AIS
2026/30
Intervista a Mario Aldo Toscano
In questa ampia intervista, Mario Aldo Toscano, già Presidente dell’AIS dal 1992 al 1995, s’intrattiene con Luca Corchia, uno degli allievi più prossimi che egli ha avuto nel corso della sua lunga carriera di docente universitario. Toscano offre preziosi elementi di conoscenza e spunti di riflessione da un duplice punto di vista. Da un lato, per ricostruire la memoria di alcune fasi cruciali nello sviluppo della Sociologia in Italia. Dall’altro, per proiettarsi nel futuro, aprendo al dialogo con i giovani sociologi sulle attuali difficoltà della disciplina e sui prerequisiti per superarle.
In this long interview, Mario Aldo Toscano, former President of the AIS from 1992 to 1995, talks with Luca Corchia, who was one of his main students in his long career as a university professor. Toscano offers valuable elements of knowledge and food for thought from a twofold point of view. On the one hand, to reconstruct the memory of some crucial phases in the development of Sociology in Italy. On the other hand, to project itself into the future, opening up to dialogue with young sociologists on the current difficulties of the discipline and the prerequisites for overcoming them.
Keywords: interview, Mario Aldo Toscano, Italian Sociology, University of Pisa, Italian Sociological Association
DOI: 10.82031/2281-2652-2026-007
Pagine 139-154
Scarica articolo in PDFMario Aldo Toscano è stato Presidente dell’Associazione Italiana di Sociologia dal 1992 al 1995. Nato in un paesino di montagna della Lucania, arriva a Pisa nel 1959, iscrivendosi alla Facoltà di Giurisprudenza, dove quattro anni dopo consegue la laurea. Passando attraverso la Filosofia del diritto e la Scienza politica, approda alla Sociologia. Negli anni Settanta ha fatto ricerche in America latina, dove ha compiuto esperienze socio-antropologiche tra gli indigeni Piaroa dell’Alto Orinoco, in Amazzonia. Alla fine del decennio è alla London School of Economics, allora diretta da Ralf Dahrendorf e dove per due anni studia Herbert Spencer e l’evoluzionismo. È stato docente di Metodologia delle Scienze Sociali e, a partire dal 1980, di Sociologia generale prima come straordinario a Sassari e poi, dal 1985, come ordinario, alla Facoltà di Scienze Politiche di Pisa. È stato Direttore del Dipartimento di Scienze sociali a più riprese dalla fondazione nel 1983 e Presidente del Dottorato in Storia e sociologia della modernità. Sul piano delle relazioni accademiche, ha dilatato il campo delle attività in sociologia con l’istituzione dell’Italian American Conference, tenutasi per un ventennio dal 1993, con l’alternanza tra le Università di Pisa, Genova e Salento e le Università americane, tra le quali la William Paterson University del New Jersey, il cui settore sociologico era guidato da Vincent N. Parrillo. Temi cruciali come i rapporti tra emigrazione e immigrazione, pubblico e privato, locale e globale, le aspettative del millennio, e altri, sono comparativamente discussi e formano oggetto delle pubblicazioni presso Ipermedium, Le Lettere e FrancoAngeli. Visiting Professor alla Chuo University di Tokyo e alla Monmouth University del New Jersey, ha inoltre promosso i cicli di lezione di Àgnes Heller (Dove Siamo a casa. Pisan lectures 1993-1998), Octavio Ianni, Vincent N. Parrillo e altri eminenti accademici. È stato il promotore della Laurea honoris causa dell’Università di Pisa a Luciano Gallino tenendo la laudatio (2001). Nell’ambito della didattica ha provveduto, con i suoi collaboratori e colleghi, a elaborare testi d’insegnamento (Introduzione alla sociologia, 1a ed. 1978, 6a 2006; Introduzione al servizio sociale, 1998; Introduzione alla sociologia dei Beni Culturali, 2004). Ha lavorato tra il 1995 e il 2005 a progetti innovativi con il Dipartimento per le tecnologie dei Beni culturali del CNR. Come capofila del PRIN su flessibilità/precarietà, ha curato i risultati in un volume dal titolo Homo instabilis. Sociologia della precarietà (2006).
Tra le sue opere: Evoluzione e crisi del mondo normativo. Durkheim e Weber (1975), Malgrado la storia. Per una lettura critica di Herbert Spencer (1980), Marx e Weber. Strategie della possibilità (1986), Liturgie del Moderno. Positivisti a Rio de Janeiro (1992), Trittico sulla guerra. Durkheim, Pareto, Weber (1996), Spirito sociologico (1998; trad. inglese The Sociologiocal Spirit, 2002), Prove di società (2011). Ha affiancato alla ricerca l’attività saggistica, dando alle stampe libri come Ostmark 2016 (2006), In quell’epoca, Meridione (2004), Storia di Dan (2014), Lettere dal Sud. Ricordare per esserci (2015), Breviario d’autunno (2018), Religione dell’Umanità (2021), Sunt lacrimae rerum… Scenari dell’anima (2025). Insignito dell’Ordine del Cherubino dell’Università di Pisa (1999), ha ricevuto il Premio Scanno per la letteratura sociologica (2010), il premio Carlo Levi per la saggistica (2017) e il premio del Cinquantennale del Premio Basilicata (2021).
