AIS

2014/3

Intervista a Laura Balbo (Interview with Laura Balbo), di Massimo Cerulo


Interview with Laura Balbo

We publish an interview with Laura Balbo, one of Italy’s best known sociologists. Twice a member of Parliament, she was Minister for Equal Opportunities in the D’Alema government; Chair of the Faculty of Literature and Philosophy at the University of Ferrara and Chairperson of the AIS. She chairs the International Association for the Study of Racism (Amsterdam), Italia-Razzismo (Rome); and is Honorary Chairperson of the Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, UAAR. Her fields are racism, the social state, time use policies, daily life and lifelong learning. In the interview Laura Balbo goes over her cultural background and academic achievements and reconstructs the main stages in her political career, reflecting on how this experience influenced her sociological interests. She analyses the changes that have come about in her fields of research, with a particular focus on women’s double burden and racism.

Parole chiave: Intervista, Laura Balbo, Storia del pensiero sociologico, Political Activism and Role of the Sociologist, Double Burden, Racism, Lifelong Learning, Everyday Life

Laura Balbo (Padova, 1933) è una delle più note sociologhe italiane. È stata due volte parlamentare: nella IX Legislatura (1983) come indipendente eletta nelle liste del PCI, nella X Legislatura (1987) in quelle della Sinistra Indipendente. Dal 1998 al 2000 è stata ministro per le Pari Opportunità nel Governo D’Alema. È stata preside della Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Ferrara e, dal 1998 al 2001, presidente dell’Associazione Italiana di Sociologia. Si è occupata principalmente di tematiche quali: razzializzazione e razzismo; lo Stato sociale; le politiche dei tempi; la vita quotidiana; l’imparare. È presidente dell’International Association for the Study of Racism (Amsterdam), di Italia-Razzismo (Roma). Ricopre la carica, condivisa con altre nove personalità della cultura, di Presidente onorario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, UAAR.

Tra le sue pubblicazioni: La classe operaia americana (Bari, Laterza, 1967); L’infer­ma scienza. Tre saggi sull’istituzionalizzazione della sociologia in Italia (con G. Chiaretti e G. Massironi, Bologna, Il Mulino, 1975); Stato di famiglia. Bisogni, privato, collettivo (Milano, Etas, 1976); Interferenze. Lo Stato, la vita familiare, la vita privata (con R. Siebert, Milano, Feltrinelli, 1979); Time to Care. Politiche del tempo e diritti quotidiani (Milano, Angeli, 1987); I razzismi possibili (con L. Manconi, Milano, Feltrinelli, 1990); Tempi di vita. Studi e proposte per cambiarli (Milano, Feltrinelli, 1991); I razzismi reali (con L. Manconi, Milano, Feltrinelli, 1992); Razzismi. Un vocabolario (con L. Manconi, Milano, Feltrinelli, 1993); Riflessioni in-attuali di una ex ministro. Pensare la politica anche sociologicamente (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002); In che razza di società vivremo? L’Europa, i razzismi, il futuro (Milano, Bruno Mondadori, 2006); Health and Modernity. The role of theory in health promotion, con D.V. Mc Queen e I. Kickbusch (Berlino, Springer, 2007); Il lavoro e la cura. Imparare a cambiare (Torino, Einaudi, 2008); Questioni di sociologia (ma non solo). Omissioni, Silenzi, Vuoti (Napoli, Scriptaweb, 2011); Imparare, sbagliare, vivere. Storie di lifelong learning (Milano, FrancoAngeli, 2013).

Partiamo dalla Sua biografia: ripercorriamo gli anni della Sua formazione culturale e le principali tappe scientifiche.

Parto da due «passaggi» che, vorrei dirlo così, hanno fatto la differenza per la mia vita: e aggiungo che nel mio percorso di sociologa il «caso», la «fortuna» hanno contato molto. Mi sono laureata a Padova in Sociologia, Facoltà di Scienze Politiche, nel 1956; e però in Italia, allora, la sociologia nell’università non c’era. Qui appunto il «caso»: l’aver avuto modo di leggere libri di studiosi americani e, grazie alla disponibilità di un professore di filosofia, di presentare un tema sociologico in sede di laurea: è questo che mi ha fatto diventare ufficialmente «sociologa» (forse la prima laureata, in Italia, in questa materia). Subito dopo – e grazie a questo «passaggio» – ho avuto due borse di studio: una per un soggiorno di un mese al Salzburg Seminar in American Studies; l’altra, per il successivo anno accademico, all’università di Berkeley. Da lì il mio percorso ha preso il via. E però c’era stato qualcosa, già anni prima. Durante la mia vita universitaria ho fatto parte di un gruppo che ha avuto contatti (e negli anni successivi ha in vari modi partecipato) alle iniziative di Dolci in Sicilia: il rapporto con una persona come Danilo Dolci, e le brevi esperienze a Partinico, hanno contato per il mio «sguardo sociologico».

