.

Un’antica tradizione mai interrotta quella italiana, riconosciuta anche da Sorokin, la cui prima grande opera storiografica apparve nel 1928, col titolo Contemporary Sociological Theories, dove vengono citati cinquantuno autori italiani e, tra questi, sono ampiamente trattati Carli, Gini, Michels e Pareto. Circa quarant’anni più tardi, con l’opera Sociological Theories of Today (1966), ritorna a ragionare sui diversi filoni della sociologia, prendendo in considerazione le principali teorie sociologiche apparse tra il 1925 e il 1965. Vedi Sorokin (1966, I-II trad. it.). Si tratta di due opere che egli stesso qualifica come «rassegne critiche».

Congressi, convegni, riunioni, associazioni, riviste ecc. andavano sempre più crescendo. Nel 1951, viene fondato, con decreto del Presidente della Repubblica, l’Istituto Luigi Sturzo, dal quale, nel 1957, nascerà la rivista Sociologia. Sempre nel 1951, inizia le pubblicazioni la rivista Quaderni di Sociologia di Nicola Abbagnano, emanazione del suo Centro di Studi Metodologici, fondato nel 1946. La rivista Genus di Corrado Gini, fondata prima della guerra, pubblicava regolarmente saggi e resoconti di sociologia, mentre documentava l’attività internazionale. La Revue internationale de sociologie, per impulso di Gini, riprende le pubblicazioni nel 1954 con sede a Roma La Sapienza, Istituto di Statistica. Nel 1955, si apre la sezione sociologica presieduta da Battaglia del Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale. Nel 1957, si ha la costituzione ufficiale della Associazione italiana di scienze sociali (Aiss) (presidente onorario Luigi Einaudi e presidente effettivo Renato Treves) con lo scopo di collegare i sociologi e gli altri scienziati sociali e, come si legge nell’art. 2 dello statuto: «inoltre promuove l’organizzazione istituzionale della sociologia, dell’antropologia culturale e della psicologia sociale». Il primo Congresso nazionale dell’Aiss si tenne a Milano (31 maggio-2 giugno 1958). Furono pubblicati due volumi degli atti del congresso. La Rassegna Italiana di Sociologia di Pellizzi[10] inizia le pubblicazioni nel 1960.

È precisamente vero che «sono stati gli industriali, gli operatori economici dei più diversi tipi, i pubblici amministratori, gli organizzatori politici e sindacali coloro che per primi, subito dopo la fine della guerra, di fronte ai grandi problemi della ricostruzione, dello sviluppo economico, del progresso tecnico e via dicendo si sono resi conto dell’esigenza di conoscere la società in cui vivono per poter operare efficacemente in essa e che, sul modello degli americani, hanno dato un considerevole impulso agli studi e alle ricerche sociologiche…». (Treves 1960, 174). Treves coglie perfettamente il punto, quando osserva che sono stati gli imprenditori e dirigenti, il mondo del lavoro e dell’impresa a sentire forte l’esigenza di una figura professionale nuova quale quella del sociologo. È, però, incomprensibile quando aggiunge «che i contributi dati alla sociologia da questi enti, se sono indubbiamente pregevoli per aver dato alla materia un maggior senso di concretezza e una maggiore forza di espansione, possono costituire però anche un notevole pericolo incoraggiando un pragmatismo eccessivo e minacciando di trasformare una disciplina scientifica, quale dovrebbe essere la sociologia, in una mera tecnica che serve a qualsiasi fine e di trasformare degli scienziati, quali dovrebbero essere i sociologi, in semplici professionisti che operano al servizio dei loro propri clienti» (Treves 1960, 174). Sbaglia clamorosamente quando si preoccupa che il sociologo possa diventare un professionista al servizio del cliente e non uno scienziato: le due figure non sono alternative e la stragrande maggioranza degli studenti, oggi come allora, non vuole divenire uno scienziato, ma piuttosto un preparato professionista ricercato dalla società e dalle imprese. E il professionista sarà tanto più preparato se avrà appreso la sua disciplina da scienziati motivati e preparati. Era esattamente questa la prima impostazione della facoltà di sociologia di Trento. Era l’impostazione di Carlo Cattaneo con il suo «Politecnico» in un’epoca di grande trasformazione. Per non parlare di Saint-Simon e di Comte. Quell’incomprensione nefasta è durata nel tempo presso circoli talvolta influenti, con un picco acuto disastroso nel sessantotto-sessantanove e parte del settanta, colpendo a Trento quasi esclusivamente gli insegnamenti sociologici, specie quelli di impianto istituzionale e forte peso teoretico. Ma di ciò parleremo in un prossimo saggio.

Adriano Olivetti, industriale e promotore del Movimento di Comunità, fonda nel 1946 le Edizioni di Comunità, da cui poi verrà, nel 1962 – in concomitanza con la nascita dell’Istituto Universitario di Scienze Sociali di Trento –, l’importante collana «Classici della Sociologia», con i primi autori Max Weber e Vilfredo Pareto. Olivetti era amico personale del sociologo francese Friedman, il cui volume Dove va il lavoro umano era uno dei testi obbligatori per la prova di ammissione all’Istituto di Trento. Aveva già, tra gli altri, pubblicato Ferrero, Gurvitch, Piaget, Taylor, Mumford, Braga, Gutkin, Mannheim e ancora Friedman sulla sociologia dell’organizzazione del lavoro, antico interesse di Olivetti, che nel 1937 aveva fondato la sua prima rivista bimestrale Tecnica e Organizzazione, sulla quale scriveva egli stesso di organizzazione e tecnica industriale, di servizi sociali e di architettura in relazione all’industria.

Nella Bibliografia della sociologia italiana di Barbano e Viterbi (1959), che copre gli anni 1948-1958, su 1624 titoli, almeno la metà sono classificati come sociologia dei fenomeni economici, sociologia dei fenomeni industriali, relazioni umane, relazioni pubbliche, sociologia rurale e sociologia urbana. Medesima la distribuzione in Viterbi (1970) che copre il periodo 1945-1970 con 3470 titoli. Notiamo che gli autori hanno talvolta utilizzato un criterio allargato nel classificare come sociologici alcuni lavori. Perciò, sfrondando le loro bibliografie dei titoli di generico orientamento sociale e di quelli di riflessione filosofica, politica, giuridica, si vede chiaramente quanto l’approccio veramente sociologico abbia contribuito alla conoscenza della realtà italiana in primo luogo nei settori su elencati. Conoscenza che nessuna altra disciplina ha prodotto, né avrebbe potuto produrre.

In un documento dattilografato non firmato e senza data (probabilmente della fine degli anni Cinquanta), trovato tra le carte della Società Italiana di Sociologia depositate presso l’Archivio Marotta a Roma, in cui si ricostruisce in modo molto sommario la storia della sociologia italiana nel corso del Novecento, leggiamo in conclusione dell’esposizione: «… Lo sviluppo ormai raggiunto degli studi sociologici e la schiera sempre più numerosa dei suoi cultori fanno bene sperare per il progredire della scienza sociologica. È notevole qui a questo riguardo accennare alla proposta già avanzata dalle competenti autorità per la creazione presso l’Università di Roma di una Facoltà di scienze sociologiche. Se tale proposta troverà favorevole accoglienza, la scienza sociologica ne trarrà, come è naturale, grande vantaggio» (pp. 8-9).

Ormai, la creazione di una Facoltà di Sociologia era nell’aria. Era da vedere chi sarebbe arrivato prima: «L’idea di una Facoltà di Sociologia a Trento è nata al Congresso di S. Vincent (Aosta) nel settembre 1961, dove si trattava il problema dello “squilibrio regionale in Italia”[11] e si constatava l’importanza di un contributo sociologico per analizzarlo e risolverlo. L’idea fu merito del presidente della Provincia Autonoma di Trento, Bruno Kessler. Con ciò, egli dimostrava la persuasione che un’impostazione scientifico-positiva delle scienze sociali era indispensabile per superare i limiti delle ideologie e dare ai programmi politici un maggior carattere di realizzabilità. La decisione rivelò un’audacia indiscutibile…» (Demarchi 1968, 22).

3. Estate 1962. Istituto Universitario di Scienze Sociali – Trento. «Una scienza sperimentale per lo sviluppo industriale e la professione sociologica»

Dal bell’opuscolo informativo senza data (presumibilmente dell’estate), apprendiamo dell’inizio dei corsi il 5 novembre 1962. L’inaugurazione ufficiale avvenne il 14 successivo con la prolusione del prof. Feliciano Benvenuti. Il programma di studi è ripreso dalla rivista Prospettive di efficienza, luglio 1962, diretta da Franco Demarchi, sotto il titolo «L’Università di Sociologia sorgerà a Trento l’autunno prossimo» con un commento finale a firma F.D., in cui tra l’altro si dice: «Il progetto presenta caratteri di assoluta novità per l’Italia. Solo il recente sviluppo industriale ha rivelato quanto sia necessario disporre di sociologi di professione e di conoscenze sociologiche profonde per organizzare grandi complessi industriali, per amministrare saggiamente il personale, per prevenire e comporre i conflitti del lavoro e le disfunzioni inevitabili degli agglomerati urbani, per guidare senza sorprese e senza scosse l’evoluzione delle comunità locali, per razionalizzare il mercato e il servizio amministrativo…» (4-6).

Biennio propedeutico: I corso (Matematiche generali, Psicologia sociale con fondamenti di Psicologia generale, Istituzioni di sociologia, Economia, Dottrine sociali comparate, Inglese, Francese o Tedesco); II corso (Statistica, Strutture sociali, Sociologia culturale, Teoria generale del diritto e dello stato, Francese o Tedesco; due corsi semestrali facoltativi fra: 1° semestre: a) Psicologia della personalità, b) Etnologia; 2° semestre: c) Demografia, Sviluppo storico della società contemporanea).