Incontro il Professor Toscano nella sua casa di Madonna dell’Acqua, piccola frazione alle porte di Pisa. Libri e cimeli ci sovrastano dalle pareti del salottino con il camino acceso, dove abbiamo trascorso pomeriggi con i vecchi compagni del dottorato. Quell’antiquato ha sempre destato il mio interesse, ben oltre la curiosità per gli oggetti, le maniere, le parole e la sua figura stessa dai tratti ottocenteschi. C’era e rimane in quelle sembianze una resistenza ontologica anticonformista, riluttante al banale, che si è accentuata nell’ultimo periodo universitario. Non l’avevo colta, sotto il doppio petto bruno, quando lo incontrai la prima volta.
Era il corso di insegnamento di Sociologia generale del 1995-96, il mio primo accesso a Scienze Politiche a Pisa, dopo l’esperienza del biennio a Economia e Commercio dove almeno avevo capito cosa non volessi diventare nella mia vita. Le lezioni di Toscano erano molto seguite e il suo esame temuto dalle matricole del mio corso. Nel 1995 aveva pubblicato il Trittico sulla guerra nella Collana Sagittari di Laterza. Assieme al manuale Introduzione alla sociologia, nell’edizione ampliata del 1986, al dittico Marx e Weber. Strategie della possibilità (Guida, 1988), a Divenire, dover essere. Lessico della sociologia positivista (su Comte, Spencer, Durkheim e Pareto – FrancoAngeli, 1990) e ad alcune voci del Dizionario di Luciano Gallino, costituivano il programma e il mio avviamento agli studi sociologici. La valutazione fu molto positiva. Mi diede fiducia sulla scelta fatta e rimase la fascinazione verso questo apprezzato studioso di storia delle idee che, come altri della sua generazione, aveva dedicato quasi l’intera ricerca allo studio dei nostri classici.
Ho imparato a conoscerlo nel corso del decennio, come studente, collaboratore e persino socio di una spericolata e presto fallimentare impresa di ricerca sociale, con cui noi dovevamo sostentarci e lui dar nuova linfa al suo «spirito sociologico». Un uomo fisicamente forte dagli occhi pungenti. Il carattere severo dello studioso insofferente alla mediocrità, bilanciato da un profondo senso solidaristico, o meglio, di più, da un anelito alla fratellanza familiare, verso la comunità dei più giovani colleghi e discenti collaboratori: noi, gli ultimi prima del ritiro privato. Capace come pochi di intuizioni folgoranti in vasti orizzonti culturali, è sempre stato per me un esempio di dedizione totale allo studio e al lavoro.
Caro Professore, il suo arrivo a Pisa dalla Lucania per intraprendere gli studi universitari, sul finire degli anni Cinquanta, sembra evocare la figura primigenia dei «clerici vagantes», giovani studiosi che, mossi dalla spinta alla conoscenza, attraversavano confini geografici e culturali per raggiungere i grandi centri del sapere. In Italia, erano anni di grandi attese sociali e riforme politiche, anche in campo educativo. L’Università manteneva ancora una dimensione raccolta, se non proprio tardomedievale, quasi risorgimentale, con la sicurezza di una destinazione riconosciuta a formare le élites, l’atmosfera goliardica e il rapporto diretto tra maestri e allievi. È un clima che il cinema dell’epoca ha cristallizzato in pellicole come Noi siamo le colonne (1956) di Luigi F. D’Amico, ambientato proprio tra i lungarni e i vicoli pisani. In quel contesto, lei si iscrive a Giurisprudenza, come molti della sua generazione e di molte generazioni precedenti e ancora successive. Eppure, tra i codici e le procedure, avviene la scoperta della sociologia. Come è accaduto?
In quell’epoca, la sociologia era al di là da venire e noi eravamo al di là da venire. Da direzioni di studio molto diverse e talora casualmente convergenti. Avevo studiato molto bene le materie classiche, ma non mi sentivo di frequentarle professionalmente e non ero interessato alle hard sciences; non rimaneva molto per la scelta universitaria, anche perché mio padre, medico condotto nel piccolo comune di montagna, memore di non aver mai fatto un giorno di vacanza, mi aveva posto il divieto di iscrivermi a Medicina, peraltro molto frequentata in famiglia. Un giorno suggerì di iscrivermi a Giurisprudenza; mi sembrò una stravaganza. Invano protestai che di diritto, regole, statuti, procedure non avevo alcuna idea, osservando che mi ricordavo solo del detto abbastanza ermetico di Pindaro Nomos o panton Basileus, la norma è la regina di tutte le cose, e del destino di Socrate, testimone delle regole fino a morirne. Mi iscrissi a Giurisprudenza! A Pisa, la mia fortuna fu di aver incontrato già dal primo anno il prof. Vincenzo Palazzolo, di Filosofia del Diritto. Allievo di Widar Cesarini Sforza, egli era assai filosofo e meno giurista. Gli orizzonti di Pindaro mi furono dispiegati davanti agli occhi e apparve chiaro il motto ubi societas ibi jus. Motto assai pericoloso, che era servito già, e proprio in buona sincronia con la filosofia idealistica prevalente in Italia, per precludere – come vedremo – alle scienze sociali l’accesso all’istituzione accademica. Ma Palazzolo – permettetemi di ricordarlo con grande affetto e incrollabile stima –, dal di dietro dei suoi occhiali spessi che gli facevano gli occhi piccoli, mobili, appuntiti come aghi e con una vaga espressione di ironia che dalla fronte si diffondeva sul viso tondeggiante contornato da pochi capelli ribelli sulle tempie, era aperto ed eterodosso e dunque indicava paesaggi umanistici del tutto coerenti con le mie attitudini. Si susseguivano i seminari sui grandi del passato. E l’arcaico Pindaro mi sembrò di una modernità assoluta: fu questa la strada per «pensare» in modi, oserei dire ferrei, la società. Accanto alla norma, salvifica e luminosa, sorgeva tuttavia una forza oscura e poco rassicurante: il potere. Furono i due argomenti che mi suggerirono i tanti libri di diritto studiati, ma soprattutto il maestro Palazzolo. La mia tesi fu infatti uno studio approfondito su Harold Dwight Lasswell, politologo e semiologo americano, sconosciuto in Italia e con il quale – meravigliosa epoca dei rapporti felici tra lo studioso junior e lo studioso senior – ero in contatto e del quale avevo proposto la traduzione in italiano di un testo scritto con il linguista e filosofo Abraham Kaplan, appunto Power and Society (poi tradotto da Etas Kompass solo nel 1969). Era una tesi di Scienza Politica in Filosofia del Diritto in una Facoltà di Giurisprudenza!
