Dall'ultimo numero

14/11/2017

Enrica Amaturo, Marita Rampazi

Editoriale (n.10 2017)


Questo numero di Sociologia Italiana-Ais Journal of Sociology si presenta ai suoi lettori con un nuovo organigramma e una nuova direzione. Conformemente, infatti, con lo Statuto della Associazione, il Direttivo Ais eletto a Verona lo scorso novembre assume le funzioni di Comitato di redazione e la nuova Presidente quella di Direttrice della rivista. Pur nel cambiamento, resta però salvaguardata la continuità, in quanto Marita Rampazi diventa co-direttrice e Davide Borrelli continua a lavorare nella Segreteria di redazione, continuità favorita dal costante impegno e dall’ottimo lavoro fin qui svolto.

L’immissione di «forze fresche» sarà l’occasione per aumentare, se possibile, l’investimento dell’Ais in questa attività. In un momento in cui i nuovi criteri di valutazione della produttività scientifica introdotti dal Ministero e dall’Anvur amplificano l’importanza e il ruolo delle riviste nel dibattito disciplinare e ne fanno un luogo privilegiato di pubblicazione, è particolarmente importante che un’associazione scientifica sia parte attiva in questo processo, sia presente dando voce ai propri associati e opportunità ai più giovani e promuova un confronto costante tra i diversi orientamenti e approcci sia teorici che metodologici.

è importante perciò che tutti contribuiscano inviandoci i loro lavori e collaborando alle procedure di peer-review; da parte nostra, assicuriamo tutto il nostro impegno affinché al più presto la rivista venga indicizzata nelle principali banche dati internazionali e possa aspirare alla collocazione nella fascia più alta delle riviste dei nostri settori disciplinari.

Sotto il profilo dei contenuti, il presente numero testimonia questo rinnovato impegno a mantenere alto il livello qualitativo dei contributi e a proporre un ventaglio di temi rappresentativo dell’ampiezza e varietà del dibattito nella nostra disciplina, dando particolare spazio alle proposte dei giovani.

La rubrica teoria e ricerca ospita sei articoli, che spaziano da questioni teorico-metodologiche, al centro dei saggi di Andrea Lo Bianco in tema di «Grand Historical Sociology. Metodi di un’analisi storico-sociale» e di Matteo Rinaldini – «Smart working e destrutturazione temporale: opzioni di studio» ­– sulle diverse declinazioni del concetto di de-strutturazione temporale nel pensiero organizzativo, ai risultati di ricerche empiriche su temi diversificati e con approcci metodologici differenti. Silvana Greco, con «Visual artists in the German Democratic Republic and their cultural exchange with Italy. A brief overview», propone una ricostruzione storica – nella prospettiva interazionista del mondo dell’arte come sistema sociale –, dei rapporti intercorsi nel periodo 1950-1990 fra artisti visuali dell’allora DDR e omologhi italiani, alla luce del contesto politico-istituzionale dei due paesi. Sandro Covolo illustra una ricerca su «Un uomo per amico. Trasformazioni dell’intimità nelle rappresentazioni della maschilità contemporanea», basata su interviste in profondità a giovani maschi, finalizzate ad analizzare le dinamiche di trasformazione dell’identità maschile dal punto di vista delle relazioni amicali. Con un articolo su «Le ‘promesse’ dei corsi di studio magistrali in sociologia tra patto formativo e strategie di marketing», Davide Borrelli, Roberto Serpieri, Danilo Taglietti e Domenico Trezza, mettono in luce – tramite un’analisi dei dati secondari presenti nel sito Miur dedicato a «universitaly» – il gap esistente fra le promesse, in termini di obiettivi formativi, contenute nelle presentazioni dei corsi di studio in questione e la realtà dei programmi degli insegnamenti offerti agli studenti. Chiude la rubrica il contributo di Rolando Marini, Giada Fioravanti, Matteo Gerli e Giulia Graziani su una ricerca in tema di «Giovani, nuovi media e percorsi di orientamento nello spazio pubblico», effettuata con interviste semi-strutturate, il cui obiettivo è mettere a fuoco la commistione cross-mediale dei discorsi che influenzano e orientano lo spazio pubblico, in cui i giovani interagiscono.

La rubrica focus è dedicata a una serie di saggi brevi sull’attualità del pensiero di Herbert Blumer, in occasione del trentennale della sua scomparsa, celebrato con un seminario svoltosi all’Università di Pisa il 3 aprile 2017, dal titolo «Rileggere Herbert Blumer». All’introduzione del curatore di questo focus, Andrea Salvini, fanno seguito: una ricostruzione, effettuata da Raffaele Rauty, della biografia intellettuale di Blumer, nel suo percorso dall’Università del Missouri al Dipartimento di Sociologia di Chicago, fino a quello di Berkeley; un’analisi critica, di Rita Bichi, sull’attualità delle posizioni di Blumer in tema di metodo; una riflessione esplorativa, proposta da Andrea Salvini e Irene Psaroudakis, sui concetti di «linea» e di «allineamento dell’azione», allo scopo di capire se si possano porre a fondamento del concetto di «rete sociale», in prospettiva interazionista e costruzionista; un saggio di Vincenzo Romania sull’influenza che le sollecitazioni di Blumer in tema di post-positivismo e post-strutturalismo hanno avuto sulla «sociologia lirica» di Andrew Abbott; un contributo di Giuseppina Cersosimo sul legame tra maestro e allievo che caratterizza la relazione scientifica stabilitasi tra Blumer e Anselm Strauss; uno studio del rapporto tra interazionismo simbolico ed etnografia condotto da Charlie Barnao tramite il metodo della meta-autoetnografia.

In chiusura del numero, si propone l’intervista, curata da Marita Rampazi, a Renate Siebert, una figura unica nel panorama della sociologia italiana e internazionale, per la singolarità del suo percorso personale e scientifico. Nata in Germania, allieva di Adorno, con il quale si è laureata a Francoforte nel 1968, alla morte del suo maestro si è trasferita in Italia. Prima a Milano e, poi, all’università della Calabria. In quegli anni, Renate Siebert ha precisato i propri interessi scientifici, orientandosi allo studio dell’invisibilità sociale, riferita sia all’esperienza delle donne, particolarmente di quelle che vivono in contesti di mafia, sia alle modalità sottili con cui si costruisce il pregiudizio nella vita quotidiana e si evita tenacemente il confronto con la memoria – scomoda – del nostro passato coloniale. Emblematico della sua capacità di coniugare passione conoscitiva e impegno civile è un libro recente, Voci e silenzi post-coloniali. Frantz Fanon, Assia Djebar e noi, dove Renate Siebert fa dialogare due figure diverse, ma accomunate dal coinvolgimento nella lotta per l’indipendenza dell’Algeria. L’esito di questo dialogo è la messa in luce del contrasto fra le «voci» dei due protagonisti e il «silenzio» di noi europei, o meglio, la nostra «scarsa consapevolezza delle implicazioni delle violenze coloniali e postcoloniali e dei razzismi per il nostro futuro».

 

Enrica Amaturo

Marita Rampazi

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