Secondo Biennio: in comune ai due orientamenti Istituzioni di diritto, Politica economica, un corso di perfezionamento in una lingua estera fra quelle scelte nel biennio. Due seminari semestrali di ricerca; per l’orientamento generale: Storia delle scienze sociali, Metodologie delle scienze sociali, Sociologia della morale e Sociologia del diritto, inoltre quattro corsi da scegliersi tra quelli proposti dalla Facoltà; per l’orientamento speciale: a) indirizzo urbano e rurale (Sociologia urbana e rurale, Diritto amministrativo, Politica amministrativa ed organizzazione della comunità, inoltre tre corsi da scegliersi fra quelli proposti dalla Facoltà); b) indirizzo del lavoro ed industriale (Sociologia del lavoro ed industriale, Diritto del lavoro, Organizzazione e gestione aziendale, inoltre tre corsi da scegliersi fra quelli proposti dalla Facoltà). Si doveva ancora tener presente che almeno due corsi a scelta del secondo biennio dovevano essere a carattere sociologico[12].

Nell’opuscolo, leggiamo che «la laurea in sociologia generale prepara docenti e ricercatori nelle discipline sociologiche per le università, le istituzioni internazionali, i centri di ricerca economico e sociale, le scuole di servizio sociale. La laurea in sociologia speciale prepara alle carriere direttive in cui vi sia impiego di tecniche sociologiche: nella pubblica amministrazione, ministeri, regioni, province e comuni – specie: negli uffici studi, nelle segreterie ed uffici pubbliche relazioni, nei dipartimenti del lavoro, dell’urbanistica, del personale; nelle aziende private, specie: uffici studi, segreterie di direzione, servizi del personale, tecniche direzionali, pubbliche relazioni; negli istituti di previdenza, negli enti di sviluppo agricolo, negli enti assistenziali; negli enti di consulenza aziendale, di ricerca di mercato, di urbanistica, ecc.».

E, ancora: «l’Istituto di scienze sociali di Trento – primo in Italia – sorge dalla collaborazione fra la Provincia di Trento ed altri importanti enti locali e nazionali per consentire, anche agli studenti italiani, il conseguimento di una laurea in Sociologia così come da tempo è possibile negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia, nell’Unione Sovietica ed in altre nazioni. L’Istituto è un libero ateneo; la pratica per il riconoscimento è in corso».

Sono ammessi ai corsi studenti in possesso del diploma di maturità classica, scientifica o di istituto tecnico superiore (per questi ultimi l’ammissione è subordinata all’esito di una prova scritta di storia contemporanea, dal 1815 ai giorni nostri. Sono pure suggeriti i testi sui quali prepararsi: G. Luzzatto, Storia economica dell’età moderna e contemporanea; G. Friedmann, Problemi umani del macchinismo industriale; Dove va il lavoro umano?). Le tasse ammontano a 47.000 lire annue e, oltre alle consuete esenzioni, sono previste borse di studio in denaro o sotto forma di posti gratuiti presso il pensionato universitario. Per sostenere l’esame di laurea è necessario avere superato: per l’orientamento generale 19 corsi e per l’orientamento speciale 18 corsi (col primo Bollettino ufficiale saranno poi fissati rispettivamente in 20 e 19). Due corsi semestrali corrispondono a un corso annuale.

Il Collegio commissariale. Svolge le funzioni del Consiglio di Facoltà un collegio composto da: Prof. Marcello Boldrini (ordinario di statistica all’Università di Roma; presidente dell’Istituto internazionale di statistica; accademico dei Lincei; accademico pontificio; vice presidente dell’Eni)[13]; Prof. Feliciano Benvenuti (ordinario di diritto amministrativo all’Università Cattolica di Milano; incaricato di diritto amministrativo a Ca’ Foscari di Venezia; direttore generale dell’Istituto per la scienza dell’amministrazione pubblica di Milano); Prof. Giorgio Braga (libero docente in sociologia dell’Università Cattolica di Milano); Prof. Giordano Dell’Amore (ordinario di tecnica bancaria e professionale all’Università commerciale L. Bocconi di Milano; presidente della Cassa di Risparmio delle Provincie lombarde); Prof. Ferdinando Di Fenizio (ordinario di politica economica all’Università commerciale L. Bocconi di Milano; vice presidente dell’Istituto per lo studio della congiuntura)[14]; avv. Bruno Kessler (presidente della Giunta provinciale di Trento); On. Prof. Franco Ferrarotti (straordinario di sociologia all’Università di Roma; deputato al Parlamento); Prof. Luigi Rosa S.J. (straordinario di etica sociale nel pontificio ateneo «Aloysianum» di Gallarate); Prof. Alberto Trabucchi (ordinario di diritto civile all’Università di Padova; membro dell’Alta corte di giustizia delle comunità europee).

Filippo Barbano ricorda:

Tra le persone notabili dell’iniziativa c’era Padre Luigi Rosa dei Gesuiti di San Fedele di Milano. Questi, un giorno, di ritorno a Trento, incontrò in treno Giorgio Braga. Nel corso della conversazione, Padre Rosa ebbe a parlare dell’iniziativa trentina, accennando anche al possibile orientamento per una Facoltà di Scienze forestali o simili, legata cioè all’ambiente e al territorio montani. Giorgio Braga, di cultura politecnica, studioso di Vilfredo Pareto (nel 1959 aveva introdotto un’antologia di scritti dal Trattato paretiano), prendendo, come si dice, la palla al balzo, non perse l’occasione di sottolineare, di fronte alla convenzionalità della scelta forestale, il carattere del tutto innovativo di una Università di Scienze sociali, e in particolare di una Facoltà di Sociologia. Detto, fatto, nuova o in fieri che fosse, l’idea di Sociologia attecchì, e il relativo progetto si realizzò per il dinamico decisionismo di Bruno Kessler, allora Presidente dell’Amministrazione provinciale di Trento (2004, 139).

Per una scienza sperimentale. Il Rettore Fabio Ferrari, in occasione della commemorazione, ricorda che il prof. Luigi Rosa (Lonate Pozzolo 1920 – Milano 1980), gesuita, fu «uno dei più convinti e tenaci ispiratori» per la nascita della Facoltà di Sociologia, «non va dimenticato il contributo forse più peculiare e genuino che Padre Rosa ha dato a questa istituzione fin dal suo sorgere, specie all’interno del collegio commissariale». Ricorda che «in quegli anni fu definito il piano di studi che è tutt’oggi [1981] in vigore, dove la Sociologia era caratterizzata come “scienza sperimentale”». Infatti, era convinzione profonda del prof. Rosa che in Italia fosse necessario aprire «finalmente un discorso sulle discipline sociologiche disancorate dalle ideologie e fondate su dati scientifici sperimentali». Una costante del suo pensiero «prezioso per suggerire alcuni insegnamenti che hanno caratterizzato l’impostazione generale del piano di studi del primo e del secondo biennio». Il Rettore Ferrari ricorda bene che «la prima esigenza sentita da tutti e acutamente puntualizzata da Padre Rosa fosse la necessità che l’Istituto mantenesse la leadership degli studi sociologici in Italia», e dunque «la necessità di dare un impianto all’Istituto per una interpretazione delle scienze sociali che garantisse la scientificità dell’insegnamento». Il Prof. Ferrari ricorda che Padre Rosa diceva sempre che «la scienza non può essere dogmatica. Prima di giudicarli, i fatti vanno conosciuti. Se all’inizio si mette la critica, una determinata impostazione ideologica, il progresso della scienza non è possibile. Quando in un istituto universitario una interpretazione dominante vuole eliminare la non dominante, non si può certamente dire che in tale istituto esiste libertà di insegnamento e libertà di ricerca scientifica». Padre Rosa era rigoroso, «con le stesse intenzioni, egli chiedeva documenti scritti al Direttore sullo svolgimento dell’attività didattica, sulla sperimentazione in atto, sui criteri adottati nella metodologia della ricerca. Egli rivendicava con forza al Consiglio questo potere di controllo poiché, a suo avviso, l’autonomia dell’Università si esercitava nella capacità di autocontrollo e di autodefinizione dei propri obiettivi scientifici» (Ferrari 1981, 3-6).

4. I.U.S.S. Bollettino – Notiziario dell’Istituto Universitario di Scienze Sociali di Trento, n. 1, marzo 1963. «Orientamento scientifico quantificatore: l’ingegnere sociologo» ovvero, sapere matematicostatistico, relazioni sociali, storia

Erano passati pochi mesi da quel 5 novembre 1962 ed ecco il primo Bollettino ufficiale[15]. Anno accademico 1962-63. Segue un’introduzione del Direttore Mario Volpato: «Sono lieto dell’opportunità che mi offre l’uscita del primo numero del Bollettino-Notiziario del nostro Istituto Universitario di incontrarmi, nella mia qualità di Direttore, con gli studenti. Questa pubblicazione, che uscirà periodicamente, vuole essere uno strumento di immediata utilità per gli studenti portando a loro conoscenza, in modo tempestivo, le notizie più importanti sulla vita, sul funzionamento e le attività dell’Istituto ed ha lo scopo di essere un mezzo per attuare una proficua collaborazione fra Direzione, Corpo docente e Segreteria con gli allievi». Il Bollettino costituiva, con l’albo di segreteria, fonte ufficiale delle disposizioni e comunicazioni accademiche, e il Direttore annunciava che nel corso della prossima estate sarebbe uscito un secondo numero. Rivolgeva poi «un deferente saluto ed un vivo ringraziamento al prof. Marcello Boldrini, Presidente del Collegio Commissariale ed ai Membri del Collegio, per l’alto consiglio e la sicura guida offerti, con senso di disinteressato dovere e di amore per gli studi, all’organizzazione scientifico-didattica di questo Istituto». Al Presidente della Giunta provinciale di Trento, avvocato Bruno Kessler, «realizzatore primo di questa iniziativa, che preannuncia fin d’ora fecondi sviluppi» ed agli Enti associati nell’Istituto Trentino di Cultura, «porgo i sensi della più viva riconoscenza». Ancora «ai colleghi Docenti un ringraziamento cordiale per l’alto livello del loro insegnamento e la passione che dimostrano ... Un grazie anche agli Assistenti che, in questa Università, svolgono con grande senso del dovere la funzione di istruttori e guida degli studenti al fine di calare nella pratica gli insegnamenti teorici». Il Direttore, infine, «esprime a tutti gli studenti, soprattutto a quelli, numerosi, provenienti da fuori Regione Trentino-Alto Adige, un cordiale benvenuto in questa ospitale e bella città di Trento che collocata, ponte fra due civiltà, nel cuore dell’Europa, con consolidate tradizioni di serietà e di responsabile civismo, è la sede più propria per un Istituto come il nostro (Trento, 28 marzo 1963)».