Mi scusi Professore, ci sono aspetti generali in questa vicenda particolare che riguardano la rinascita delle Facoltà di Scienze politiche in Italia, segnando il passaggio da una cultura accademica dominata dal diritto e dalla filosofia idealista a una visione più empirica e multidisciplinare. Finalmente, si realizza il superamento del «ghetto» giuridico e, ancor prima, cade il ferreo pregiudizio per i residui ideologici verso una facoltà che – come la gloriosa Cesare Alfieri di Firenze fondata nel 1875 – era stata trasformata in centro di formazione per la tecnocrazia del regime fascista. In questa vicenda, furono centrali figure come Norberto Bobbio a Torino, e i più giovani allievi Giovanni Sartori a Firenze e Gianfranco Pasquino a Bologna. Ci racconta gli effetti del Nuovo Ordinamento del 1968 a Pisa? Come venne creato ex novo il corpo docente delle discipline sociologiche dentro Scienze Politiche e come proseguì il suo percorso scientifico e accademico in quegli anni della formazione?
La Facoltà di Scienze Politiche fu istituita nel 1970 e il prof. Agostino Palazzo, con il quale ho per lungo tempo cordialmente collaborato, paziente tessitore di una tela sempre e variamente insidiata, meritò il successo; ed ebbe modo di chiamare un buon numero di giovani e meno giovani sociologi a coprire gli insegnamenti del biennio di specializzazione nell’indirizzo politico-sociale. Arrivarono a Pisa Giangiacomo Bartolomei, Gerardo Ragone, Ernesto Ugo Savona, Giorgio Costanzo, Silvano Burgalassi, Gianfranco Elia e il sottoscritto, che aveva già lavorato per ricerche sociologiche sulle strutture produttive della provincia di Pistoia e sul sistema scolastico della provincia di Pisa. Fu una stagione di grande fermento, veramente fondativa. Ricordo con affetto i colleghi che insegnavano allora in Facoltà, Giustino Filippone Thaulero, Alberto Aquarone, Mario D’Addio, Pietro Armani, Giuliano Marini; e, ovviamente, Agostino Palazzo per Sociologia generale. Dal precedente Istituto di Sociologia, nel 1983, a seguito delle riforme previste dalla legge 382, fu istituito il Dipartimento di Scienze Sociali, che ha assicurato in un quarto di secolo di vita espansione e innovazione nel campo di riferimento. E che, nei parossismi delle riforme in nome della razionalizzazione delle strutture, ma molto più verosimilmente in base a malcelati rigurgiti antistorici e a sofismi filologici, la Facoltà di Scienze Politiche e l’Università di Pisa hanno provveduto a smantellare mettendo le scienze sociali, psicologia, sociologia, antropologia, servizio sociale sotto la rubrica di Dipartimento di Scienze Politiche. Personalmente, sono transitato senza grandi scossoni dalla Scienza politica di Lasswell – che ho descritto in un lungo saggio depositato in quei polverosi volumi degli Annali di Facoltà –, prima come assistente volontario, poi come assistente ordinario e incaricato dell’insegnamento di Metodologia delle scienze sociali, al campo sociologico, ottenendo infine la cattedra di Sociologia generale nell’ultimo concorso con le vecchie regole ante-riforma del 1980.
Tuttavia, lei non prese servizio a Pisa, bensì a Sassari…
Ho trascorso gli anni di straordinariato all’Università di Sassari e sono stato felice di fare un’esperienza nuova e importante – che tutti dovrebbero fare in atenei diversi da quello di provenienza – con colleghi a cui vanno il mio pensiero e la mia considerazione, come Alberto Merler e Marcello Lelli. Poi sono tornato a Pisa per l’anno accademico 1984-1985, rimanendovi fino alla fine della carriera.
Abbiamo parlato del 1968 per le riforme, ma il Sessantotto per la vostra generazione e la storia dei suoi effetti sino al tempo presente è un momento di cesura tra il riformismo e la contestazione che investì anche la sociologia. Quali sono i suoi ricordi, oggi, degli accadimenti e delle esperienze vissute a Pisa, uno dei centri del movimento studentesco e della sinistra extraparlamentare?
