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AIS

2026/31

Intervista a Ada Cavazzani

Il dialogo fra Ada Cavazzani e il suo ex studente e collega Carlo De Rose ricostruisce un percorso personale e scientifico che muove dal dopoguerra e si snoda nel corso della seconda metà del Novecento, per arrivare sino ai nostri giorni. Sono anni in cui ha preso forma un pensiero critico che ha segnato la storia della Sociologia nel nostro paese e che ha proiettato Ada Cavazzani oltre i confini nazionali, particolarmente in Africa, dove ha anche promosso interventi di cooperazione e progetti di animazione locale socialmente sostenibili, contribuendo a veicolare temi centrali del dibattito internazionale sui modelli di sviluppo nelle aree rurali.

The dialogue between Ada Cavazzani and her former student and colleague Carlo De Rose reconstructs a personal and scientific path that moves from the post-war period, unfolds throughout the second half of the twentieth century, and extends to the present day. These were years in which a critical thought took shape that marked the history of Sociology in Italy and that projected Ada Cavazzani beyond national borders, particularly in Africa, where she also promoted cooperation initiatives and socially sustainable community animation projects, contributing to the advancement of key themes within the international debate on development models in rural areas.

Keywords: Ada Cavazzani, Cattaneo Institute, University of Urbino, University of Calabria, rural development

DOI: 10.82031/2281-2652-2026-019

Pagine 151-163

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Ada Cavazzani nasce a Trento nel 1939 e trascorre la sua infanzia ad Asiago. A dieci anni, dopo la morte del padre, si trasferisce con la sua famiglia a Torre Pellice. Il contesto sociale e culturale delle comunità valdesi fa da sfondo alle esperienze giovanili che segnano la sua formazione iniziale. Nel 1958, dopo un anno trascorso in Inghilterra per l’apprendimento della lingua inglese, inizia gli studi universitari a Trieste, dove consegue prima il diploma di traduttrice-interprete e poi la laurea in lettere moderne.

Il suo incontro con la sociologia avviene grazie a un incarico offerto dall’Istituto Cattaneo di Bologna, dove tra il 1963 e il 1965 svolge la sua prima esperienza di ricerca nell’ambito di una indagine sui partiti e la partecipazione politica in Italia coordinata da Francesco Alberoni e Giorgio Galli. Tra il 1966 e il 1973 ricopre il ruolo di assistente alla cattedra di Sociologia a fianco di Alessandro Pizzorno presso la Facoltà di Economia dell’Università di Urbino, sede di Ancona. In questo periodo, avvia anche la sua collaborazione con la casa editrice il Mulino per la quale cura la traduzione delle opere di Boudon e Lazarsfeld, Mackenzie, Bottomore e Roth. Nel 1973 accoglie l’opportunità di un incarico presso la nascente Facoltà di Scienze Economiche e Sociali dell’Università della Calabria, ateneo cui lega in modo ininterrotto il suo percorso accademico.

Gli anni Settanta costituiscono per lei una fase di progressiva ridefinizione dei suoi interessi scientifici. Muovendo da una critica alla teoria della modernizzazione, si dedica allo studio del part-time in agricoltura quale specifica forma di organizzazione della produzione nelle aziende agricole a prevalente conduzione familiare. Su questo tema concentra a lungo la sua attività di ricerca all’estero, prima presso il Dipartimento di Sociologia Rurale della Cornell University e negli anni successivi entrando a far parte della rete di studiosi che si occupano di sviluppo rurale e di politiche agricole comunitarie. Nel frattempo, a partire dal 1982, assume incarichi per conto della Cooperazione Internazionale Italiana dando così avvio a un altro importante filone di ricerca sui temi dello sviluppo rurale e il mondo contadino in alcune regioni dell’Africa occidentale e orientale (Senegal, Mali, Burkina Faso, Etiopia, Somalia, Tanzania). Una esperienza, quest’ultima, che si accompagna con un interesse crescente per l’analisi dei processi migratori che coinvolgono vaste aree dell’Africa subsahariana, oltre che con un impegno sempre più attivo nel sostegno ad alcuni progetti di animazione e promozione dello sviluppo locale portato avanti attraverso GAO Cooperazione Internazionale, una ONG di cui è stata lei stessa co-promotrice. Anche dopo il pensionamento, avvenuto nel 2010, ha continuato a coltivare interessi di ricerca, a pubblicare nuovi contributi e a prendere parte in qualità di relatrice a convegni sia nazionali che internazionali.