Al Collegio Commissariale si era aggiunto il Prof. Mario Volpato (ordinario di Matematica generale nell’Istituto Universitario di Economia e Commercio «Ca’ Foscari» di Venezia; Incaricato di Matematica generale nell’Istituto Universitario di Scienze Sociali di Trento), evidentemente, nel frattempo nominato (non compariva nel primo opuscolo) anche direttore, con vice-direttore il Prof. Giorgio Braga[16]. Mario Volpato sarà direttore dal 13.11.1962 al 31.10.1968 e Braga vice dal 1962 al 1967. Volpato aveva un’idea precisa e, ancora in un’intervista nel 1994, ricorda l’impostazione scientifica dell’Istituto nella formazione «dell’ingegnere-sociologo, sufficientemente informato sulle varie discipline perché potesse configurarsi come autentico manager che sa dialogare, in un’azienda o in un ente pubblico, con i vari specialisti e trarre autonomamente le conclusioni per le decisioni» (Scalco 2005, 64). In completa sintonia il prof. Giorgio Braga, autore del «primo contributo alla programmazione degli studi sociologici di Trento, già noto per la sua tendenza a sostanziare la ricerca empirico-sociale di modelli matematici. Questa fiducia nella fecondità dell’incontro fra sociologia e matematica era non meno condivisa dal prof. Mario Volpato» e, ancora, ricorda precisamente il prof. Demarchi, che «fra mille difficoltà incontrate negli anni successivi, dell’Istituto due cose rimasero fondamentali: il netto orientamento scientifico quantificatore e il fermo appoggio dell’Amministrazione provinciale. Che ciò sia bastato a far crescere una Facoltà eccellente, capace di soddisfare tutti, nessuno oserà mai dirlo. Ma ciò è servito ad ottenere nel giro di soli cinque anni il riconoscimento ufficiale dello Stato, superando innumerevoli ostacoli» (Demarchi 1968, 22).

Il corpo docente è così presentato: Matematica generale (Mario Volpato); Psicologia generale (Prof. Luigi Meschieri, ordinario di Psicologia nell’Università di Urbino); Istituzioni di sociologia (Giorgio Braga, libero docente nell’Università Cattolica di Milano); Economia I (Prof. Innocenzo Gasparini, ordinario di Economia nell’istituto universitario «Ca’ Foscari» di Venezia); Storia economica (Prof. Gino Barbieri[17], ordinario di Storia economica nell’Università di Bari); Dottrine sociali (Prof. Marino Gentile, ordinario di Filosofia teoretica nell’Università di Padova): il Prof. Filippo Barbano, libero docente ed incaricato di Sociologia nell’Università di Torino, consulente per la redazione definitiva del piano degli studi del 2° biennio[18]. Gli assistenti: Matematica generale (Prof. Antonio Brunazzo, Prof. Salvatore Sabato); Psicologia generale (dott. Paolo Banissoni); Istituzioni di sociologia (dott. Paolo Ammassari, dott. Amedeo Conte, dott. Sergio Dragogna); Economia I (dott. Giovanni Bellone)[19].

Piano degli studi. A) Corsi del biennio propedeutico: I anno 1) Matematica generale; 2) Psicologia generale; 3) Istituzioni di sociologia; 4) Economia i; 5) Storia economica; 6) Dottrine sociali. ii. anno 1) Statistica; 2) Psicologia sociale; 3) Sociologia strutturale; 4) Sociologia culturale; 5) Economia ii (semestrale); 6) Dottrine giuridiche (semestrale); si aggiungevano 7) Complementi di matematica (semestrale facoltativo); Psicopatologia generale (propedeutica alla Psichiatria sociale) (corso libero). b) Corsi del secondo biennio: si comunicava che «per il secondo biennio è in corso un’ampia indagine per conoscere i piani di studio seguiti dalle principali facoltà sociologiche americane ed europee. Inoltre, si stanno interpellando esponenti del mondo accademico italiano e straniero per conoscere il loro parere su questioni particolari. Quanto si scrive, perciò, qui di seguito ha valore di indicazione di larga massima. Corsi comuni ai due indirizzi, generale e speciale, dovrebbero essere: Statistica applicata; Istituzioni di diritto; Politica economica. Per l’indirizzo generale altri sei corsi fra cui: Metodologia delle scienze sociali; Storia delle scienze sociali; Sociologia politica nonché tre seminari teorici e di ricerca. Per l’indirizzo speciale altri cinque corsi fra cui: un corso metodologico o a carattere generale; una sociologia speciale (Sociologia del lavoro ed industriale; Sociologia urbana e rurale …) e almeno altri due corsi correlati con tale Sociologia speciale (Diritti speciali; Politiche e tecniche applicative) inoltre quattro seminari di ricerca.

È obbligatoria la conoscenza di due lingue straniere moderne: inglese e, a scelta, francese o tedesco. L’insegnamento delle lingue è impartito in una Scuola di Lingue annessa all’Istituto Universitario che oltre a preparare gli studenti costituisce un centro di traduzione tecnica nell’ambito delle scienze sociali. Le prove di conoscenza delle lingue consistono a) in una prova di traduzione tecnica (di un testo di Psicologia, Sociologia, Economia al termine del biennio propedeutico) e b) in una prova di conversazione tecnica (della durata di 10-15 minuti su un argomento comunicato con 24 ore di anticipo) e in una discussione in lingua straniera sull’argomento esposto al termine del terzo anno. Il corpo docente è costituito dal Prof. Lauro Colliard, Prof. Roberto Biscardo (assistente dott. Riccardo Kolarczyk), Prof. Angelo Franchini (assistente Mrs. Helen Valentini).

5. I.U.S.S. Bollettino – Notiziario, n. 2 agosto 1963. «Apprezzamento nel mondo accademico e in quello economico-industriale»

Presentazione del direttore nel secondo bollettino ufficiale: «Cari Studenti, fedeli alle promesse abbiamo preparato per Voi questo secondo numero del Bollettino-Notiziario, inteso a documentarVi su tutto ciò che può essere di qualche interesse nei Vostri rapporti con l’Istituto. Richiamo la Vostra attenzione: sul vasto piano di aiuti che l’Istituto ha disposto per l’anno accademico 1963-64 a favore degli studenti meritevoli per profitto e bisogno; sulla realizzazione del Collegio Universitario, che entrerà in funzione con l’inizio del nuovo anno accademico; e, in genere, sulle attività e risultati del primo anno di vita. La serietà dei nostri studi ha destato il più vivo interesse ed un lusinghiero apprezzamento sia nel mondo accademico, che in quello economico-industriale». Seguono poi ringraziamenti «per esprimere pubblicamente tutta la nostra viva gratitudine a quegli Enti: Eni, Credito Italiano, Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, Olivetti, Gruppo Torinese di Ricerca Operativa che, con oculata avvedutezza, hanno compreso l’importanza dell’ordine di studi (nuovo ed unico nel nostro Paese) programmato dall’Istituto Universitario di Scienze Sociali di Trento ed hanno voluto onorarci ed incoraggiarci istituendo, a favore di studenti della Facoltà di Sociologia, delle borse di studio “speciali”». Perciò esorta «A noi e a Voi il compito di rispondere degnamente alle loro aspettative. Il Direttore Prof. Mario Volpato Trento, agosto 1963»[20].

Corpo Docente. Per il I anno sono i docenti già elencati sopra (Volpato, Meschieri, Braga, Gasparini, Barbieri, Gentile). Per il II anno sono indicati: Statistica (Prof. Bernardo Colombo, ordinario di Statistica nell’Istituto universitario di economia e commercio «Ca’ Foscari» di Venezia); Psicologia sociale (Prof. Fabio Metelli ordinario di Psicologia nell’Università di Padova); Sociologia strutturale (Prof. Filippo Barbano); Sociologia culturale (il corso sarà tenuto da più docenti per gruppi di lezioni); Economia II semestrale (Prof. Nino Andreatta straordinario di Politica economica e finanziaria nell’Università di Urbino); Dottrine giuridiche semestrale (Prof. Sergio Cotta ordinario di Filosofia del diritto nell’Università di Trieste); Complementi di matematica semestrale facoltativo, prof. M. Volpato); Psicopatologia generale propedeutica alla Psichiatria sociale corso libero (Prof. Beppino Disertori libero docente nell’Università di Padova).