Il mio percorso accademico era già avviato, nei modi della precarietà infelice che ha sempre accompagnato l’ingresso nell’Università. Ma esisteva nel nostro Paese la coscrizione obbligatoria e nei due anni dal gennaio 1967 al giugno 1968 ho fatto il mio buon servizio militare, che allora durava 18 mesi. Erano tanti e nel tempo sono stati ridotti con notevoli modifiche dei luoghi di permanenza; fino alla sospensione della leva obbligatoria nel 2005. Una volta congedato, incontrai a Pisa il «mio» Sessantotto. I grandi eventi producono grandi narrazioni. E il Sessantotto dura almeno un decennio. Le interpretazioni sono pertanto innumerevoli e spesso molto soggettive. Micromega ci ha consegnato recentemente due volumi sul ’68 in cui, per così dire, «ripiega» su un racconto individuale, ossia su come è stato vissuto da eminenti personaggi della vita pubblica e letteraria. In realtà in quell’epoca la gran parte di loro erano assai poco personaggi, lo sono diventati variamente in seguito. Il Sessantotto in Italia si accompagna al timore del Sessantotto, che paradossalmente mantiene viva e, anzi, incrementa la leggenda. Quale mondo in quell’epoca? Ovviamente un mondo è anche atmosfera, dove dimorano le nuvole; comprende cose materiali e immateriali, dati, fatti, idee; pensieri ed emozioni – e memorie di pensieri ed emozioni. Naturalmente non possiamo essere troppo tassativi e scolastici: la cronologia è solo un aspetto della forma del tempo. Ci sono luoghi del tempo. Il tempo diventa paesaggio. Raccogliere gli episodi del Sessantotto, salvo quelli più rilevanti e densi di conseguenze, è dunque impossibile. Gli anni Sessanta si erano annunciati in maniere ambivalenti: con gravi pericoli e molte speranze. Nel 1962, con la crisi dei missili a Cuba, fu sfiorata la terza guerra mondiale. Tuttavia, la triade John Fitzgerald Kennedy, Papa Giovanni XXIII, Nikita Sergeevič Chruščëv ci fece respirare con la diffusione, che si rivelò alquanto illusoria, di una speranza inedita nel mondo (coesistenza pacifica). Negli Usa gli hippies e la beat generation avevano sposato la causa del pacifismo e non furono poche le manifestazioni contro la guerra che si combatteva in maniera cruenta e assurda in Vietnam dal 1955, con clamorose prese di posizione come quella di Cassius Clay, che si rifiuta di partire per il Vietnam, perde il titolo e la licenza di combattere e viene condannato a cinque anni di galera. Sarà riabilitato nel 1971. L’orizzonte si riavvolgeva nella sua foschia.
Veniamo all’Italia.
Le principali forze politiche in campo sono la Democrazia Cristiana (Mariano Rumor), il Partito Comunista (Luigi Longo), il Partito Socialista (Mauro Ferri), il Partito Liberale (Giovanni Malagodi), quello Repubblicano (Ugo La Malfa), il Movimento Sociale (Arturo Michelini). I «cavalli di razza» della DC – Andreotti, Fanfani, Moro – si alternano alla segreteria del partito e al governo, organizzando coalizioni centriste con deboli variazioni programmatiche. Ma è l’epoca dell’economia in forte espansione e del «miracolo economico», con un fenomeno di massa di particolare importanza: la grande emigrazione interna (1955-1971) che vede milioni di persone spostarsi dal Sud al Nord nel cosiddetto «triangolo industriale» (Genova-Torino-Milano). Aumentano la produzione, i salari, i consumi, la mobilità di massa. Il pane costa 170 lire al chilo, il vino 180 lire al litro e lo stipendio di un operaio si aggira intorno alle novantamila lire. I televisori in funzione sono circa sei milioni e in rapido aumento. È ancora molto alto il numero di analfabeti; iniziative spettacolari sono promosse per diminuirlo. Il maestro Alberto Manzi, con la sua trasmissione Non è mai troppo tardi, tra il 1960 e il 1968 ha una media di sei milioni di ascolti giornalieri; e 1.500.000 sono i diplomi di scuola elementare concessi per tale via. I mutamenti in corso aumentano i conflitti e la coscienza dei conflitti. Il tema è la contestazione dell’autoritarismo nella società: nella scuola, nella famiglia, nelle fabbriche, negli uffici. Protagonisti del movimento sono Mario Capanna, Luca Cafiero, Luigi Bobbio, Toni Negri, Massimo Cacciari. Pisa è il laboratorio di Lotta Continua e di Potere operaio; sono attivi Adriano Sofri, Franco Piperno, Oreste Scalzone, Gianmario Cazzaniga. Si discute per le strade, sui lungarni, in Sapienza. Avanza inarrestabile la politicizzazione degli scontri: gruppi di sinistra (con varie sigle, Potere operaio, Lotta Continua ecc.) si battono contro gruppi di destra (FUAN) e scorre il sangue. Scorre il sangue anche ad Avola nel novembre del 1968. È in corso uno sciopero dei braccianti, la polizia spara: due morti. Il 31 dicembre 1968 alla Bussola di Sergio Bernardini si prepara una gran festa con Fred Bongusto e Sherley Bassey. La mobilitazione studentesca è enorme e un picchetto tenta di impedire l’ingresso nel locale alla «gente bene» con lancio di pomodori e uova marce. La cosa degenera e dalla polizia parte un colpo che ferisce al collo uno studente di Cascina, Soriano Ceccanti, appena sedicenne, che rimarrà paralizzato. La risonanza è enorme e non si spegne in breve tempo. Il clima è sempre molto cupo, nell’Università e fuori, dove è avvenuta la saldatura degli studenti con gli operai della Piaggio di Pontedera e della Saint-Gobain di Pisa. Il 1972 è l’apice delle tensioni tra destra e sinistra. A un comizio di Giuseppe Niccolai, del Movimento Sociale, lo scontro non si fa attendere. Uno studente sardo, Franco Serantini, è tradotto in carcere. Non si regge in piedi per i colpi subiti dalla polizia. Viene lasciato in cella per alcuni giorni senza soccorsi medici; muore in quella cella. La commozione e l’indignazione si diffondono nella città a tutti i livelli. Franco Serantini rimarrà l’emblema di quegli anni. Poi la storia si snoda negli anni «di piombo» ed è semplicemente storia, forse ancora in gran parte da scrivere sine ira ac studio.