Membro onorario dell’AIS, ha fatto parte del comitato scientifico di Sociologia Ruralis – la rivista della società Europea di Sociologia Rurale – e di Sociologia Urbana e Rurale. Ha inoltre diretto l’Osservatorio di Economia Agraria della Calabria (INEA) e ricoperto vari incarichi per la valutazione di interventi di cooperazione allo sviluppo per conto del Ministero degli Affari Esteri DGCS. Tra le sue pubblicazioni: Rapporti sociali e programmazione in agricoltura (Argalia, 1973); Part-time farming and the Common Agricultural Policy (University of London, Wye College, 1977); Part-time farming in Advanced Industrial Societies (Cornell University, 1979); Ristrutturazione capitalistica e famiglia agricola (Marsilio, 1980); International Perspectives on Part-time Farming. A Review (Geo Journal, 1982); Marginalità delle campagne e strategia di difesa contadina nei paesi saheliani (Rivista di agricoltura subtropicale e tropicale, 1985); Marginalità e sviluppo. Produttività e risorse agricole in un’area marginale: il caso della Sila Greca (Marra, 1986); Sistemi agricoli marginali (a cura di, CNR, Progetto IPRA, 1990); The Practice of Rural Development Partnerships in Europe (con M. Mosely, a cura di, Rubbettino, 2001); Asylumisland. Accoglienza ed inserimento socioeconomico di rifugiati e richiedenti asilo nelle regioni del Sud Italia (a cura di, Rubbettino, 2005); Politiche, governance e innovazione per le aree rurali (a cura di, con G. Gaudio e G. Sivini, Edizioni Scientifiche Italiane, 2006); Introduzione al testo di J.D. van der Ploeg, Oltre la modernizzazione. Processi di sviluppo rurale in Europa (Rubbettino, 2006); Innovazione sociale e strategie di connessione delle reti alimentari alternative (Sociologia Urbana e Rurale, 2008); Nuove prospettive per la sociologia rurale in Italia (Sociologia Urbana e Rurale, 2009); Strategie e pratiche di sovranità alimentare in Africa (Agriregionieuropa, 2013); La grande lezione di Nuto Revelli per comprendere l’agricoltura contadina di ieri e di oggi (Il Presente e la Storia, 2019); Natura come fondamento dell’esistenza e senso del limite negli scritti di Mario Rigoni Stern (in Bordry M., a cura di, La questione ecologica nell’opera di Mario Rigoni Stern, Ronzani Editore, 2024).

 

Prima di entrare nel merito del tuo approdo alla sociologia, ti chiederei di tornare un po’ più indietro nel tempo. Mi riferisco agli anni che precedono l’avvio degli studi universitari, gli anni del liceo. Chi ti conosce sa che hai sempre mantenuto un legame speciale con i tuoi luoghi di origine. Come descriveresti il contesto in cui vivevi, quali le esperienze più significative di quegli anni?

La mia famiglia all’epoca si era trasferita in Piemonte, a Torre Pellice, dove svolgo gli studi secondari presso il Collegio Valdese. Ricordo che al liceo eravamo in pochi – forse una decina di studenti – e avevamo dei docenti straordinari, capaci di stimolarci. Torre Pellice era una comunità vivace per noi giovani. C’era il teatro e a me piaceva molto recitare. Poi c’era la possibilità di praticare degli sport. Io ero molto appassionata di sci, anche perché avevo scoperto il piacere di muovermi nella neve sull’Altopiano di Asiago, dove avevo trascorso i miei primi dieci anni di vita. Andavamo su per i monti con gli sci in spalla, perché non esistevano ancora gli impianti di risalita, e pattinavamo su un laghetto che d’inverno gelava.

Dal punto di vista sociale, gli anni giovanili a Torre Pellice li associo alla crescente influenza dell’insediamento industriale della Fiat sulla popolazione delle valli. Erano tante le persone dei comuni della Val Pellice che si alzavano alle quattro del mattino per andare a lavorare in fabbrica: scendevano a Torino con il treno e tornavano stanche la sera. Per gli operai la Fiat appariva un percorso obbligato, un destino inevitabile, come ha efficacemente descritto Nuto Revelli. Noi giovani che appartenevamo a famiglie che avevano la possibilità di mantenere i figli agli studi ci sentivamo dei privilegiati. Forse era proprio questa nostra condizione che ci consentiva di riconoscere gli aspetti controversi di quel sistema produttivo, con tutti gli squilibri che generava. In Piemonte, d’altra parte, c’era anche l’esperienza della Olivetti, che rappresentava un modello di capitalismo più integrato con il ruolo sociale dell’impresa.