Esami e propedeuticità. Lo studente, per non incorrere nel pericolo dell’annullamento di esami, deve osservare le seguenti precedenze: a) l’esame di Matematica generale deve essere superato prima di quelli di Statistica e di Complementi di matematica; b) l’esame di Psicologia generale deve essere superato prima di Psicologia sociale e degli altri esami di Psicologia; c) l’esame di Economia i deve essere superato prima degli altri esami di Economia e Politica economica; d) l’esame di Istituzioni di sociologia deve essere superato prima di tutti gli esami di Sociologia e di Antropologia. Si doveva attestare la frequenza ai corsi e per ciascun esame in precedenza fallito, era necessario versare la tassa di ripetizione di Lire 500.

Nel Bollettino alcune pagine sono dedicate all’ammissione ai collegi universitari 1963-64, che sono quello maschile (con annessa mensa), la Villa Tambosi, presentata anche con alcune foto, e quello femminile, la Casa Tridentina della Giovane di Via Prepositura 18. Segue il Regolamento del Collegio Universitario in 20 articoli. Sono ancora indicate «borse di studio e posti premio» e «borse di studio speciali», due dell’Eni, e una ciascuna da Olivetti, Cassa di risparmio delle provincie lombarde, del Credito italiano, del gruppo di ricerca operativa dell’Unione industriale di Torino.

Quanto l’Istituto e i suoi ferventi promotori fossero attenti agli sbocchi professionali della professione sociologica lo si percepisce dal Convegno organizzato a Riva del Garda il 13-15 settembre 1963, esattamente a un anno di distanza dall’avvio dell’Istituto (opuscolo giacente presso la Biblioteca Comunale di Trento che di seguito riproduciamo).

Istituto Universitario di Scienze Sociali di Trento. Laboratorio di Sociologia. Convegno su La sociologia del lavoro ed industriale nella formazione di ricercatori e quadri professionali. Riva del Garda, Sala della Rocca 13-15 settembre 1963. Programma dei lavori: presidenza. Alla presidenza del Convegno si alterneranno i chiarissimi professori: Marcello Boldrini, Ettore Anchieri (ordinario di Storia dei trattati e politica internazionale, preside della Facoltà di Scienze politiche nell’Università di Padova), Giordano Dell’Amore, Camillo Pellizzi (ordinario di Sociologia nell’Università di Firenze), Mario Volpato. Programma. Venerdì 13 settembre ore 10 Saluto del direttore dell’Istituto universitario di scienze sociali prof. Mario Volpato; ore 10,15 prof. Giorgio Braga, «La formazione di base del sociologo»; ore 11 prof. Filippo Barbano, «La sociologia e la specializzazione dei compiti di direzione»; ore 15,30 prof. Sabino Samuele Acquaviva (libero docente in Sociologia, incaricato di Sociologia nell’Università di Padova) e dott. Luciano Gallino (direttore del Centro di ricerche sociologiche della Società Olivetti), entrambi su «La formazione dei sociologi industriali». Comunicazioni. Discussioni. Sabato 14 settembre ore 9,30 prof. Luciano Cavalli (libero docente in Sociologia, incaricato di Sociologia nell’Università di Genova), «La formazione degli esperti dei problemi del personale nelle aziende»; comunicazioni; discussione. Ore 15,30 prof. Leone Diena (libero docente in Sociologia nell’Università di Milano) e dott. Vincenzo Saba (membro del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) entrambi su «La formazione dei tecnici al livello laureati». Comunicazioni. Discussione. Domenica 15 settembre ore 9,30 prof. Virgil Zimmermann (Professor of Public Administration and Representative of the University of California presso la Scuola di perfezionamento in scienze amministrative dell’Università di Bologna) «La formazione del pubblico funzionario con particolare riguardo al settore lavoro»; ore 10,30 dott. Leonardo Leonardi (Bureau International du Travail di Ginevra) «Esperienze di formazione di pubblici funzionari nel settore del lavoro». Comunicazioni. Discussione. Indirizzo del Convegno: Istituto Universitario di Scienze Sociali – Laboratorio di Sociologia – Trento – Via Verdi 26.

6. Il Progetto di sviluppo del piano di studi per la Facoltà di Sociologia (novembre 1963). «Un appropriato curriculum di studi per una capacità di comando: … dotarsi di conoscenze sociologiche, indispensabili alla futura classe dirigente»

Era passato appena un anno dall’inizio dei corsi di sociologia quando apparve il progetto di sviluppo a cura del prof. Filippo Barbano[21], «lavoro che ha dato la possibilità al Collegio commissariale della Facoltà trentina di aprire un più ampio discorso proprio in tema di piano degli studi e di piano di sviluppo della Facoltà», dice Volpato (1964a, 17). Barbano ricorda che «all’atto dell’incarico dell’insegnamento di sociologia a Trento, Kessler mi chiese, come gesto di simpatia e di mio coinvolgimento trentino, di svolgere una approfondita e documentata ricerca sui piani di studio di università, facoltà, dipartimenti di scienze sociali o di sociologia in Europa, e, soprattutto, negli Stati Uniti, paese nel quale, com’è noto, nel secondo dopoguerra, la ricerca e la teoria sociale erano pervenute a un notevole sviluppo … Accettai ben volentieri l’incarico (che io stesso volli fosse gratuito, visto anche il generoso compenso mensile per l’incarico di insegnamento, malgrado le proteste di Bruno Kessler, che non concepiva come un lavoro o un servizio potessero essere privi di un corrispettivo monetario)».

Significativamente, Barbano apre il volume con citazioni di Talcott Parsons (« … il viaggio sarà lungo … il nostro è un fine ambizioso … il lavoro organizzativo e insieme tecnico, deve essere del tenore più alto che si possa ottenere nel mondo accademico»)[22], di Emile Durkheim, dell’ingegner Gino Martinoli che esortava a dotarsi di conoscenze sociologiche, quanto mai indispensabili alla futura classe dirigente[23]. Così proseguiva la citazione di Martinoli: «La preparazione specifica delle classi dirigenti, nelle aziende come nella pubblica amministrazione, è invece da noi lasciata al caso, ritenendosi così sulle basi di conoscenze – in sostanza tecniche strumentali specifiche – nella tecnologia, nel commercio, nel diritto, nella medicina, ecc., si innesti spontaneamente una capacità di comando come risultati dell’esperienza di vita, cioè in sostanza con il costoso sistema “trial and error”» (Barbano 1964, 5). Quanto avesse ragione è dimostrato dal fatto che oggi molta conoscenza sociologica è stata fatta propria da certi ambiti dell’ingegneria, ma anche dell’aziendalistica economica, talvolta dimenticandone l’origine.

Aprire un discorso. Segue la presentazione del direttore Volpato, «Aprire un discorso», secondo il quale il lavoro «davvero pregevole nel disegno, nelle idee e nella ricchezza delle informazioni» di Barbano era inteso «a collegare da un lato le conclusioni e raccomandazioni sulle iniziative di studio dei problemi dell’insegnamento della sociologia che emergono dai rapporti Unesco 1954, König-Stendenbak 1962 con la reale situazione esistente in Italia; dall’altro lato, a collegare le consolidate esperienze delle principali università straniere con l’esperienza in atto presso l’Istituto di Trento». Del resto, aggiunge Volpato, il lavoro di Barbano è «un’ampia apertura e un’aggiunta» al discorso posto dal collegio commissariale[24]. E il programma dei commissari, si specifica, «non è legato a schemi fissi precostituiti e intende essere esso stesso una base di partenza per un discorso più ampio inteso a completarlo, migliorarlo e perfezionarlo» (Volpato 1964a, 7-8).

Osserva, tra l’altro, Volpato che «a Trento … si sta attuando il primo esperimento in Italia per dare all’insegnamento del sapere sociologico un carattere permanente, completo ed unitario inteso ad istituzionalizzarlo». Per questo scopo, «ferve attorno all’Istituto, un complesso di iniziative (di “vita dell’Istituto”) che, oltre a favorire e promuovere la ricerca pura ed applicata inerenti le discipline sociologiche, mira ad armonizzare con l’esperienza in atto e con le particolari esigenze del nostro paese, sia le esperienze di analoghe facoltà di altri paesi, sia le varie proposte e suggerimenti da noi sollecitati in varie parti del mondo accademico e del mondo vivo operante che caratterizza la nostra particolare società italiana».

«L’appassionante esperienza che stiamo vivendo.» Continua rimarcando come: «già alcuni docenti dell’Istituto, che nella quasi totalità sono ordinari nelle Università italiane, hanno fatto proprie alcune osservazioni e hanno dato suggerimenti. Ma noi invitiamo quanti in Italia si interessano al problema dell’insegnamento delle scienze sociali di esserci larghi di consigli e di suggerimenti». Volpato invita a partecipare all’iniziativa trentina chiunque avesse voluto dare un contributo «all’appassionante esperienza che stiamo vivendo. È nostro motivo d’orgoglio non essere vincolati ad alcuna ricetta e poter quindi accogliere con la più viva riconoscenza ogni collaborazione che abbia come unico scopo la ricerca di una soluzione veramente rispondente ai bisogni della nostra società attuale» (Volpato 1964a, 7-8).

Il volume di Barbano è composto di cinque capitoli, divisi in due parti. La prima parte, con tre capitoli, si occupa delle premesse di sviluppo del piano di studi e la seconda, con due capitoli, delle linee di sviluppo.