… e la giovane sociologia pisana?
Non vi furono particolari eventi nella giovane sociologia pisana, salvo appunto la partecipazione attiva alle iniziative studentesche in Sapienza. Ovviamente il Sessantotto ha avuto innumerevoli influenze, grandi e diverse. A partire da un documento di grande civiltà varato nel 1970, lo Statuto dei lavoratori. In quell’epoca fu paradigmatica la lezione degli studiosi della Scuola di Francoforte, che già dalla fine della guerra avevano posto con forza il tema del destino dell’uomo nella modernità «avanzata»: nel 1966 fu tradotto il libro di Max Horkheimer e Theodor W. Adorno Dialettica dell’illuminismo nel quale si denunciano i pericoli totalitari che incombono non solo nell’arena politica ma in quella culturale; tesi ribadita da Herbert Marcuse in un’opera molto letta nel 1968, L’uomo a una dimensione, uscito in America nel 1964 e tradotto in italiano nel 1967. Consumismo e persuasione di massa erano al centro delle riflessioni anche della Scuola sociologica francese. Edgar Morin aveva pubblicato già nel 1962 L’esprit du temps, tradotto l’anno successivo con il titolo L’industria culturale. Jean Baudrillard, altro celebre autore francese, dava alle stampe nel 1968 Le système des objets e nel 1970 La société de consommation: testi importanti per la discussione in atto su un tema diventato ormai centrale (e che per la verità aveva un illustre precedente nell’opera di Thorstein Veblen La teoria della classe agiata, del 1899). Al dibattito partecipano in Italia autori assai noti, come Umberto Eco con Diario minimo (1963) e Apocalittici e integrati (1964); Francesco Alberoni con il suo Consumi e società (1964); Pier Paolo Pasolini con memorabili elzeviri, poemi e film. I grandi classici del pensiero sociale furono tradotti in quegli anni. E si ritrovano nelle collane benemerite della casa editrice Comunità (direttamente collegata all’esperienza antesignana di Adriano Olivetti), di UTET (in particolare, per quest’ultima, in virtù dell’impulso dato da Ferrarotti), di Einaudi e del Mulino.
Riprendiamo la questione della sociologia italiana, così tanto osteggiata dalla cultura italiana, innestata come ricerca sociale dalle forze economiche e politiche che hanno governato la ricostruzione del Paese, ma tenuta sotto tutela e magra dai maggiorenti accademici. Ci offre una sua visione d’insieme sino agli anni Settanta, cioè prima della riforma universitaria del 1980 e i grandi concorsi che seguirono?
Come si sa, la società italiana – una locuzione che ha le sue interne dimensioni problematiche – ha attraversato un periodo particolarmente dinamico tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta. Naturalmente dovremmo parlare delle contraddizioni note e ancora gravi del tessuto politico-sociale nazionale: la sociologia italiana è nata in quel contesto e proprio come «implicazione» della modernizzazione del Paese. Dall’Ottocento fino alla Seconda guerra mondiale l’Italia ha vissuto prima la tarda stagione positivistica e poi quella idealistica, che, nella versione di Giovanni Gentile – ricorderemo che una delle sue ultime opere è appunto Genesi e struttura della società (1945) –, accompagna il fascismo. La sociologia dunque si inserisce nel quadro del rinnovamento nazionale del dopoguerra e in un certo senso è imposta dalle circostanze piuttosto che da un disegno pedagogico razionale che permettesse un ingresso condiviso nel consesso accademico. Tuttavia furono alcuni filosofi (Norberto Bobbio, Franco Lombardi, Nicola Abbagnano, Pietro Rossi) a favorirne i primi passi, per quanto risuonasse ancora negli anni Sessanta, con la voce di Ugo Spirito, allievo di Gentile, l’antica opposizione idealistica. Furono fondate ad opera del democristiano Bruno Kessler, presidente della Provincia di Trento, un Istituto Superiore di Scienze Sociali (1962) e poi una Facoltà di Sociologia (1967), proprio in uno dei territori più avanzati e mitteleuropei del Paese. Trento fu, nel bene e nel male, una fucina di intelligenza sociologica.
La nascita della sociologia istituzionale in Italia appare un «fatto sociologico», conseguente e necessario nel processo accelerato di modernizzazione del Paese. È interessante osservare – e lo chiedo allo studioso dell’evoluzionismo di Spencer – una tendenza generale verso la complessità e differenziazione del sistema, con il passaggio dalla sociologia generale, il fatto totale, alle sociologie specialistiche.