Le discussioni che allora facevamo sulle trasformazioni in atto nelle valli erano espressione di un percorso di maturazione civile e politica che appassionava una parte di noi giovani e che si innestava nella storia della resistenza. La coscienza antifascista, di cui avevo avuto una testimonianza diretta grazie all’impegno di mio padre, «dottore dei partigiani» sull’altopiano di Asiago, era molto diffusa nelle valli valdesi, anche grazie all’eredità di figure esemplari della resistenza partigiana. Penso per esempio a una persona di grande rigore morale come Willy Jervis – padre della mia amica Paola –, ingegnere della Olivetti, che fu catturato e ucciso barbaramente dai nazifascisti, dopo essere stato torturato per non tradire i suoi compagni.

In quegli anni, l’esperienza della resistenza e la coscienza antifascista si coniugavano anche con un interesse crescente per il nascente europeismo. L’idea che bisognasse superare una visione nazionalista e scongiurare i rischi di nuovi conflitti creando una Europa unita era vista molto favorevolmente da noi giovani, anche perché le comunità valdesi erano da sempre aperte alla dimensione internazionale. In questo clima culturale un ruolo importante assunse il Centro ecumenico Agape promosso dal pastore valdese Tullio Vinay, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, con l’intento di consolidare la pace e favorire la riconciliazione tra i popoli. Agape era stato costruito a Prali in val Germanasca sulla base di un progetto geniale dell’architetto Leonardo Ricci – amico di Tullio – ispirato all’idea di comunità. Giovani provenienti da tanti diversi paesi, i cui popoli si erano anche combattuti durante la guerra, avevano contribuito per quattro anni con il lavoro volontario alla costruzione del Centro. La partecipazione alle tante iniziative di Agape ha rappresentato per me un’esperienza formativa straordinaria. Facevamo tante riunioni durante i diversi campi estivi e invernali. Agape era una fucina di idee e un luogo di incontro per molti. Qui ho conosciuto anche Lelio Basso, Raniero Panzieri – fondatore di Quaderni rossi –, Bianca Beccalli, Michele Salvati, Vittorio Rieser, Goffredo Fofi, Paola Vinay, figlia di Tullio e moglie di Massimo Paci.

In che modo queste esperienze orientano le tue scelte successive? Avevi già un’idea precisa in merito ai possibili studi universitari?

Agape costituiva un luogo dove coltivare il dialogo, ma era anche una scuola del pensiero critico fondato su un’analisi rigorosa. Per me ha rappresentato una fase di maturazione civica e politica che precede il Sessantotto. Forse è per questo che, quando finii il liceo, sentivo il bisogno di fare nuove esperienze nel mondo.

A quell’epoca mia madre avrebbe voluto che io mi trasferissi a Trieste per iniziare i miei studi universitari, dato che sua sorella insegnava lingua francese al Liceo Petrarca e mi avrebbe potuto ospitare. Io accettai di spostarmi a Trieste, ma solo dopo aver trascorso un anno in Inghilterra per imparare l’inglese. Nella tradizione delle famiglie valdesi era normale mandare a studiare le figlie all’estero; anche mia mamma – Erica Gardiol – e mia nonna – Rosa Jourdan – erano andate entrambe in Irlanda con il medesimo scopo. Così nell’autunno del 1957 arrivai nel Sussex, dove venni accolta al Milton Mount College, un collegio femminile legato a una congregazione protestante. Riuscii anche a ottenere un contratto di lavoro presso questo collegio dove, in cambio di prestazioni minime – apparecchiare e sparecchiare a mensa durante i tre pasti della giornata –, mi venivano offerti l’alloggio e la possibilità di seguire i corsi gratuitamente. Per questo mio primo lavoro ricevevo anche una piccola paga, che depositavo in parte su un conto in banca e che mi sarebbe servita per fermarmi a Parigi durante il viaggio di ritorno in Italia. Dal Sussex avevo preso l’abitudine di spostarmi a Londra in treno o tramite autostop. Andavo a teatro, ma soprattutto ai concerti, perché amavo molto la musica e scoprivo musei e biblioteche. Conoscere la città di Londra ha significato entrare in rapporto con un contesto multietnico socialmente e culturalmente molto vivo, che continuerò a frequentare anche negli anni successivi, durante i periodi estivi.

Di ritorno in Italia inizio il mio percorso di studi all’Università di Trieste, dove conseguo prima il diploma di traduttrice-interprete di lingua inglese e francese e poi, nel 1964, la laurea in lettere moderne con una tesi sulla storia delle comunità valdesi. Trieste è stata per me un’occasione fortunata. Era una città di confine molto vivace, un crocevia di culture, con comunità diverse che storicamente avevano imparato a convivere, nonostante le tensioni politiche che pure condizionavano la vita pubblica. Durante il periodo degli studi universitari entrai anche a far parte dell’Unione Goliardica Italiana (UGI), un’associazione studentesca all’epoca molto dinamica. Mi ritrovai coinvolta in modo attivo in diverse attività culturali e politiche. In quegli anni pensavo di intraprendere il percorso di insegnante nelle scuole, magari dedicandomi ai viaggi e alla scrittura, e mi rendevo conto che i temi sociali e politici continuavano a suscitare in me un forte interesse.