Tre funzioni dell’insegnamento: scientifica, di formazione e di qualificazione professionale. Nella prefazione, Barbano ci informa che il progetto raccoglie, oltreché le osservazioni del relatore, una letteratura molto ricca sull’insegnamento della sociologia, come ad esempio i quattro volumi L’enseignement des sciences sociales e i dieci volumi Les sciences sociales dans l’enseignement supérieur pubblicati dall’Unesco tra il 1953 e il 1961 e i risultati dello studio dei dati, informazioni e notizie tratti da: a) piani di studio, corsi e programmi di insegnamento di alcune tra le più note e affermate università, dipartimenti, istituti, centri di sociologia e di scienze sociali europei e americani[25]; b) pareri di professori e studiosi italiani e stranieri di sociologia, psicologia e antropologia culturale; c) pareri di professori e studiosi delle scienze sociali integrative nell’insegnamento della sociologia. Enumera poi, con riferimento alla figura scientifica e professionale del sociologo e del ricercatore sociale, le tre funzioni dell’insegnamento: preparazione scientifica, formazione, qualificazione professionale, che richiamano, nell’ordine, altrettante classi o gruppi di corsi. La prefazione si conclude con un ringraziamento al «collegio commissariale dell’Istituto universitario di scienze sociali di Trento per la stima e la fiducia dimostratami nell’affidarmi l’incarico di redigere il presente studio»; e con una forte consapevolezza e notevole previsione afferma che «l’occasione segna un momento importante nello sviluppo della sociologia e delle scienze sociali in Italia».

Il primo capitolo è dedicato al problema dell’insegnamento della sociologia e delle scienze sociali, alle inchieste svolte e alle questioni emerse: si illustrano e si criticano il rapporto De Bie del 1954 e il rapporto König-Stendenback del 1962. In particolare, segnaliamo una questione che diverrà in seguito centrale non solo a Trento, ma in tutte le università in fermento; un punto ritenuto «molto importante» anche da Barbano, che «riguarda l’adozione del criterio empirico-induttivo nell’insegnamento della sociologia e delle scienze sociali» (33). Barbano si dice «pienamente consenziente» ma senza eccessi, dato che si paventava anche a livello internazionale l’abolizione della lezione accademica a favore di «seminari, nel lavoro di gruppo, nelle esercitazioni, nei papers di ricerca individuale, ecc.»[26]. Si sarebbe caduti nell’eccesso opposto, se eccesso poteva ritenersi la lezione cattedratica. Comunque, rilevava come fosse un dibattito acceso anche in America: «la nostra conclusione è che sia la lezione che il seminario pratico hanno pregi insostituibili; i difetti nascono soprattutto nell’amministrare lezioni e seminari in maniera indipendente e autosufficiente», ma possono essere superati se «la lezione non sia solo un virtuosistico “a solo” accademico ed il seminario non si riduca solo al fatto di addestramento tecnico di raccolta di dati che servono più spesso alla attività del docente che alla preparazione, formazione e qualificazione del discente» (34). Una questione centrale a Trento nella brevissima fase di vita del vero movimento studentesco, di cui parleremo in un’altra occasione.

Il secondo capitolo si occupa del significato dell’insegnamento delle scienze sociali, discutendo le ragioni della sua istituzionalizzazione a partire dalla constatazione che l’attuale società e lo sviluppo delle sue strutture valorizzano la cultura e la conoscenza sociologica e indicando alcune situazioni che la valorizzano in maniera pratica. Dal momento che l’utilizzazione delle conoscenze sociologiche professionalizza la figura del sociologo come operatore sociale[27], si rafforza l’esigenza di istituzionalizzare l’insegnamento: «il fabbisogno di quadri qualificati di ricercatori sociali, la specializzazione dei compiti esecutivi e dei processi di decisione, l’entrata nel contenuto dell’azione dirigente di sempre maggiori quote di informazioni sociologiche» (46). Quindi, identifica in questa fase storica nella figura del sociologo tre ruoli: lo scienziato sociale, il ricercatore sociale, l’operatore sociale (quest’ultimo ancora più segmentato) (48).

Il terzo capitolo traccia il profilo e la figura professionale del sociologo in connessione con le funzioni fondamentali dell’insegnamento superiore: preparazione, formazione, qualificazione. Una questione ci pare centrale e non poteva non porla un così argomentato progetto: «in una facoltà di sociologia e di scienze sociali, la vicinanza diretta delle discipline sociologiche con discipline di maggiore tradizione accademica può indurre, attraverso certi paragoni, sia a svalutare la funzione formativa della sociologia fino a farle assumere una funzione meramente informativa, sia a svalutare la funzione della preparazione sociologica fino a farla diventare un fatto di specializzazione» (59). Perciò se la sociologia in altre facoltà ha una funzione integrativa, ora in una facoltà propria altre scienze sociali svolgono una funzione integrativa «i cui contenuti rappresentano per la sociologia dei campi di variabili» (60). Un’altra questione attiene alla formazione metodologica, sia per quanto riguarda il metodo storico-genetico sia per quello logico-qualitativo (83). Qui Barbano procede come sempre in maniera articolata e argomentativa, salvo quando scomoda Salvemini in una discussione sul concetto di scienza, che riteniamo assolutamente fuori luogo e di fatto superata già dai classici della sociologia oltre cinquant’anni prima[28].

Il quarto capitolo discute della finalizzazione dell’insegnamento della sociologia e delle scienze sociali. Qui Barbano, tra l’altro, fa una precisazione: «per quanto riguarda il tipo di “università scientifica” (quella cioè – ripetiamo – che non solo trasmette, ma produce conoscenze) possiamo dire che la dizione “Istituto superiore di scienze sociali” si addice ad una iniziativa come quella cui ci riferiamo, la quale prevede e pone già in essere nel suo impianto didattico, accanto alle cattedre, una serie di “laboratori” di ricerca fondamentale ed applicata. Ci troviamo di fronte quindi ad una iniziativa che vuol porsi come una università non solo professionale ma anche scientifica» (101). Ancora: «bisogna soprattutto preparare il giovane a risolvere i problemi che continuamente rinnovano il suo lavoro, e non solo a ricordare nozioni e dati che fanno della professione una prassi ripetitiva, se è vero questo, la formazione professionale del sociologo non può certo prescindere dal far conoscere il “modo” in cui porre e risolvere un problema. Non pochi logici e matematici si occupano oggi di questa formazione al “metodo” in generale: e non solo in modo specialistico ma anche in relazione al problema della formazione professionale». E cita uno per tutti: Polya, How to solve it, Princeton, University Press, 1962 (107). Infine, dopo aver discusso (par. 13) della finalizzazione scientifico-didattica del programma di insegnamento (dalla scienza alla scuola) e preso atto che «non tutto ciò che si produce e che fa scienza è trasferibile nella scuola», propone una serie di sei scelte, dato che «lo stato di una scienza non è evidentemente mai uniforme, pacificamente verificato, pienamente verificabile. Al contrario: scuole, correnti, orientamenti, tendenze ed indirizzi a volte diversi a volte contrastanti pongono l’esigenza di compiere delle scelte» (110). Avremo, allora, una prima scelta in cui la sociologia è definita «sul piano sostantivo come la scienza che studia le condizioni strutturali dell’azione e della interazione sociale», permettendo, secondo Barbano, di «superare metodologicamente le due contrastanti posizioni che dominano pressappoco oggi tutto il campo della sociologia: lo strutturalismo funzionalistico da una parte e l’interazionismo soggettivistico dall’altra». Una seconda scelta considera la sociologia «una scienza completa che si realizza nel lavoro teorico, metodologico e nella ricerca empirica» (111). Nella terza scelta la sociologia è considerata «una scienza concreta che si realizza in campi specializzati» e dunque rimanda «al carico di corsi di qualificazione del piano di studi». Qui fanno da ausilio – tra le altre – le discipline storiche (115). La quarta scelta è per una «sociologia pratica che tende alla azione regolatrice e razionalizzatrice di problemi sociali, di istituzioni, di strutture sociali». Nella quinta scelta «i dati della sociologia sono delle variabili dei dati delle altre scienze sociali». Infine, nella sesta scelta «i dati della sociologia hanno delle variabili nella persona umana e nella cultura».

Il risultato della finalizzazione scientifica del programma di insegnamento in base alle sei scelte di cui sopra definisce una Tavola dei gruppi di discipline (117) così articolata: I Discipline sociologiche divise in quattro aree: Teoria, Metodo, Ricerca, Campi; II Discipline matematico-statistiche; III Discipline politico-sociali amministrative; IV Discipline storiche; V Discipline economiche; VI Discipline giuridiche; VII Discipline psicologiche e antropologiche. Per ognuno di questi sette gruppi, Barbano indica i nomi degli insegnamenti previsti, che analizzerà nel capitolo successivo. Discute, quindi, dei titoli finali da conseguire: un indirizzo generale (misto tra metodologico e professionale) dovrebbe dare il titolo di laureato in sociologia; un indirizzo fondamentale (metodologico e di ricerca scientifica) dopo 5-6 anni dovrebbe dare il titolo di dottore in sociologia; un indirizzo professionale (di specializzazione) dovrebbe dare il titolo di diploma in sociologia applicata dopo 3 anni. È evidente l’attualità. Infine, tratta: a) dei piani di studio («il piano di studi per ogni studente insieme alla generalità di Indirizzi realizza tre fondamentali principi dell’educazione e dell’insegnamento: il principio della libertà di scelta nel rispetto della unità e coerenza scientifica e della adeguatezza pratica e professionale»); b) degli esami (orali, scritti, esercitazioni scritte, papers, ricerche personali); c) delle tesi («dovrebbero rappresentare il clou della prova di qualificazione»; d) lavori di gruppo (in connessione con il Laboratorio di ricerca); e) seminari (practicum) intesi come sussidi didattici, seminari di perfezionamento e corsi di perfezionamento. Conclude questo capitolo una Tavola dei corsi secondo le funzioni, il tempo e la durata (130-135).