Quali sono le persone che sono state importanti per la Sua formazione culturale e quali gli autori che ritiene siano stati più significativi per i Suoi studi?

Tornando al periodo trascorso negli Stati Uniti: ho ancora in mente la sensazione di scoperta – in quei primi anni, ma poi anche in anni successivi – nelle biblioteche di Harvard e Berkeley. Mi sono avvicinata ai miei primi «testi classici»; ed è stato importante per cominciare a conoscere gli approcci metodologici della disciplina. Una ricca letteratura da scoprire. Da qui la messa a fuoco della questione della razzializzazione e del razzismo: i fondamentali contributi di due studiosi, Merton e Adorno, che in Italia in quegli anni non era possibile conoscere. Dunque An American Dilemma, pubblicato nel 1944, risultato di un percorso di studio affidato dalla Carnegie Corporation a Robert K. Merton e The Authoritarian Personality, coordinato da Theodor W. Adorno. I processi della razzializzazione negli Stati Uniti, le tragiche vicende dell’Europa; e la rilevanza politica e culturale di questi processi per il vivere di tutti noi sono rimasti, in tutti gli anni successivi, per me centrali. Anche importanti, nel contesto europeo degli anni Novanta, gli incontri con Teun A. van Dijk e Philomena Essed, che hanno promosso ad Amsterdam l’International Association for the Study of Racism e portato avanti iniziative e contatti appunto europei. Da lì, negli anni successivi, molti percorsi di studio e iniziative.

Al mio ritorno in Italia sono stata vista come una dei pochi «esperti» utilizzabili. Dunque un periodo a Bologna al Mulino, in un’intensa fase di avvio di attività e progetti; e poi a Milano, alla Scuola di Formazione in Sociologia. Erano i primi anni Sessanta: i docenti erano Alessandro Pizzorno, Achille Ardigò, Luciano Gallino, Angelo Pagani; e sono entrata in contatto con molti giovani laureati e laureate che in seguito sono diventati figure rilevanti nella disciplina. Verso la fine degli anni Sessanta la sociologia ha avuto riconoscimento e spazio alla Statale di Milano, ed è cominciata la mia vita universitaria. Poi, altre occasioni negli USA: a Cambridge al Radcliffe Institute for Advanced Studies e all’Università di California (Berkeley e Santa Cruz). E contatti in vari contesti europei, in particolare nei paesi scandinavi su temi (e sperimentazioni in campo sociale) innovativi. Negli anni Sessanta e Settanta, in Italia, la sociologia ha significato aprire gli occhi e sentirsi parte di processi di cambiamento; e anche trasmettere questa prospettiva nelle sedi di formazione. Per me, fare ricerca sui processi di trasformazione che segnavano Milano, essere nell’università nel ’68; e negli anni successivi il movimento delle donne: dunque «esserci», e collocarmi in quei percorsi come sociologa. Un richiamo: negli anni Settanta, in collaborazione con il sindacato, si sono attivati i «corsi 150 ore», corsi tenuti in università per i lavoratori delle fabbriche. Alcuni sono stati pensati per le operaie, donne adulte e partecipi degli eventi di quegli anni. Per loro – e per noi docenti – realizzare questi corsi ha significato sentirci, ed essere, soggetti di cambiamento. A un certo punto abbiamo capito che bisognava organizzare orari e modalità di studio che rispondessero ai loro vincoli di tempo (di «donne della doppia presenza»). Dunque noi «docenti», «sociologhe», abbiamo imparato.