Con questo bagaglio di esperienze e questi tuoi interessi emergenti, cosa ti porta ad avvicinarti a una disciplina quale la sociologia che fino a quel momento era estranea al tuo percorso di studi?

Negli anni in cui studiavo a Trieste ho conosciuto Giordano Sivini, anche lui studente universitario impegnato attivamente nell’UGI. Studiava scienze politiche ed era seguito per la sua tesi da Angelo Pagani, un sociologo che proveniva dall’Università di Milano. Nel 1963 Giordano venne coinvolto dall’Istituto Cattaneo di Bologna per lo svolgimento di una ricerca sui partiti e la partecipazione politica in Italia. Si trattava di un programma di ricerca impegnativo, finanziato dal Twentieth Century Fund di New York. Considerato che l’Istituto Cattaneo cercava giovani ricercatori per svolgere attività sul campo, Giordano, con il quale avevo nel frattempo avviato una relazione, mi propose di partecipare alla conduzione di interviste ad attivisti di partito. Si trattava di interviste biografiche da realizzare sulla base di una traccia disegnata da Francesco Alberoni e sotto la guida metodologica di Vittorio Capecchi, il quale era da poco rientrato dagli Stati Uniti dove aveva scoperto Lazarsfeld. A me assegnarono il compito di intervistare i militanti del Partito comunista di Carpi. Mi occupai inoltre di ricostruire la storia dell’Unione Donne Italiane (UDI), una delle più importanti organizzazioni femminili del dopoguerra, fondata durante il periodo della resistenza e legata al PCI.

Questa esperienza di ricerca al Cattaneo fu per me molto formativa e mi diede l’opportunità di conoscere altri giovani sociologi. Oltre a Vittorio Capecchi, ricordo Agopik Manoukian, Anna Oppo, Silvia Tozzi, Marzio Barbagli. A partire da quella ricerca, iniziai la mia collaborazione con il Mulino, per il quale nel 1965 pubblicai un primo articolo sul tema dell’emancipazione femminile e alcuni contributi in due volumi curati rispettivamente da Poggi e Manoukian. Una collaborazione quella con il Mulino che proseguì con i lavori di traduzione delle opere di alcuni autori di rilievo nel campo delle scienze sociali: Boudon e Lazarsfeld, Mackenzie (1969), Bottomore (1971), Roth (1971).

Conclusa l’esperienza presso l’Istituto Cattaneo, quale altra direzione prende il tuo percorso di giovane ricercatrice?

La conclusione della ricerca al Cattaneo ci mise di fronte alla necessità di operare delle scelte. Con Giordano nel frattempo ci eravamo sposati e nel 1965 ci eravamo incontrati a Bologna con Lelio Basso, deputato del Partito socialista che era anche stato membro dell’Assemblea Costituente; un marxista non ortodosso vicino alle posizioni di Rosa Luxemburg. Io avevo avuto modo di conoscerlo in uno dei tanti incontri ad Agape, dove era stato invitato a parlare dei cambiamenti in atto nella società italiana del dopoguerra. Lui ci coinvolse nell’avvio di un centro di ricerca che prenderà il nome di Istituto per lo Studio della Società Contemporanea (ISSOCO). Così per un periodo ci trasferimmo a Roma. Ed è proprio presso l’ISSOCO che l’anno successivo ci ritrovammo a collaborare con Alessandro Pizzorno, il quale era da poco stato chiamato come ordinario presso la Facoltà di Economia e Commercio di Ancona, sede distaccata dell’Università di Urbino. Pizzorno all’epoca era impegnato su una serie di ricerche sui partiti, mentre io e Giordano avevamo alle spalle l’esperienza di ricerca al Cattaneo. Per questo motivo lui ci propose di trasferirci ad Ancona, anche perché nel frattempo Giordano aveva ottenuto un incarico presso l’Università di Urbino. A partire dal 1966 avviai dunque la mia prima esperienza in università, come assistente volontaria alla cattedra di Sociologia di Pizzorno. Studiavamo il ruolo dei partiti politici integrando analisi teorica con ricerca empirica.

Se capisco bene, in questi primi anni ad Ancona tu continui a occuparti di fenomeni propri della sociologia politica. Cosa ti induce poi a spostare i tuoi interessi di ricerca in altri campi?