Il quinto capitolo presenta 33 materie di insegnamento con suggerimenti e notizie a proposito dei contenuti. Così distribuite: 12 per l’ambito sociologico, 5 per il sociologico applicativo o speciale, 5 per l’economico, 3 per il quantitativo, 3 per il diritto, 2 per l’ambito psicologico, 2 per l’antropologico, 1 per il filosofico. Qui, per motivi di spazio, non esamineremo le materie, come peraltro sarebbe interessante fare[29]. Tuttavia, alcune questioni su storia, statistica, sociologia le vedremo più avanti. Un’appendice sui sociologi e le richieste del contesto sociale conclude il volume. Un eccellente volume che, a nostro parere, dovrebbe essere ristampato e fatto circolare tra gli studenti e la comunità scientifica.

Secondo Barbano, «il libro ebbe una assai scarsa attenzione, come molti degli studi e ricerche che vengono prodotti a scopo meramente dimostrativo, il che non era certamente nelle intenzioni di Kessler, ancorché la ricerca mi fosse stata commissionata dal Collegio commissariale dell’Istituto Universitario di Scienze Sociali di Trento, che io, nella mia prefazione ringraziai: “per la stima e la fiducia dimostratami nell’affidarmi l’incarico di redigere il presente studio; la cui occasione segna un momento importante nello sviluppo della Sociologia e delle Scienze sociali in Italia”» (Barbano 2004, 144). Invece, in una lettera a Luigi Rosa, Barbano riferisce: «ho visto anche il prof. Bobbio, cui avevo fatto avere copia della relazione e mi ha detto di essere rimasto “esterrefatto” del lavoro compiuto e che la sua utilità va ben al di là dell’occasione specifica» (Blanco et al. 2011, 224).

Cinquant’anni dopo ha ragione Filippo Barbano quando dice: «sfido chiunque a non riconoscere nelle idee e nelle linee propositive di quel Progetto, dei primi anni Sessanta, i temi critici e i problemi, relativi a una avanzata offerta di formazione, tuttora attuale per sociologi e attività sociologiche, giocata tra una seria preparazione scientifica e una flessibile qualificazione professionale. … Voglio, insomma, dire, senza alcuna presunzione, che in quel Progetto si trova in nuce il problema attualissimo nel nuovo secolo, della Modernità in relazione con le istituzioni universitarie, e con queste stesse di Trento, a quarant’anni dalla sua nascita, non esclusi i crescenti inconvenienti derivanti dall’applicazione della recente riforma universitaria cosiddetta 3+2» (Barbano, 2004, 144-145). E continua lamentando che «il direttore Volpato non seppe dire altro se non che era “una pregevole ricerca”», mentre – come abbiamo detto – disse molto di più. Del resto, senza disconoscere il pregevole contributo, non poteva non far risaltare che questo si aggiungeva agli orientamenti del Collegio commissariale, che erano precedenti ai risultati della ricerca di Barbano, che dunque ulteriormente e ampiamente confermavano l’impostazione. Addirittura, Barbano tiene a ribadire che più che pregevole la sua ricerca «era, invece, una seminale anticipazione degli argomenti più inclusivi della contestazione studentesca di qualche anno dopo». Di questo argomento vogliamo occuparci, come abbiamo detto, in un prossimo saggio.

7. Dopo due anni: alcune considerazioni su storia, statistica, sociologia. «Storia, statistica, [matematica] sono le spalle di Atlante della sociologia»

Riconsiderando la Tavola dei gruppi di discipline sopra menzionata (Barbano 1964, 117), possiamo fare alcune osservazioni su due questioni che si sono rivelate centrali, non solo nella breve storia della Facoltà di Sociologia di Trento, ma anche nella più lunga storia della scienza sociologica. Mi riferisco al II gruppo delle «discipline matematico-statistiche» e al IV «discipline storiche». Entrambe le questioni risalgono a Vico e alla sua precisissima polemica anticartesiana (ma non antimatematica), per passare poi a Comte (al matematico, docente all’École Politechnique) e alla sua aspra polemica con Quetelet (anch’egli matematico e sociologo), infine al Methodenstreit e agli approdi maxweberiani. Ma bisogna ricordare anche i casi in cui non vi è stata polemica, come ad esempio lo studio durkheimiano sul suicidio, dove mirabilmente sono fuse le analisi qualitative e quantitative, così come mirabilmente sono fuse nello studio paretiano sulla distribuzione dei redditi e la curva asimmetrica, che ha spalancato le porte a una ricca ricerca quanti-qualitativa. E non dimentichiamo la Rivista Italiana di Sociologia (diretta da Guido Cavaglieri, coadiuvato da Augusto Bosco statistico e sociologo), che tanta parte ebbe nella fondazione della sociologia scientifica in Italia (già nel 1904 si aggiunge alle altre una rubrica di «Metodologia delle scienze sociali»). Le scuole sociologiche di Pareto e Gini e, in generale, le scienze statistico-sociali in Italia segnarono il passaggio dalla antica statistica – peraltro estremamente importante (sociologia ante litteram, diremmo noi)[30] – di Gioia, Romagnosi (non dimenticando le grandi visioni di Cattaneo con il suo Politecnico), Messedaglia, Bodio ecc., e dalle vecchie impostazioni filosofico-letterarie (un miscuglio di intuizioni scientifiche e divagazioni letterarie) a una sociologia e a una statistica matematica, come discipline divise, ma unite nella impresa scientifica. Gini – come del resto Pareto – portò alla sociologia il contributo prezioso di numerosi strumenti di misura che perfezionano, chiarificano, scoprono aspetti nuovi nello studio dei fenomeni collettivi, per quanto gli sia stato obiettato fin dagli inizi (in un dibattito avvenuto nella Rivista Italiana di Sociologia) di non aver sviluppato una teoria matematica dei suoi indici; ma per Gini ciò non costituiva un problema. Egli, infatti, non era interessato a estensioni formali e astratte, non immediatamente utilizzabili per le applicazioni al materiale empirico. Se diamo uno sguardo alla sua rivista Metron, notiamo immediatamente che mai compaiono articoli senza applicazioni ed è questa l’impostazione che distingue una scienza da una disciplina formale e astratta. La matematica è uno strumento, un mezzo – ripeteva sempre il matematico Pareto scontrandosi con L. Walras – e, quindi, per i fini dello scienziato non ha valore in sé (ma questa è una storia nella storia).

Gini, contemporaneamente ad altri – tra i quali Alfredo Niceforo (che teneva corsi di teoria della probabilità negli anni Venti del secolo scorso agli studenti di scienze sociali) – continuava la tradizione paretiana e la statistica universitaria italiana che risaliva alla fine del Medioevo e al Rinascimento. Ricordiamo qui ciò che scriveva Burckhardt di quei governi italiani che «in mano a despoti illuminati, conoscono il proprio paese e i paesi vicini meglio senza paragone di quanto i loro contemporanei d’oltralpe conoscano i vicini loro e calcolano con estrema esattezza la potenzialità di amici e nemici così nei riguardi economici come in quelli morali; pur non riuscendo ad evitare gravi errori, essi si manifestano statistici nati»[31] e Lazarsfeld: «Gli italiani hanno una propria tradizione empirica. Non conoscendo la loro lingua, devo lasciare questo aspetto della questione ad altri studiosi; I libri di Niceforo offrono numerose line guida alle fonti storiche. Gli americani sono arrivati più tardi sulla scena. Nulla è più lontano dalla realtà dell’idea, spesso espresso dai colleghi europei, che la quantificazione sia un’esportazione degli USA che mette a rischio la loro tradizione. è comunque vero che, quando questo paese si è impadronito delle tecniche di ricerca empirica europee, lo ha fatto su larga scala» (Lazarsfeld 1961, 202, trad. nostra dall’inglese).

Perciò, per quanto riguarda il rilievo dato a Trento alle discipline quantitative, possiamo dire che ci si era posti senz’altro nella migliore tradizione italiana e internazionale. Occorre, però, anche dire che, dato il livello all’epoca delle discipline sociologico-quantitative, gli assertori di tale orientamento ci appaiono perfino troppo timidi. Si poteva proporre da subito molto di più, ad esempio, una didattica della matematica non tradizionale aperta alle reali esigenze della scienza sociologica che poneva questioni solitamente non trattate dai matematici. Per la verità, piccoli tentativi ci furono. Come faceva ben vedere il quaderno n. 3 (1964) della serie didattica dell’Istituto, Matematica e sociologia di Mario Baldassarri (ricordo che per me fu un benvenuto per un proficuo inizio)[32]. Certo, le resistenze e le incomprensioni erano innumerevoli dentro e fuori dell’accademia. Del resto, nello stesso Boldrini, per quanto avesse una visione avanzata concretizzatasi nel primo programma della facoltà – se leggiamo il suo peraltro ottimo volume Teoria della statistica (1963) non si trova una concezione della sociologia matematica al passo con i tempi. Direi anzi che fosse piuttosto arretrata[33]. E poi, è vero, non si poteva tirare troppo la corda per non far fallire il progetto, se pensiamo cosa si scatenò qualche anno dopo a questo proposito quando, con il pretesto della lotta alla sociologia matematica, si sprecarono giovani energie per far rientrare dalla finestra il vecchiume stantio storicistico che tanti danni provocherà, prima all’innovazione trentina, poi all’accademia e poi all’Italia.