E qui posso collocare anche la breve esperienza di Friendly. Negli anni in cui lo abbiamo utilizzato come titolo del nostro Almanacco della società italiana, «friendly» era un termine del tutto inconsueto. Quello che ci si era proposti era avviare un percorso in qualche modo parallelo, e certo diverso, rispetto a quello del Censis (che da oltre cinquant’anni pubblica tutti gli anni, con i volumi del Rapporto, dati e analisi sui processi in atto nella società italiana; la nostra, però, è stata una vicenda ben diversa: è durata tre anni soltanto, dal 1993 al 1995). Ciò che ci si proponeva, e penso sia interessante ripensarci oggi, di descrivere «un’Italia almeno un poco friendly [...] in cui prevalgono modi di fare civili, ambienti piacevoli, cose che funzionano, dove ciò che facciamo viene preso in considerazione come sensato, o magari interessante». I volumi non avevano nessuna caratteristica di un normale testo sociologico; erano corredati da immagini fotografiche; e ci si confrontava con stimoli e prospettive suggeriti dal contesto europeo e internazionale. Nel ricostruire, sulla base di informazioni tratte dai media, l’anno che avevamo alle spalle – lo si è fatto, appunto, a partire dal 1993 – il nostro obiettivo era mettere in luce «il contrario di ciò a cui siamo abituati», una cultura user-friendly. Le risorse: gli usi del tempo, le competenze personali, contesti urbani descritti con le parole «città amica». Tanti gli aspetti della vita quotidiana appunto, e queste alcune delle parole utilizzate: aspettare, spostarsi, star bene, vivere con, tempo per sé. Molti, e molto appassionati al progetto, i sociologi che hanno collaborato: con approcci e linguaggi certo non accademici.

Andiamo alla militanza politica: è stata due volte parlamentare, nel 1983 eletta nelle liste del PCI e nel 1987 per la Sinistra Indipendente. Poi, nel 1998, la chiamata da parte di Massimo D’Alema per ricoprire il ruolo di ministro per le Pari Opportunità. Gli insegnamenti tratti da queste esperienze e l’influenza che hanno avuto nei suoi studi sociologici.

Pierre Bourdieu ha messo in luce aspetti della politica che nella mia esperienza sono emersi come fondamentali. Il suo leggerli sociologicamente, meccanismi e istituzioni, è stato assolutamente illuminante per la mia esperienza del farne parte: come «testimone privilegiata», così mi sono definita. Di recente ho ritrovato due testi, tra i tanti scritti in quegli anni: «Un mondo di alieni», uscito sul Manifesto (29 novembre 1984): le parole del titolo non hanno bisogno di commenti. E, pubblicate sulla rivista Inchiesta nello stesso anno, sei lunghe pagine che suonano più sociologiche: «Il parlamento, organizzazione complessa e subcultura». Moltissime le occasioni, e il tempo, dedicati a cerimonie ufficiali, lunghe sedute in aula, votazioni, negli anni alla Camera dei deputati: un’organizzazione che certo fa del campo della politica «un mondo a parte». Altre dimensioni che le parole di Bourdieu mettono bene in luce: le «frontiere» (dice anche «barriere», e parla dei meccanismi di «gatekeeping»). Via via sono diventata consapevole dei criteri «selettivi», dei «territori separati», e del «difficile dialogo». Un mondo «autoreferenziale, in cui le idee circolano circolarmente». Abbiamo colto, lui e io (certo mi rendo conto che dirlo così suona, da parte mia, davvero presuntuoso), meccanismi che ai più sfuggono.

Ha raccontato la Sua esperienza da ministro in un libro: Riflessioni in-attuali di una ex ministro. Pensare la politica anche sociologicamente (Rubbettino). Una sorta di autoetnografia «dal di dentro», di una bourdieusiana autoanalisi. Quanto crede che sia importante, per uno studioso di scienze sociali, auto-analizzarsi o, per dirla alla Bourdieu, «oggettivare il soggetto dell’oggettivazione»?

La breve – e assolutamente imprevedibile e inattesa – esperienza di ministro è stata un’occasione per confermarla, questa prospettiva di osservazione, e qui ancora parole di Bourdieu, assolutamente illuminanti: il mondo della politica «una specie di mondo a parte, ripiegato su se stesso, in larga misura chiuso, e che prescinde largamente da quel che avviene all’esterno». Interessante anche averla vissuta come donna, delegata a trattare questioni appunto «femminili» (dunque di settore, marginali; certo non venivo vista, io donna e per di più sociologa, come persona accettabile, tanto meno competente e utile, nel governo). E però aggiungo questo: non si può non riconoscere come – in parte almeno – le esperienze di donne ministro (o in altri ruoli nel mondo della politica) si presentino oggi con modalità diverse. Sarebbe interessante una descrizione sociologica della fase attuale, e degli approcci e percorsi di questi – nuovi – «attori sociali». E soprattutto: come la enorme visibilità mediatica ormai segni i processi della politica, e le complesse (e non sempre positive) implicazioni determinate da condizioni che prima non si davano. Questo, un percorso di analisi da mettere al centro.

Lei ha coniato il concetto di «doppia presenza», in riferimento al doppio ruolo ricoperto dalle donne: in famiglia-privato e nell’ambito lavorativo-pubblico. Come si è modificato, oggi, tale concetto?