Nel 1970 avevo avuto la possibilità di partecipare a un concorso di assistente ordinario bandito presso la Facoltà di Economia e Commercio di Ancona. Ricordo che sostenni la prova scritta a febbraio, a distanza di un mese dalla nascita di mio figlio. Vincere quel concorso comportò un cambiamento sostanziale della mia condizione. È da quel momento che iniziai anche a credere con maggiore fiducia in un mio percorso da sociologa in Università.

La collaborazione con Pizzorno nel frattempo andava avanti, ma io venni coinvolta anche dal Preside di Facoltà – l’economista agrario Giuseppe Orlando – in una ricerca sui temi della programmazione e pianificazione territoriale. Si trattava anche in quel caso di una ricerca sul campo. Il territorio oggetto di indagine era quello della Valle del Chienti. Questa ricerca segnò in effetti un momento di svolta nei miei interessi scientifici. Fino a quel momento mi ero occupata soprattutto di temi politici, mentre con questa nuova ricerca spostai la mia attenzione sui sistemi produttivi locali, con riferimento agli effetti delle trasformazioni in agricoltura e ai cosiddetti vincoli sociali allo sviluppo.

Orlando era un economista agrario che aveva contribuito alla formazione della scuola di Portici. In quel momento era interessato al tema del part-time in agricoltura, una forma di produzione non riconosciuta dalle politiche dei paesi dell’Europa occidentale e ancora poco studiata. Durante una visita in Ungheria, aveva scoperto che le politiche agricole in quel paese prevedevano un sostegno specifico al part-time agricolo in quanto espressione di un sistema produttivo diffuso, incentrato sulla piccola azienda familiare piuttosto che sull’impresa agricola di tipo capitalistico. Da parte mia, andavo sempre più maturando la convinzione che occorresse declinare insieme la dimensione politica, quella economica e quella sociale nello studio dei sistemi territoriali locali. Insieme avviamo dunque una ricerca sul part-time con il supporto dell’Ente Regionale di sviluppo agricolo delle Marche, selezionando un campione rappresentativo di aziende a conduzione familiare nelle province di Pesaro, Ancona, Macerata e Ascoli Piceno.

Come succede che dalla sede di Ancona ti ritrovi poi catapultata in Calabria?

Nel 1972, mentre si avviava la ricerca nelle Marche, io e Giordano entrammo in contatto con Beniamino Andreatta, in quel momento impegnato come Rettore nelle attività preparatorie della nuova Università della Calabria, istituita nel 1968 al fine di promuovere lo sviluppo economico, sociale e culturale in una regione particolarmente svantaggiata. Si trattava di un progetto chiaramente innovativo, rispetto alle università tradizionali, sul piano della struttura scientifica, didattica e residenziale. Di concerto con il Comitato ordinatore della Facoltà di Scienze Economiche e Sociali – di cui facevano parte anche Paolo Sylos Labini e Giuseppe Vanzetti – Andreatta ci propose di contribuire alla organizzazione del Dipartimento di Sociologia e Scienza Politica che doveva essere costituito insieme agli altri due Dipartimenti di Economia politica e di Organizzazione Aziendale. Per la prima volta si riconosceva un ruolo significativo alle scienze sociali integrate con quelle economiche e aziendali. Si stava inoltre costruendo un vero campus universitario, in cui studenti e docenti avrebbero potuto condividere esperienze di studio e di vita comune. Ci sembrò una opportunità coerente con il nostro orientamento e quindi decidemmo di trasferirci in Calabria, anche per riuscire a comprendere da vicino i problemi del Mezzogiorno. A me proposero un insegnamento di Sociologia urbana e rurale. Si trattava di un insegnamento originale in quell’epoca, perché teneva insieme due aree di studio tradizionalmente distinte. L’idea di una sociologia urbana e rurale fu sostenuta da Sylos Labini, convinto che occorresse coniugare i problemi di città e campagna. Iniziai così a lavorare sull’idea di un insegnamento che consentisse di confrontare quadri teorici e tradizioni di ricerca differenti.

Quegli anni li ricordo come un periodo estremamente dinamico. L’idea ispiratrice di Andreatta era quella di un ateneo rivolto al mondo, capace di attrarre soprattutto giovani studiosi, anche da altri paesi. Da parte nostra cercammo di valorizzare i giovani che avevamo conosciuto ad Ancona come studenti più promettenti: Fantozzi, Pieroni, Mandolini, Fiocco, Ascoli. In quella fase di avvio del nostro Dipartimento furono comunque molte le persone che arrivarono da diversi ambienti, come Giovanni Arrighi, Johannes Agnoli, John Halliday, Renate Siebert, Fortunata Piselli. Si era creato un ambiente culturale in cui era vivo il confronto tra le diverse posizioni. Noi del gruppo di Ancona avevamo prevalentemente una matrice marxista, politicamente vicina alle posizioni di Lotta continua.