Il primo punto da sottolineare è, come abbiamo detto, che la sociologia istituzionale in Italia è stata un prodotto della modernizzazione del Paese che procedeva a tutti i livelli. La sociologia è stata essa stessa un fatto social-sociologico. Il secondo punto è che la sociologia ha contribuito allo studio del mutamento che investiva il Paese. Vengono fondati in quel periodo istituti nuovi per lo studio del mezzogiorno (Svimez, 1946), il Centro di Difesa e prevenzione sociale (Milano, 1948), poi il Censis (1964) ad opera di Giuseppe De Rita. Per affrontare la questione editoriale nelle scienze sociali, sorsero nuove case editrici, come Il Mulino, a Bologna, nel 1954. Ovviamente fu avviata la pubblicazione di riviste importanti a cominciare dai Quaderni di sociologia (Torino, 1951); poi la Rassegna Italiana di sociologia, fondata (1960) e diretta da Camillo Pellizzi, primo cattedratico di sociologia in Italia (1950) al quale seguirono Franco Ferrarotti (1960), e via via gli altri sociologi della prima generazione post-bellica. In senso più specifico, appartengono alla storiografia sociologica ricerche che mettevano al centro dell’attenzione le grandezze del mutamento in corso: Comunità e razionalizzazione (1960) di Pizzorno; L’eclisse del sacro nella civiltà industriale (1961) di Acquaviva; Consumi e società (1964) di Alberoni ecc. Il contributo di analisi e comprensione della società italiana in trasformazione è stato assai significativo.
Lei mi ha sempre parlato del disorientamento iniziale nel suo ingresso nella sociologia. In che modo la riflessione sugli ordini normativi dei classici, in primis Durkheim e Weber, le hanno permesso di trovare il senso di un programma di ricerca?
Per quanto mi riguarda, mediante il confronto con «il dato» nella mia formativa esperienza nelle contrade della provincia di Pistoia e di Pisa, la cosiddetta realtà mi veniva incontro poderosa, contraddittoria e magnanima. Studiavo allora e anche dopo i classici e il loro inestinguibile merito è di essere sempre fonti di ispirazione e nuove fioriture. Dopo tre anni di intenso lavoro, fu veramente una grande soddisfazione veder pubblicato nella Biblioteca di Cultura Moderna di Laterza il libro che mi ha portato molta fortuna accademica: parlo di Evoluzione e crisi del mondo normativo. Durkheim e Weber (1975). Il punto psicologico importante è che avevo pacificato me stesso rispondendo alla domanda di senso del mio percorso di studio di giurisprudenza.
Prima degli studi sul positivismo, ci fu il manuale nel 1979, poi due volte ampliato, un’opera bifronte, sia di storia del pensiero sociologico che di sociologia generale.
Infatti, c’era un’altra domanda, più sotterranea e coinvolgente, a cui dare risposta. Per la didattica in sociologia generale, venivano prevalentemente usati in quel tempo, oltre a testi più critici e monografici degli autori che abbiamo ricordato, il grande volume di Raymond Aron Le tappe del pensiero sociologico e, per le istituzioni di sociologia, il Trattato di sociologia di Harry M. Johnson, edito sorprendentemente da Feltrinelli nel 1968. Un volume di chiara e organica impostazione struttural-funzionalista e di specifici contenuti americani. Di qui nacque l’idea di provvedere a un volume di introduzione alla sociologia che avesse una migliore collocazione culturale e intellettuale e una più specifica capacità interpretativa. Per noi. Con alcuni colleghi, provvedemmo alla redazione di una Introduzione alla sociologia, curata da me e pubblicata da FrancoAngeli nel 1978: consapevoli «della collocazione radicale della disciplina sociologica nella scia di una lunga avventura intellettuale, europea e mondiale, e non in una frazione di tempo ristretta e recente…». Si ribadisce un principio che Weber e altri grandi del passato hanno raccomandato e praticato: la sociologia come una forma di conoscenza della cultura e cultura essa stessa. In tal senso, personalmente, mi sento dentro il perimetro analitico-critico della sociologia che interpreto in maniera assai flessibile, a causa della nozione oserei dire «classica» di spirito sociologico: come la parola sociologia, anch’essa proveniente dal lessico di Augusto Comte.
Bene, Professore, volevo arrivare proprio qui. Può precisare questo suo concetto, sia per le evidenti implicazioni transdisciplinari che per le aperture extradisciplinari?
Dentro la cultura sociologica, si instaura un rapporto dialettico tra spirito sociologico e sociologia che procede a seconda degli sviluppi della nostra disciplina; sia lo spirito sociologico che la sociologia hanno avuto il massimo impulso non da teorie generali o intenzioni particolari ma da un fatto: l’impareggiabile aumento del volume reale e concettuale, materiale e immateriale, della società nella modernità. Lo spirito sociologico è pathos pre-post-infra-extra sociologico, un canone premonitore, un criterio indocile e virtualmente sovvertitore dello status quo intellettuale e della quiete descrittiva, sinergico con il testo e il contesto.
Per il suo carattere non ortodosso, è in grado di raccogliere croniche insoddisfazioni circolanti negli stessi ambienti sociologici, e ritrovarsi assai bene, per esempio, nelle espressioni di Bauman di più di una ventina di anni fa (2002), quando in un saggio comparso su Studi di sociologia affermava che la sociologia «si deve aprire, deve diminuire l’intensità dei controlli sui propri confini, deve attivamente indurre scambi con territori che in passato venivano considerati lontani e pericolosi». In realtà Bauman ricordava le raccomandazioni finali della Commissione istituita nel 1993 dalla Fondazione Gulbenkian, presieduta da Immanuel Wallerstein e a cui partecipava anche Ilya Prigogine. I risultati furono condensati in un libro-motto: Open the social sciences che ho avuto il privilegio di far tradurre (a cura di Orlando Lentini) come primo volume altamente programmatico della Collana Vichiana. Storia e critica del pensiero sociale, da me promossa presso FrancoAngeli. Aprire le scienze sociali non significa diluirle o diminuirne il peso e l’importanza. Al contrario, significa renderle anche più efficaci e capaci di scambi utili e sviluppi grazie alla comunicazione interattiva con altre discipline.