Per quanto riguarda le discipline storiche – come progettate da Barbano – sicuramente rientrano in quell’impostazione statistico-matematica sorretta da basi storiche (secondo Toniolo, la storia e la statistica sono le spalle di Atlante della sociologia), che ha avuto in Pareto e Gini due dei migliori interpreti. La compenetrazione tra teoria e fatti, che una tale impostazione realizza, è la preparazione più naturale ed efficace all’analisi e alla sintesi dei fatti sociali e appare – come abbiamo detto – la vera vocazione della tradizione sociologica italiana. Di più, partendo dalle pertinenti osservazioni di Barbano (1964, 203-5 e 207-8), quando individua il raggruppamento storico che traduce ai fini dell’insegnamento per il terzo anno di corso nelle discipline annuali di «Istituzioni e fatti politici» e «Istituzioni e fatti economici», data l’epoca, ci sembrano sicuramente avanzate (del resto confortato da quanto rilevato in altre prestigiose università). Ma forse si poteva, e si può, spingersi oltre nel considerare insegnamenti storici adeguati ai corsi di sociologia: cioè quanto noi troviamo già nella stessa tradizione sociologica, abbondantemente dispiegata, anche se in maniera ancora propositiva, in Vico, Romagnosi, Comte, ecc.[34]. Ma, se vogliamo proporre una formazione storica compatta (alla maniera, ad esempio, della formazione in anatomia o fisiologia per gli studenti di medicina) di natura essenzialmente sociologica, ineludibile per ogni laureato in sociologia (con un insegnamento barriera al primo anno e non al terzo, come previsto da Barbano), basterebbe guardare, dopo i mirabili studi storici di Pareto e Weber, ad esempio, alla monumentale opera di Sorokin, Social and Cultural Dynamics (1937-1941). Sappiamo che tale opera viene trattata in maniera ridottissima nell’insegnamento di Sociologia della conoscenza (allora non previsto da Barbano), in quanto è anche una Wissenssoziologie ma, prima ancora di essere tale, è soprattutto un’analisi storica secondo le classiche categorie sociologiche quantitative e qualitative, «valido contributo» dice Dahrendorf (secondo noi eccellente) «alla teoria del mutamento e in particolare alla teoria delle rivoluzioni» (Dahrendorf, 1963, 167 trad. it.) e delle turbolenze[35].

Concludiamo qui, provvisoriamente, la trattazione. Erano passati poco più di due anni dalla prima idea di una Facoltà di Sociologia. Continueremo per i successivi quattro anni (1964-1967) con un altro saggio programmato per l’autunno prossimo. E un terzo per gli anni 1968-1969-1970, allorché si conclude il processo di affermazione con qualche turbolenza e il definitivo consolidamento della Facoltà.

Ringraziamenti. Alla prof.ssa Mariarosa Ravelli per il tempo e le energie dedicate alla discussione delle varie parti e soprattutto per la collaborazione al reperimento dei materiali specialmente presso la Biblioteca e l’Archivio Norberto Bobbio del Centro studi Piero Gobetti di Torino; presso l’Archivio Michele Marotta a Roma; presso la Fondazione Einaudi a Torino; presso l’Istituto Sturzo a Roma; presso la Biblioteca della Facoltà di scienze statistiche della Sapienza a Roma; presso le Biblioteche nazionali di Roma e Torino. Alla dott.ssa Luigina Tomasi per la ricerca dei materiali presso la Biblioteca centrale dell’Università di Trento. Al dott. Pietro Polito responsabile della Biblioteca e dell’Archivio Bobbio e al personale tutto del Centro studi Piero Gobetti per la immediata e gentile collaborazione. Alla prof.ssa Gemma Marotta della Biblioteca Archivio Michele Marotta, che gentilmente ha messo a disposizione i volumi e i carteggi richiesti, al contempo fornendo orientamenti e ricordi personali e consentendo di lavorare anche al di fuori dei giorni e degli orari di apertura. Al dott. Guido Mones dell’Archivio storico della Fondazione Einaudi per la gentile collaborazione in sede e la successiva sollecita spedizione a Trento dei materiali richiesti.

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1

Gli studi, le riviste, gli scambi tra studiosi non istituzionalizzati o semistituzionalizzati sono molto più antichi, come avremo modo di indicare brevemente nel corso di questo studio.

2

Ne abbiamo tracciato una sintetica cadenza cronologica in Garzia (1992) introduzione e cura alla ristampa dei 25 volumi della Rivista Italiana di Sociologia. Gli impulsi e le prospettive poste dalla insuperata Rivista di Cavaglieri sono stati trattati in un successivo lavoro (Garzia 1998). Perciò, qui non ripeteremo quanto si può trovare in questi testi.

3

Già nel 1899 aveva organizzato il primo Congresso sociologico a Genova, presidente Guyot, con la partecipazione, tra gli altri, di Durkheim.

4

Anche Marcello Boldrini «rimproverava all’idealismo, fra l’altro, l’insensibilità ai problemi della logica scientifica e della filosofia della scienza, e di aver costituito un serio ostacolo, fra noi, al progresso della epistemologia e del pensiero critico costruttivo in questo campo» (Uggè 1969, 6).

5

Per le vicende della sociologia italiana tra le due guerre, si veda Garzia (1992, 1998).

6

La Sezione Italiana presso l’Istituto Internazionale di Sociologia che operava fin dal 1932 si costituì in Società Italiana di Sociologia nel 1937, per impulso di Corrado Gini, continuando così nella tradizione della più antica Società fondata nel 1910: presidente Corrado Gini; vice-presidenti prof. Raffaele Pettazzoni (ordinario di storia delle religioni), prof. Giuseppe Mazzarella (ordinario di etnologia); consiglieri prof. Amedeo Giannini, prof. Paolo Revelli Beaumont; segretario generale prof. Eugenio Casanova; tesoriere prof. Francesco Vito. Con lettere del 26 luglio 1948 e 6 maggio 1949 Corrado Gini comunica a Francesco Vito dell’Università Cattolica di Milano, in quanto membro di presidenza della Società, la volontà di organizzare il XIV Congresso dell’I.I.S. a Roma (tutti i riferimenti che seguiranno alla Società Italiana di Sociologia sono stati desunti dalle carte giacenti presso l’Archivio Michele Marotta a Roma).

7

Nel 1957 riceve la Medaglia d’oro per i notevoli servizi resi alla scuola italiana. Nel 1962, è eletto membro dell’Accademia dei Lincei. Nel 1963, riceve la laurea honoris causa in scienze sociali dall’Università di Cordoba (Argentina). Muore a Roma nel 1965.

8

Si veda l’opuscolo dattiloscritto: International Sociological Association – Constituent Congress Oslo, Norway 5-10 september 1949, conservato presso l’Archivio Marotta a Roma (trad. nostra dall’inglese).

9

Atti del IV Congresso mondiale di sociologia (1959) in quattro volumi. Nell’avvertenza alle traduzioni, Ferruccio Rossi-Landi, della sezione sociologica del Centro di prevenzione e difesa sociale, curatore di esse scrive:
«… la terminologia atta ad indicare precisi e complessi concetti sociologici urta in modo violento contro lo stile letterario, filosofico e storiografico … Lo stile sociologico porta una mentalità scientifica … La discrepanza tra i due stili e le due connesse mentalità è da annoverarsi tra i fattori che, al livello dell’attività culturale ed editoriale, possono rendere difficile la diffusione del pensiero sociologico…» (Atti, vol. II, «Sociologia: applicazioni e ricerche», 1959, 7-8).

10

Socio della Società Italiana di Sociologia, via di Villa Albani 12 Roma, con domanda del 30 agosto 1950.

11

Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale, Gli squilibri regionali e l’articolazione dell’intervento pubblico, Atti del Convegno di studio svoltosi a Torino e a Saint Vincent dal 3 al 7 settembre 1961, Milano, Lerici editore, 1962.

12

La sede, come indicato nel primo opuscolo informativo, è a Palazzo Verdi in via Verdi. In quarta pagina una foto della facciata e più avanti una bella foto della città presa dall’alto con sullo sfondo le Dolomiti di Brenta e la Paganella.

13

Socio ordinario della Società italiana di sociologia, Piazza S. Ambrogio, 9 Milano.

14

Socio ordinario della Società italiana di sociologia, direttore Ufficio studi della Società Montecatini; direttore de L’Industria; via Farneti, 8 Milano.

15

In copertina la foto di Via Verdi con il palazzo dell’I.U.S.S. e sullo sfondo la facciata del Duomo.

16

Primo estensore del piano di studi della facoltà. Il 3 aprile 1957 Giorgio Braga fece domanda di adesione alla Società Italiana di Sociologia, indicando come indirizzo: Via Torricelli, 3 Torino e aggiungendo di aver pubblicato l’anno precedente: Il comunismo tra gli italiani, Edizioni di Comunità, «saggio di sociologia dell’adesione ideologica».

17

Socio della Società italiana di sociologia.

18

«B. Kessler … venne ufficialmente a incontrarmi a Torino, allo scopo di informarmi sul progetto di Sociologia a Trento, chiedendomi, in particolare, di dare assenso e collaborazione ad una specie di duunvirato sociologico, tra me e Braga; non essendosi ancora istituzionalizzata una appropriata forma di direzione, che Kessler allora riteneva doversi dare ai sociologi, e che poi, per varie ragioni … che fanno parte del dilemma sociologia pensiero-sociologia tecnica, sarà affidata al professor Mario Volpato, matematico di Ca’ Foscari»; e ancora «Mario Volpato, direttore dell’Istituto universitario di scienze sociali di Trento, come l’ho conosciuto io, era ottimo insegnante, nonché amico gioviale, ma oltremodo condizionato dalle sue idee circa il posto e il ruolo del proprio sapere matematico-statistico, nelle scienze sociali e nella sociologia. Già la sua nomina a direttore, oltreché un risultato della irresolutezza mia e di Giorgio Braga (io non così accademicamente consolidato, anche se libero docente dal 1956, Braga per il carattere impervio e un atipico curriculum accademico) rappresentava la vittoria dell’alternativa scientifico-tecnica nell’immagine universitaria dell’Istituto trentino. Volpato era uno strenuo assertore della avalutatività tecnica e della neutralità della scienza» (Barbano 2004, 139, 147). Barbano chiese di essere ammesso alla Società Italiana di Sociologia con domanda al presidente prof. Corrado Gini, l’1 dicembre 1950, indicando come indirizzo: Via Cibrario, 70 Torino.