In questa situazione completamente nuova, in che modo riesci a capitalizzare l’esperienza di ricerca acquisita fino a quel momento e quali invece i nuovi temi su cui orienti la tua attenzione?

La ricerca nelle Marche rimaneva un capitolo ancora aperto e il tema del part-time in agricoltura costituiva per me un filone di studi sempre più centrale, rispetto al quale intravvedevo già allora la necessità di un effettivo approccio interdisciplinare. Ero interessata anche alle analisi sviluppate dagli economisti e mi confrontavo allo stesso tempo con quella tradizione della sociologia rurale nata negli Stati Uniti. Ero convinta che bisognasse spostare l’attenzione sugli attori sociali, sulle persone, sulle loro strategie e sulle loro condizioni di vita.

Inoltre, rispetto ai modelli teorici adottati, cominciavo a riconoscere più chiaramente i limiti dell’idea di modernizzazione applicata in agricoltura e della centralità assegnata al criterio della produttività. I criteri economicistici, che a partire dal dopoguerra avevano incoraggiato la meccanizzazione e le produzioni intensive come unico modello da promuovere per favorire lo sviluppo in agricoltura, venivano messi in discussione. La stessa idea di una programmazione calata dall’alto, che all’epoca rientrava nel modello dominante della pianificazione dello sviluppo, mi appariva sempre meno convincente. Nell’inquadrare i fenomeni che mi ritrovavo a studiare, avvertivo l’esigenza di riconnettere la teoria economica con la teoria sociale, tenendo in considerazione anche i processi istituzionali da cui dipendeva la definizione delle politiche.

A tal riguardo, oltretutto, la Calabria costituiva per me un osservatorio interessante, con le contraddizioni che a quel tempo emergevano anche in termini di politiche industriali. Siamo infatti negli anni in cui si ragionava sulla creazione di un quinto polo siderurgico nazionale da realizzare a Gioia Tauro, un progetto nei riguardi del quale avviammo una riflessione critica all’interno dell’Università, organizzando seminari e momenti di dibattito molto partecipati che generarono anche una reazione avversa della politica locale. Ci sembrava che le priorità per un territorio quale quello calabrese fossero altre. Poi di fatto quel centro siderurgico – che si iscriveva ancora nella logica degli interventi della Cassa del Mezzogiorno – non nascerà mai, proprio per la crisi del comparto a livello globale.

In relazione a questo specifico tema del part-time in agricoltura, quali sono le esperienze di ricerca e collaborazione che riesci ad avviare al di fuori dei confini locali o nazionali?

La questione del part-time in agricoltura mi avvicinò ai temi del dibattito internazionale sulle politiche agricole comuni in Europa. In questa cornice nacque anche la mia collaborazione con Tony Fuller e Julius Mage, due studiosi canadesi del Dipartimento di Geografia dell’Università di Guelph in Canada che si occupavano della pluriattività in agricoltura e con i quali negli anni successivi condivido un’altra importante esperienza di ricerca a livello europeo coordinata da John Bryden dell’Arkleton Trust. Io allora ero interessata a capire fino a che punto il part-time in agricoltura potesse considerarsi una specifica forma di organizzazione della produzione agricola diffusa anche nei paesi più industrializzati. Intorno a questo interrogativo ruotava anche il lavoro di ricerca che condussi nel periodo 1976-78 presso il Dipartimento di Sociologia rurale della Cornell University, a Ithaca nello Stato di New York. Qui lavorai sui dati censuari degli Stati Uniti, analizzando i quali riuscii a dimostrare che il part-time in agricoltura costituiva una modalità di organizzazione della produzione ampiamente presente anche nel contesto nord-americano.

All’inizio degli anni Ottanta, quando ero ancora studente, io seguii il tuo corso di Sociologia urbana e rurale il cui programma includeva una parte monografica dedicata ai problemi di sviluppo in Africa. Ricordo ancora le lezioni che tenevi sulle trasformazioni in atto nelle società rurali dell’area subsahariana. Come si apre questo altro capitolo nei tuoi interessi di ricerca?

Le questioni relative ai processi di sviluppo del continente africano erano già oggetto di analisi all’interno del gruppo di persone che faceva capo alla nostra Facoltà di Scienze Economiche e Sociali in Calabria. Negli anni Settanta abbiamo avuto anche Giovanni Arrighi con noi. Lui aveva studiato con gli antropologi sociali della Scuola di Manchester ed era stato per un periodo anche in Rhodesia dove aveva conosciuto Samir Amin e poi in Tanzania, a Dar Es Salam, dove aveva avviato una collaborazione con Immanuel Wallerstein e Andre Gunder Frank. Insomma, esisteva già un filone di riflessione che aveva messo radici nella nostra università.