Lo spirito sociologico non dimentica la lezione di William James, di Erving Goffman, di Alfred Schütz, che anima uno dei capitoli più significativi e problematici della sociologia contemporanea e alla quale rinviamo volentieri.
Negli ultimi anni del nostro rapporto attivo ci condusse verso le Altre sociologie.
Lo spirito sociologico è eminentemente vagabondo, utilizza strumenti diversamente sensibili in modi non canonici. Il fine è la conoscenza nella forma della comprensione e, per dirla ancora con Weber, dell’Einfühlung. Bisogna avere la vocazione e il gusto dell’imperfezione per poter procedere e ottenere utili approssimazioni in una traiettoria che si perde nelle nebbie del divenire. La ricerca collettiva sulle Altre sociologie, come ricordi sin dall’ideazione, è un’operazione culturale volta a ribadire i confini mobili della disciplina sociologica nel suo dialogo con la modernità e con altre «discipline» del sapere.
Torniamo al campo accademico. Dopo lo spartiacque del 1980 arriva a compimento il controverso percorso di costituzione dell’Associazione Italiana di Sociologia, con l’emersione formale delle tre componenti, allora più di oggi, anche espressione politico-culturale di differenti idee di sociologia e dei suoi compiti pubblici.
L’Associazione Italiana di Sociologia è stata fondata, come si sa, nel 1983 a Roma, nel corso di un congresso che vide la presenza di gran parte dei sociologi italiani. Il punto fondamentale, che figura nello Statuto dell’Associazione, era quello di coordinare la sociologia italiana, stimolarne la crescita nelle Università e fuori, provvedere a ricerche importanti per la società civile e politica, favorire il dibattito sui problemi rilevanti della vita nazionale, elevare il tasso di coscienza pubblica. Si ricorderà che in quell’epoca esistevano ancora i partiti e le ideologie; il muro di Berlino cadrà sei anni dopo. Gli orientamenti in sociologia erano diversi: esisteva una sociologia di orientamento latamente marxista (Milano, Torino, MiTo), una sociologia di orientamento cattolico (la Cattolica di Milano), una di orientamento liberal-socialista (Roma, Firenze, Pisa). Nell’ordine «pragmatico» della sociologia accademica italiana si prevedeva un’alternanza alla Presidenza dell’AIS delle componenti appena citate. Il compianto Gianni Statera, che ricordo con grande affetto, a Roma, aveva compiuto un gran lavoro organizzativo ed era riuscito, oltre che da studioso e metodologo di gran livello, da buon politico qual era, a equilibrare (di concerto con gli altri leader, Guido Martinotti, Alessandro Cavalli – MiTo –;
Achille Ardigò, Vincenzo Cesareo – Cattolici) le sorti dell’Associazione. L’AIS ha contribuito nel corso del tempo a tener viva la living flame della sociologia in Italia, a garantire un’efficace presenza internazionale, a modernizzare le procedure di formazione.
Come nasce la sua candidatura alla Presidenza dell’AIS e quali sono state le direttrici del mandato? Coincide con un periodo di snodo tragico della storia italiana.
Eletto Presidente dell’AIS per il triennio 1992-95, si realizzava la transizione alla seconda generazione della sociologia italiana del dopoguerra. Il mio intento – del tutto ovvio e istituzionale – era di proseguire l’opera dei miei predecessori, ossia di Ardigò, Alberoni e Gallino. Intanto, dovevamo consolidare, con i miei colleghi del Direttivo, la «struttura» dell’Associazione che si reggeva solo sul contributo del tesseramento dei soci, dividere tra le Sezioni equamente le scarse risorse, promuovere con convegni e seminari l’attività delle Sezioni, sollecitare l’interesse pubblico alla sociologia. Non era facile: dovevamo affrontare una nuova stagione drammatica, quale quella di Mani Pulite. Come tutti sanno, uno dei punti importanti dell’azione del Direttivo dell’Associazione è l’organizzazione del Convegno tematico ed elettorale alla fine del triennio, che, in realtà, passa presto. Sono orgoglioso di aver portato – con l’aiuto personale di Orlando Lentini (ordinario nell’Università di Napoli) al quale va tutta la mia gratitudine ancora oggi, e la collaborazione assai determinata dei colleghi del Direttivo e in particolare dei colleghi siciliani, tra i quali Mario Grasso, a cui va la duratura riconoscenza per essere stato, non senza costi personali, il più attivo tra tutti noi nella ricerca dei contributi istituzionali – la sociologia a Sud di Napoli: in Sicilia, a Palermo, dal 26 al 28 ottobre 1995. Nonostante le distanze e le difficoltà logistiche, fu un congresso assai partecipato; d’altronde, i relatori della sessione inaugurale erano di riconosciuta fama ed elevata competenza: Immanuel Wallerstein, famoso autore della teoria del sistema-mondo, allora Presidente dell’ISA; Maurice Aymard, storico, Direttore della Maison du Monde di Parigi; Peter Wagner, dell’Istituto Europeo di Firenze; Gianni Statera, Preside della Facoltà di Sociologia, Università di Roma; Emilio Reyneri, vicepresidente AIS, Università di Milano.