19

Bellone, economista lo «avevo già conosciuto nelle circostanze della ricerca olivettiana per il Piano regolatore di Ivrea, nei primi anni Cinquanta» (Barbano 2004, 140).

20

A pagina 5 leggiamo: «Istituto trentino di cultura. È l’Ente promotore dell’Istituto universitario di scienze sociali, istituito con Legge provinciale 29 agosto 1962, n. 11. [Il 12 settembre successivo delibererà la fondazione dell’Istituto]. Hanno aderito all’Istituto trentino di cultura i seguenti Enti: Regione autonoma Trentino-Alto Adige, Provincia autonoma di Trento, Comune di Trento, Camera di commercio industria e agricoltura di Trento, Cassa di risparmio di Trento e Rovereto, Consorzio dei Comuni appartenenti al bacino imbrifero dell’Adige, Consorzio dei Comuni appartenenti al bacino imbrifero del Sarca, Consorzio dei Comuni appartenenti al bacino imbrifero del Chiese, Istituto di credito fondiario della Regione tridentina. L’Istituto trentino di cultura è amministrato da una commissione così composta: presidente avv. Bruno Kessler presidente della Provincia Autonoma di Trento. Membri: dott. Luigi Dalvit presidente della Regione autonoma Trentino-Alto Adige, comm. rag. Leo Detassis presidente della Camera di commercio industria e agricoltura di Trento, prof. Attilio Tanas assessore alle finanze e sostituto del Presidente della Provincia autonoma di Trento, prof. Umberto Tomazzoni preside del Liceo “A. Rosmini” di Rovereto. Segretario amministrativo dott. Gabriele Santoni. Al collegio commissariale dell’Istituto universitario di scienze sociali si è aggiunto come consulente alla segreteria, tenuta anche qui dal dott. G. Santoni, il dott. Enzo Grossato capo sezione nell’Università di Padova».

21

La prefazione porta la data Torino, novembre 1963, invece, nel frontespizio, si legge Trento 1964. «La mia presenza e partecipazione didattica a Trento si svolsero continuativamente dall’anno accademico 1963 al 1969» (Barbano 2004, 140).

22

Ricordiamo che Parsons era stato a Milano nei giorni 29 e 30 marzo 1962, proprio nei mesi in cui era in preparazione il lancio della Facoltà di sociologia di Trento che sarebbe avvenuta nell’autunno successivo: «il primo giorno è stato ospite dell’Istituto lombardo per gli studi economici e sociali, dove ha tenuto una conferenza. … Poi in serata ha tenuto una conferenza nella sala del Circolo Turati. Il giorno seguente è stato ricevuto da alcuni componenti del consiglio nazionale dell’Associazione italiana di scienze sociali presso l’Università degli Studi di Milano recandosi anche all’Istituto di filosofia e sociologia giuridica» (Quaderni di Sociologia, 1962, XI, 239).

23

Dalla relazione presentata al congresso organizzato dall’Associazione Nazionale Ingegneri Dipendenti da Aziende, a Torino, nei giorni 23-30 settembre 1963, sul tema «Problemi di ingegneria connessi con l’organizzazione nell’Industria». Gino Levi (Firenze 1901 – Ivrea 1996) cambiò il suo cognome in Martinoli in seguito all’entrata in vigore delle leggi razziali nel 1938. Al Politecnico conobbe Adriano Olivetti, con il quale instaurò un rapporto di amicizia duraturo. Dopo aver lavorato ventidue anni all’Olivetti occupandosi di organizzazione, passò all’Iri; poi amministratore delegato dell’Agip Nucleare (sua la prima centrale atomica italiana di Latina). Sempre attento ai problemi della ricerca e della formazione, dal 1961, una volta in pensione, accentuò questo suo interesse. Primo presidente del Formez, membro del consiglio di amministrazione dell’Enea e del Cnr, presidente della Casa Editrice Zanichelli. L’interesse per i problemi formativi per Martinoli andò di pari passo con l’attenzione per i fenomeni sociali. Il suo impegno in questo ambito lo portò a collaborare con la Svimez, e poi con la creazione del Censis, nel 1964, insieme con Giuseppe De Rita e Pietro Longo.

24

Nel corso dell’anno, era giunto in visita il prof. René König (ordinario di sociologia nell’Università di Colonia e presidente dell’Isa) «che per l’esperienza in atto a Trento ha dimostrato il più vivo interesse ed apprezzamento». E non poteva essere diversamente. Ricordiamo che König, correttamente a nostro parere, voleva escludere dalla sociologia le «teorie della società». E quanto avesse ragione lo si vedrà qualche anno dopo con il Sessantotto, quando la distinzione tra «sociale» e «sociologico» divenne del tutto incomprensibile.

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Vennero analizzati i programmi (si veda la tavola a pp. 139-140) di 3 università austriache, 4 belghe, 1 canadese, 9 francesi, 13 tedesche, 8 inglesi e scozzesi, 1 israeliana, 7 olandesi, 6 scandinave, 3 polacche, 25 statunitensi, 4 svizzere. In particolare, Barbano tenne conto dei programmi delle seguenti istituzioni: London School of Economics and Political Sciences, Dipartimento di sociologia della Columbia University, Department of Social Relations della Harvard University di Boston e poi ancora University of Chicago, University of California (Berkeley), Massachussets Institute of Technology, Michigan State University, University of Wisconsin, State University of Iowa, e man mano da tutte le altre nella misura in cui permettevano un raffronto con i programmi di Trento, come ad esempio i programmi delle University of Pennsylvania, University of Philadelphia e Cornell University.

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Oggi rappresentano un dato comune soprattutto nelle università estere di qualsiasi disciplina. Non così generalizzato in Italia se – come è possibile constatare – ci si può laureare in ingegneria in università del nord Italia ai primi posti nelle classifiche Censis, senza vedere un laboratorio o un lavoro di gruppo.

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Rileva Barbano: «Dieci anni fa era assolutamente impensabile vedere negli annunci economici dei grandi quotidiani nazionali richieste di personale specializzato in scienze sociali e di ricercatori sociali. In questi ultimi anni un sintomo caratteristico della valorizzazione professionale della conoscenza sociologica è stato appunto quello di poter leggere tra le offerte di impiego di grandi Enti economici ed amministrativi richieste di sociologi … Da una ricerca che si sta conducendo a cura dell’Istituto trentino presso dirigenti di aziende e di enti economici vari risulta che un’alta percentuale di rispondenti mostra di consentire sulla necessità che coloro che lavorano nei settori personale ed organizzazione abbiano una preparazione ed una formazione di base di tipo sociologico» (45).

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Incredibile come anche quarant’anni dopo (Barbano 2004, 145) possa aver tirato fuori un simile insostenibile argomento, citando uno stralunato Salvemini, il quale per quanto riguarda la concezione della scienza era stato sorpassato … da Vico; non solo quello della Scienza nuova (1744), ma anche dal Vico delle Orazioni inaugurali, specie quella del 1708, De nostri temporis studiorum ratione. Ma, più di recente, si possono ricordare le posizioni cui era giunto Max Weber, nozioni del primo anno di sociologia, o Pareto nei primi due capitoli del Manuale.

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Possiamo solo segnalare la superfluità di due insegnamenti quali «filosofia sociale» e «antropologia e etica sociale», entrambi accennati e superati nelle varie materie sociologiche.

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Pertinente l’osservazione di Gioele Solari: «… la statistica fu una derivazione della politica largamente intesa, quale cioè era intesa nel XVI secolo, comprendente in sé cognizioni geografiche, statistiche e storiche in quanto potevano illuminare sulla vita e le condizioni reali degli Stati» (1907, 102).

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«Endlich kennen die Regierungen, als gebildete Despoten, ihr eigenes Land und die Länder ihrer Nachbarn umgleich genauer, als ihre nordischen Zeitgenossen die ihrigen, und berechnen die Leistungsfähigkeit von Freund und Feind in ökonomischer wie in moralischer Hinsicht bis ins Einzelste; sie erscheinen, trotz den schwersten Irrtümern, als geborene Statistiker» (1989, 104).

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Ci piace ricordare qui che non a caso la nostra prima opera organica concepita nello stimolante ambiente della nostra Facoltà, porta il titolo di Sociologica. Introduzione logico-matematica alla sociologia, 1984 (in coll. con M. Ravelli).

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Senza citare Lazarsfeld già abbondantemente conosciuto, si pensi che nel 1964 usciva il bel volume di Coleman, Mathematical Sociology. Precedentemente, erano uscite altre opere significative di altri autori in questo senso. Del resto, le applicazioni di Gini spesso non erano altro che sociologia matematica. Come studenti avemmo subito un esempio illuminante da studiare, tra l’altro e cioè i Materiali per il corso di Statistica per la ricerca sociale a cura del prof. Vittorio Capecchi (a.a. 1968-69, 233).

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Tradizione confermata dai nuovi, per allora, orientamenti storici, come ad esempio la scuola delle Annales di Febvre, Bloch, Braudel: dalla histoire événementielle alla storia delle configurazioni sistemiche e degli andamenti ciclici.

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Ricordiamo la struttura dell’opera di Sorokin: volume 1: Fluctuation of forms of art (painting, sculpture, architechture, music, literature, and criticism (pp. XXI, 745); volume 2: Fluctuation of systems of thruth, ethics, and law (pp. XVII, 727); volume 3: Fluctuation of social relationships, war, and revolution (pp. XVII, 636); volume 4: Basic problems, principles, and methods (pp. XV, 804).

  • Articolo
  • pp:169-197
  • DOI: 10.1485/AIS_3/2014_PASSATO_PRESENTE
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