L’avvio della mia esperienza di ricerca in Africa è però connessa al coinvolgimento nelle azioni allora promosse dalla Cooperazione Internazionale Italiana per contrastare la carestia nell’area del Sahel. Nel 1982 ricevo un primo incarico per studiare l’area della Casamance in Senegal, al fine di comprendere i problemi connessi allo sviluppo della regione. Rimanendo sempre in Senegal, con Giordano veniamo anche coinvolti nello studio delle trasformazioni in atto nella vallata del fiume Senegal, dove il modello di sviluppo adottato dalle agenzie nazionali – come l’OMVS e la SAED – e da quelle internazionali era incentrato soprattutto sui grandi progetti per la diffusione dell’irrigazione e della meccanizzazione con l’introduzione di nuove colture. Noi vedevamo le criticità connesse alla logica di una produzione per il mercato che aveva un impatto negativo sulle comunità contadine. Dal nostro punto di vista occorreva un diverso coinvolgimento delle popolazioni locali per rendere quegli interventi sostenibili.

A partire da quel momento è stato un susseguirsi di esperienze che mi hanno portata in molte altre regioni. Nel 1985, sempre per conto della cooperazione italiana, inizio la mia attività di ricerca e valutazione nel Mali. Quella è stata una tappa importante perché coincide con l’avvio di quella che oggi potremmo descrivere come un’esperienza di ricerca-azione. Sempre nel 1985, infatti, con Giordano e altre persone ci facciamo promotori della costituzione di GAO Cooperazione Internazionale, una ONG che si propone di promuovere interventi di sostegno alle comunità locali ispirati a una logica di sviluppo dal basso. Ed è proprio attraverso GAO che mi ritrovo impegnata in un progetto per la realizzazione di una radio rurale a Kayes. A quell’epoca la FAO incoraggiava la diffusione delle radio rurali perché le considerava uno strumento di potenziale supporto allo sviluppo locale. Ma queste radio erano gestite dagli apparati istituzionali pubblici che si limitavano a riprodurre la logica dello sviluppo dall’alto. Noi invece decidemmo di coinvolgere alcune cooperative e associazioni nate su iniziativa degli emigranti, anche perché quella di Kayes era, e resta ancora oggi, un’area interessata da una massiccia emigrazione, soprattutto verso la Francia e da diversi anni anche verso l’Italia. La Radio Rurale Kayes (RRK) è tuttora vitale, dopo 40 anni dall’apertura, proprio perché gestita dagli attori sociali con il sostegno di organismi internazionali. Viene seguita in streaming anche dagli immigrati maliani che lavorano nelle campagne qui in Calabria. Il modello di radio rurale sperimentato a Kayes riscosse interesse anche in altri paesi, tant’è che alcuni anni dopo abbiamo ricevuto da padre Alfredo Bellini, missionario comboniano di origine toscana, una lettera con cui ci veniva richiesta una collaborazione per avviare una radio con la Diocesi di Balsas, nello stato del Maranhão, nel nord-est del Brasile. Con GAO troviamo le risorse presso la struttura della cooperazione italiana e dopo due anni nasce la Radio Boa Noticia, grazie anche alla determinazione di padre Bellini che riesce a sormontare gli enormi ostacoli della burocrazia brasiliana e l’ostilità delle forze politiche conservatrici. Il vescovo di quella Diocesi era Gianfranco Masserdotti, di origini bresciane, pure lui comboniano. Aveva studiato sociologia a Trento, e si era laureato con una tesi su Marx e la religione. Una persona davvero straordinaria che mi è rimasta nel cuore, molto attenta ai problemi dei poveri e degli emarginati. Era presidente del CIMI, un organismo della Conferenza Episcopale brasiliana che guidava la pastorale indigena del Brasile. Concepiva la radio come strumento per raggiungere le popolazioni delle aree rurali sottratte dalle multinazionali per diffondere la coltura della soia. Siamo nel periodo in cui gli interventi dei missionari in America Latina facevano riferimento alla teologia della liberazione. Il coinvolgimento in quel progetto ha rappresentato per me un’altra esperienza particolarmente significativa.

Hai fatto cenno all’emigrazione. Anche questo diventa un tema di ricerca di tuo interesse in quel periodo.

Per circa quindici anni ho avuto l’opportunità di fare ricerca e condurre attività di valutazione dei progetti di sviluppo in regioni diverse del continente africano, sia sul versante occidentale (Senegal, Mali, Burkina Faso), sia su quello orientale (Etiopia, Somalia, Tanzania). La questione dei movimenti migratori – fossero essi ascrivibili ai movimenti interni o piuttosto ai flussi internazionali – emergeva in modo abbastanza sistematico, intrecciandosi con le altre questioni relative alle trasformazioni delle condizioni di esistenza delle popolazioni locali, soprattutto nelle aree rurali.