Riandando alla «doppia presenza» mi interrogo sulle tante formulazioni sociologiche (anche utili, interessanti) che nell’arco di poco tempo mi sembra diventi necessario riconsiderare. I cambiamenti nel contesto di cui siamo parte, le diverse fasi del nostro vivere, essere donne o uomini, le nuove generazioni. Le trasformazioni nel mondo (e nella cultura) del lavoro. Le esperienze delle migrazioni e della mobilità a livello mondiale: dunque, presenze «plurali». Ci si è via via resi conto che molto va riconsiderato rispetto a fasi anche relativamente recenti, guardando alla dimensione del tempo (dei «tempi», meglio): condizioni ed esperienze nella vita quotidiana; il «lavoro» non più riconducibile a un unico modello, e il «non lavoro»: anche qui, molto da rivedere. I tempi nella quotidianità, nei diversi passaggi della vita; e contano, certo, risorse e occasioni, disuguali, segmentate. E, lo sappiamo, si tratta di guardare oltre l’Italia, oltre l’Europa: a livello globale.

Pur con l’evolversi dei processi di globalizzazione e di (presunta) integrazione tra etnie, si avvertono quotidianamente diverse forme di comportamenti razzisti. Cosa c’è (ancora) che non va?

Quando in Italia ci si è confrontati con processi che in altri paesi d’Europa erano già da tempo presenti (le migrazioni e la mobilità e le tante forme e manifestazioni dei razzismi) abbiamo cominciato a osservare e descrivere processi che – oggi ne siamo più consapevoli, me lo auguro – si presentano in forme diverse, si modificano nel tempo, sono certo complessi. Dunque denunce delle condizioni di sfruttamento e delle manifestazioni di «razzismo», proposte legislative, dibattiti pubblici: alla questione dei «diritti» si porta attenzione. Si è andata accumulando una produzione molto ricca di studi (sociologici ma non solo) a livello europeo, e anche con più ampie prospettive di comparazione. Da alcuni anni crescente attenzione è rivolta in particolare alle diverse provenienze, ai percorsi, alle difficoltà e alle strategie delle donne migranti. Guardando a questo percorso – di conoscenza e consapevolezza – mi confronto con un aspetto, in genere non messo pienamente in luce, e lo sintetizzo così: in presentazioni mediatiche e studi e anche proposte quello che viene messo al centro sono situazioni, difficoltà, «problemi loro»: meno i complessi modi di manifestarsi dei «nostri razzismi». Questioni, appunto, che riguardano «noi». C’è molto cammino da fare.

Ha appena pubblicato, per Angeli, Imparare, sbagliare, vivere. Storie di lifelong learning, che parte da una esperienza del GRIFF (Gruppo di Ricerca sulla Famiglia e sulla Condizione Femminile). Cosa è cambiato nell’apprendimento quotidiano della conoscenza e come si sono modificate le pratiche di vita quotidiana?

Il lifelong learning è un tema al quale si è via via portata crescente attenzione in diversi ambiti delle scienze sociali: si è guardato alla «società dell’informazione», alla «società della conoscenza». Con società del lifelong learning ci si trova di fronte a un passaggio concettuale molto netto: al centro, la vita quotidiana. Noi come «attori sociali» e il nostro imparare e cambiare (questa è, per me, la duplice dimensione a cui portare attenzione). Si impara nel quotidiano e nel succedersi delle «tappe» del nostro vivere; in cambiamenti nei quali si è via via coinvolti nelle esperienze di lavoro (o di non lavoro, anche); in ambiti della vita pubblica. Dunque, i processi e le esperienze dell’imparare definiti e vissuti (e ripensati, anche) in chiavi molteplici, in diversi modi. L’imparare è qualcosa che si crede di conoscere, e così diamo per scontati tanto la parola quanto il processo dell’imparare. Lo osserviamo nei bambini, quanto si impara fin dai primi mesi dopo la nascita, e via via nelle circostanze e nei percorsi di crescita. Oggi l’attenzione va agli straordinari strumenti a cui ci si riferisce dicendo «le nuove tecnologie». Sempre più complesse, e «altre», negli anni che abbiamo davanti, le pratiche – e la cultura – dell’imparare. Ancora: nel contesto della società globalizzata, stimoli ed esperienze che hanno tratti e andamenti radicalmente modificati rispetto al passato. Dunque, cruciale che si rifletta sulle modalità, i costi anche, ma soprattutto le opportunità che ci possono essere, nel futuro, guardando al nostro imparare e cambiare. A tutto questo, io mi auguro, si porterà crescente attenzione; e, certo, tutti saremo coinvolti.

  • Articolo
  • pp:163-168
  • DOI: 10.1485/AIS_3/2014_INTERVISTA
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