La sociologia è stata istituzionalizzata, pur nello sfavore per la ricerca di un basso apporto di risorse pubbliche e private. Tuttavia rimane scienza della crisi in crisi.
Il problema della sociologia è di essere la sociologia di un problema! Facile battuta per dire che la sociologia è una disciplina problematica fin dalle sue origini. Nel dopoguerra, l’Immaginazione sociologica (1959) di Wright Mills ci parla molto criticamente della sociologia e della sua visione della scienza sociale come «esercizio di un’arte» che combina «una sportività mentale e un’ansia di dare senso al mondo» e obbliga lo studioso a «trascendere gli ambienti nei quali gli accade di vivere». Del 1971 è il libro di Alwin W. Gouldner The Coming Crisis of Western Sociology, dove ritornano i temi annunciati da Wright Mills. Il testo è tradotto in italiano, edito dal Mulino nel 1972, significativamente con il titolo: La crisi della sociologia. È del 1994 un volume di I.L. Horowitz dal forte titolo The Decomposition of Sociology. Ci racconta che «this great tradition» è diventata vittima di ideologie, sia di stampo idealistico che di stampo materialistico e che l’eccesso di formazioni specialistiche ha prodotto un effetto di «intellectual Balkanization», con la conseguente perdita della capacità di occuparsi degli «universal concerns», cosicché «opera seria turns into opera buffa» (p. 35). Se questo è il quadro, occorre pensare ai modi di restaurarlo. Horowitz pone il problema della ricerca di nuove identità per una disciplina che, superate alcune fasi di sviluppo, attende di ridefinire gli stadi prossimi in un ambiente di crescente tecnicizzazione generale, che proietta lunghe ombre sulla sua primitiva indole umanistica.
Un motivo serafico, da cultore dei classici, sull’importanza di continuare a leggerli.
Chi può fare a meno dei «classici»? Essi non sono solo patrimonio della sociologia ma della cultura. Ciò per la verità accade di tutti i classici. Sono la nostra cultura. Comte, Spencer, Durkheim, Weber e altri importanti studiosi recenti che forse diventeranno «classici», animeranno il discorso e il dibattito sulla società – poiché di questo si tratta. Al tempo di Comte e Spencer – che ho studiato a lungo – la società era piccola e prevalentemente borghese. Poi la società è esplosa e oggi non è soltanto esplosa ma esplosiva. I classici ci aiutano nel nostro lavoro; ma devono essere comunque «storicizzati»: la validità delle loro teorie non sta nella loro applicabilità universale ma nel loro significato che, per quanto legato al tempo, trascende il tempo estendendosi nelle regioni non della cronologia, ma della cultura.
Da ultimo, Professore, ringraziandola per l’ascolto e la parola, vorrei congedarci invitandola a dare alcuni buoni consigli ai sociologi di oggi e alle nuove generazioni.
Augusto Comte avanzava in una nota della lezione quarantasettesima del suo Corso di Filosofia Positiva la parola sociologia. Egli raccoglieva, in una maniera «quasi» ovvia, elaborazioni di lungo periodo. Non riteneva che la sociologia avrebbe fatto più strada della fisica sociale, della quale, a suo avviso, era un sinonimo. Ma la sociologia ha superato ogni aspettativa comtiana. È un evento globale ante litteram. In tutta l’America Latina trova grandi adepti, studiosi della dependencia e un esponente, Fernando Enrique Cardoso, così autorevole da diventare per due mandati (1995-2003) Presidente del Brasile. In Africa, Akinsola Akiwowo, nigeriano, elabora e riadatta la nozione di comunità nello studio della condizione Yoruba. È praticata in Asia, in Giappone e finanche in Cina dove il sociologo Fei Xiaodong, allievo di Malinowski, spiega la struttura sociale cinese fatta su legami personali e cerchi concentrici e utilizza metodi di ricerca ormai «universali». Per quanto esposta alle contingenze dei tempi, supera di volta in volta tali contingenze per affermarsi come un’esigenza cruciale a cui non si può rinunciare. È, dal nostro punto di vista, la sede «istituzionale» dello spirito sociologico, che, per quanto assai poco rispettoso di confini e palizzate, ha bisogno di una dimora nella quale moderare la sua «inquietudine metafisica e metodologica». I giovani sociologi dovranno curare sia il patrimonio di teorie e di metodi che fanno ormai parte integrante della tradizione sociologica, sia superare tale tradizione con nuove acquisizioni, che attraversano il grande e fitto territorio della conoscenza sempre più mutevole e capillare. La sociologia non si dissolverà nel tempo: e, come ha dimostrato in passato, da scienza critica e autocritica, supererà le sue crisi. Ad oggi, illusionslos, diceva Weber, senza illusioni, raccomanderei solo una migliore educazione allo sguardo, il che equivale a coltivare inderogabilmente gli orizzonti per spingersi oltre.
In conclusione, caro Luca, permettimi di rendere omaggio con viva gratitudine ai compagni di viaggio che non sono più con noi e che hanno sorretto in vari modi la nostra mission; le istituzioni della sociologia, la rivista dell’AIS che ci ospita. E a tutti gli studiosi e gli studenti che formano e formeranno le nuove leve, destinate ad affrontare argomenti nuovi e difficili di una realtà collettiva sempre più turbolenta che mette a dura prova l’antica nozione di mutamento sociale.