In Italia e in Europa, il tema delle migrazioni è stato analizzato soprattutto in relazione ai processi di immigrazione e di integrazione dei migranti nelle nostre società. Ancora oggi è questa la prospettiva prevalente negli studi del fenomeno. Io mi sono interessata al fenomeno migratorio provando invece a inquadrarlo dal punto di vista delle comunità di origine dei migranti, cercando anche di capire come si iscrivesse all’interno di vere e proprie strategie messe in atto dalle popolazioni per far fronte alle profonde trasformazioni indotte dai processi di sviluppo. Una questione questa spesso sottovalutata, intorno alla quale però esistono dei contributi interpretativi interessanti. Penso, per esempio, all’analisi sviluppata da Adrian Adams in Le long voyage des gens du Fleuve. Adrian era una antropologa nata a New York dove il padre era un diplomatico, morta tragicamente in un incidente stradale in Senegal. L’avevo conosciuta a Kougani, dove viveva come moglie di Djabe Sow, un leader contadino che aveva promosso iniziative sostenibili di sviluppo rurale nella alta valle del fiume Senegal. A lei si deve la ricostruzione delle migrazioni che coinvolgono la popolazione dei Soninké verso la Francia e le trasformazioni sociali in epoca postcoloniale. Questo diverso approccio allo studio delle migrazioni credo resti ancora una questione che interpella noi sociologi.

La tua frequentazione dell’Africa si è col tempo conclusa, ma tu hai continuato a mantenere vivo il tuo interesse per i temi dello sviluppo, anche attraverso il coinvolgimento in nuovi progetti di ricerca. Se dovessi fare qualche considerazione finale, quali sono le questioni che avverti come ancora attuali?

Le questioni aperte sono ovviamente tante. Credo si siano fatti dei notevoli passi in avanti sul fronte teorico, a partire dal quadro interpretativo elaborato da Jan Douwe van der Ploeg, titolare della cattedra di sviluppo rurale all’Università di Wageningen e autore del volume I nuovi contadini. La sua analisi critica della teoria della modernizzazione in agricoltura riassume in modo convincente molte delle questioni con cui io stessa mi sono confrontata sia nei miei studi sul part-time farming e le politiche agricole in Europa, sia nelle ricerche sulle capacità di resilienza delle comunità contadine in diverse regioni del mondo. Nell’introduzione al volume che raccoglie le lezioni da lui tenute alcuni anni fa per il dottorato di ricerca in «Scienza, Tecnologia e Società» presso l’Università della Calabria, pubblicato da Rubbettino nel 2006, ho sottolineato la portata teoricamente innovativa del rovesciamento di prospettiva che lui propone suggerendo di rimettere al centro l’agricoltura contadina come forma di attività economica sostenibile, in quanto finalizzata non solo alla produzione ma anche alla riproduzione delle risorse produttive. Le basi naturali della produzione agricola (terra, acqua, organismi vegetali ed animali) sono infatti internalizzate nel processo produttivo e come tali vanno preservate.

I temi che negli ultimi anni ho cercato di approfondire, insieme ai giovani ricercatori del Centro di sviluppo rurale del nostro Dipartimento e dell’INEA, oggi confluiti nel CREA, si sono allargati alla questione delle reti agro-alimentari e alla questione del cibo, strettamente connesse con il tema della sostenibilità. La presenza di queste reti, basate sulla condivisione di riferimenti culturali e di pratiche sociali alternative – rispetto della natura, qualità della vita, scambio di saperi locali, prevalenza di interessi comunitari, riappropriazione di beni comuni – costituisce un fattore essenziale per lo sviluppo sostenibile. Penso che l’agricoltura contadina possa essere sostenuta dal rapporto diretto con i consumatori di beni alimentari. Qui mi viene in mente il contributo esemplare di Carlo Petrini, fondatore di SlowFood e soprattutto di Terra Madre, un modello di rete che raggruppa le comunità contadine di oltre 100 paesi in tutto il mondo. Sono convinta che i processi di convergenza tra le diverse reti sociali debbano essere rafforzati da politiche altrettanto innovative sul piano istituzionale. Come per esempio è avvenuto con la diffusione a livello europeo dei progetti LEADER, che hanno contribuito alla costituzione, nelle aree rurali, di strutture durature – i Gruppi di Azione Locale (GAL) – che per noi hanno rappresentato un laboratorio privilegiato di analisi.